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L’ISIS l’ho creato io. Vincent Emanuele, veterano della guerra in Iraq


Dopo 14 anni di Guerra al Terrore, oggi ridenominato ISIS, l’occidente è diventato bravissimo a fomentare la barbarie e a creare stati fallimentari. Nel corso degli ultimi anni, il mondo si è chiesto da dove fosse saltato fuori l’ISIS. Le spiegazioni sono state molte, ma più che altro focalizzate sulla geopolitica (l’egemonia statunitense), sulla religione (il mondo dei sunniti e degli sciiti), sull’ideologia (il wahhabismo) o anche su questioni ambientali (la migrazione dovuta ai cambiamenti climatici). Molti commentatori e anche ex ufficiali militari suggeriscono invece, a ragione, che la guerra in Iraq sia la prima responsabile per la liberazione delle forze che oggi conosciamo come ISIS, ISIL, DAESH e così via. Qui spero di aggiungere qualche riflessione e qualche aneddoto utili alla discussione.

Vincent Emanuele è uno scrittore, un giornalista radiofonico e un attivista che vive a Michigan City, nell’Indiana. E’ anche un veterano della guerra in Iraq. Ecco quello che riporta. 

Così nasce l’ISIS: l’incubo della Mesopotamia.

I created ISIS - Vincent Emanuele
Quando mi trovavo d’istanza in Iraq, nel primo battaglione del settimo Marines, tra il 2003 e il 2005, non immaginavo le ripercussioni che ci sarebbero state, ma sapevo che qualcuno si sarebbe vendicato. Questa punizione, altrimenti nota come fiammata di ritorno, viene attualmente inflitta in molte parti del mondo, dall’Iraq all’Afghanistan, allo Yemen, alla Libia, all’Egitto e al Libano, passando per la Siria, la Francia, la Tunisia, la California e così via, senza che se ne veda la fine.

A quei tempi, vidi e partecipai quotidianamente a molte oscenità. Certamente, la malvagità della guerra non è mai stata davvero compresa in occidente. Senza dubbio, le organizzazioni pacifiste hanno provato a descrivere gli orrori della guerra in Iraq, ma i media mainstream, il mondo accademico e le organizzazioni politiche occidentali hanno sempre ostacolato un serio esame del più grande crimine di guerra del ventunesimo secolo.

Mentre pattugliavamo la vasta regione della provincia iraqena di Al-Anbar, buttando le rimanenze del nostro cibo in scatola fuori dai veicoli, non mi sono mai soffermato a immaginare come saremmo stati ricordati nei libri di storia. Semplicemente, volevo fare un po’ di spazio nel mio Humvee. Anni dopo, durante un corso di storia universitario sulle civiltà occidentali, ascoltando il professore che parlava della culla della civiltà, ho ripensato alla spazzatura di cui abbiamo ricoperto il deserto mesopotamico.

Esaminando i recenti avvenimenti in Siria e in Iraq, non posso non pensare ai bimbi piccoli che i miei compagni marines bersagliavano come birilli, con i dolcetti contenuti in quelle scatole di cibo. I dolciumi non erano le sole cose gettate ai bimbi: bottiglie d’acqua riempite di urina, pietre, rottami e molti altri oggetti. Mi domando spesso come ricordino quelle cose, molti membri dell’ISIS e di altre organizzazioni terroristiche.

Inoltre, penso a quelle centinaia di prigionieri che abbiamo catturato e torturato in prigioni di fortuna piene di adolescenti del Tennessee, di New York e dell’Oregon. Non ho mai avuto la sfortuna di lavorare in quei campi di prigionia improvvisati, ma ricordo molto bene le storie. Ricordo molto vividamente  i marines raccontarmi di pugni, schiaffi, calci, gomitate, ginocchiate e testate agli iracheni. Non dimentico i racconti di torture sessuali: forzavano gli uomini iracheni ad avere rapporti sessuali tra di loro, mentre i marines puntavano i coltelli sui loro testicoli, qualche volta sodomizzandoli con i manganelli. 

Comunque, prima che questi abomini venissero consumati, quelli di noi che facevano parte delle unità di fanteria ebbero il piacere di radunare gli iracheni durante i raid notturni, ammanettarli con lacci di plastica, incappucciarli e gettarli nel retro degli Humvees e dei camion mentre le loro mogli e i loro bambini si gettavano ai loro piedi e piangevano. Qualche volta, li prendevamo durante il giorno. Il più delle volte non opponevano resistenza. Qualcuno si teneva per mano mentre i marines li colpivano al volto con il calcio dei fucili. Quando arrivavano al centro di detenzione, li trattenevano per giorni, settimane, anche mesi talvolta. Le loro famiglie non venivano avvisate. E quando venivano rilasciati, li portavamo nel mezzo del deserto e li rilasciavamo a chilometri e chilometri da casa.

Dopo averli liberati dai lacci e dopo avergli tolto i cappucci, molti tra i nostri marines più matti gli sparavano dietro con l’AR-15, a terra o in aria, a poca distanza, spaventandoli mentre scappavano. Si divertivano. Molti iracheni correvano, ancora in lacrime per le sofferenze patite al centro di detenzione, nella speranza di trovare un po’ di libertà, là fuori. Chi può dire quanto a lungo siano sopravvissuti. Dopo tutto, non interessava a nessuno. Sappiamo di un ex prigiorniero degli USA che ce la fece: Abu Abkr al-Baghdadi, il capo dell’ISIS.

Sorprendentemente, l’abilità di disumanizzare il popolo iracheno riusciva anche a crescere dopo che gli spari erano finiti, perché molti marines passavano il tempo libero a scattare foto dei morti , spesso mutilando i loro corpi per gioco o colpendo i loro corpi rigonfi con i manganelli per qualche risata a buon mercato. E siccome gli iPhone non c’erano, a quel tempo, molti marines vennero in Iraq con macchinette digitali. Quelle macchine fotografiche contengono una storia mai raccontata della guerra in Iraq, una storia che l’occidente spera che il mondo possa dimenticare. Quella storia e quelle macchine fotografiche contengono anche video di massacri gratuiti e di numerosi altri crimini, realtà che gli iracheni non possono dimenticare.

Sfortunatamente, posso rammentare infiniti episodi di puro orrore, relativi alla mia permanenza in Iraq, Persone innocenti non soltanto veniva quotidianamente radunate, torturate e imprigionate, ma venivano anche incenerite a centinaia di migliaia. Qualche studio suggerisce persino a milioni.

Solo gli iracheni possono capire il male puro che è stato riversato sulla loro nazione. Ricordano il ruolo dell’occidente negli otto anni di guerra tra l’Iraq e l’Iran. Ricordano le sanzioni di Clinton nel 1990, politiche che risultarono nella morte di ben oltre 500 mila persone, per lo più donne e bambini. Poi venne il 2003 e l’occidente terminò il lavoro. Oggi, l’Iraq è un nazione completamente devastata. Le persone vengono avvelenate e mutilate e l’ambiente naturale è tossico a causa delle bombe all’uranio impoverito. Dopo quattordici anni di Guerra al Terrore, una cosa è chiara: l’occidente è bravissimo a fomentare la barbarie e creare stati rovinati.

Vivere con i fantasmi

Gli occhi caldi e trasparenti dei giovani bimbi iracheni mi danno la caccia di continuo, come è giusto che sia. Le facce di quelli che ho ucciso, o almeno di quelli di cui ho potuto esaminare da vicino il corpo, non usciranno mai dai miei pensieri. I miei incubi e le riflessioni quotidiane mi ricordano da dove venga l’ISIS e perché, esattamente, ci odiano. Quell’odio, comprensibile e spiacevole, sarà diretto verso l’occidente per anni e decenni a venire. Come potrebbe essere altrimenti?

Di nuovo, la scala di distruzione che l’occidente ha inflitto al Medio Oriente è assolutamente inimmaginabile per la grande maggioranza delle persone che vivono nel mondo sviluppato. Questo punto non può mai essere enfatizzato troppo, perché gli occidentali, ingenuamente, continuano a chiedere: “Perché ci odiano?”.

Alla fine, le guerre, le rivoluzioni e le controrivoluzioni accadono, e le generazioni successive debbono coesistere con le conseguenze: civiltà, società, culture, nazioni e individui sopravvivono o muoiono. E’ così che funziona la storia. In futuro, come l’occidente gestirà il terrorismo dipenderà in massima parte dalla sua scelta di continuare o meno con il suo comportamento terroristico. Ovviamente, la maniera con la quale l’occidente cercherà di prevenire la nascita di organizzazioni future del tipo dell’ISIS è di opporvi il militarismo occidentale in tutte le sue forme più spaventose: colpi di stato orchestrati dalla Cia, guerre per procura, attacchi portati a termine attraverso i droni, campagne controinsurrezionali, conflitti economici e così via.

Nel frattempo, quelli di noi che hanno partecipato direttamente nella campagna o, meglio, nel genocidio militare in Iraq, continueranno a vivere con i loro fantasmi di guerra.

Fonte: I Helped Create Isis
Traduzione integrale del testo di Claudio Messora
Grazie a Maurizio Blondet per avere trovato questa testimonianza e averne pubblicato uno stralcio sul sul blog, spingendomi a risalire alla fonte integrale.

Guarda e leggi il testo integrale e il video dell’esclusiva videointervista al veterano dei Marines:

ISIS: ECCO PERCHÉ CI ODIANO“.

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