claudio solarino

Malasanità: moriamo più degli americani.


In america nel 2000 sono morte 2.403.351 persone. Di queste, quasi 98.000 per errori medici ospedalieri. I morti per i cosiddetti preventable errors, gli errori di cui si poteva fare a meno, sono più del doppio rispetto a quelli dovuti agli incidenti stradali (43.458), al tumore al polmone (42.297) o all’AIDS (16.516). Lo dice l’Institute Of Medicine (IOM) in una storica pubblicazione che tenta di rompere il tabù corporativo: “To Err Is Human: Building a Safer Health System” – Errare è umano: costruzione di un sistema sanitario più sicuro.

Esiste un’altra versione. Quella governativa, quella rassicurante. A stilarla è il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), agenzia dell’United States Department of Health and Human Services. Cosa fa il CDC? Prende quegli oltre 90.000 morti e dice che solo 3.291 sono da attribuirsi ai cosiddetti Adverse Effects, ovvero gli errori medici ospedalieri così come classificati dall’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems. Gli altri li spalma tra gli Unintentional Injuries (infortuni accidentali) e li classifica tra le cadute, gli avvelenamenti, i colpi accidentali di arma da fuoco e così via.

Accade dunque una cosa curiosa. Da una parte abbiamo l’IOM che dice “98.000 casi di morte imputabili a malasanità”. Morti cioè evitabilissime. Dall’altra arriva il CDC e a colpi di machete riduce i casi ad appena 2.391! Fino a 30 volte di meno!
Come mai? E’ ragionevole pensare ad un conflitto di interessi? Sul piatto c’è molto di più che una semplice statistica: dove c’è un morto che avrebbe potuto essere ancora vivo, se l’apparato ospedaliero avesse funzionato a dovere, ci sono infatti precise responsabilità legali. Ci sono poltrone e cariche politiche che potrebbero saltare. E soprattuto ci sono pazienti che, se correttamente informati, potrebbero evitare di farsi curare. Meno pazienti: meno ricavi!

E in Italia? Se negli Usa la situazione informativa al riguardo appare quanto meno deficitaria, nel nostro paese – manco a dirlo – è praticamente assente. Negli States il sistema sanitario è privato: se non hai la carta di credito ti lasciano morire. Noi invece curiamo tutti, almeno a parole. Ciononostante, se partiamo dall’assunto che due blasonati paesi occidentali debbano condividere lo stesso know-how medico-scientifico, uno scenario clinico non difforme e una paragonabile qualità in termini di prestazioni, allora con una semplice proporzione potremmo ricavare una stima della nostra situazione. Siamo un quinto degli americani, dunque dovremmo aspettarci un massimo di 20.000 morti all’anno. Ma Porta a Porta del 31 ottobre 2006 titola: “Errori medici: 90 morti al giorno?”. Parliamo quindi di 32.850 morti all’anno. Un dato quasi doppio rispetto alle pur già non lusinghiere aspettative. Durante il talk-show, il Ministro della Salute e il suo predecessore Girolamo Sirchia, che passavano di lì per caso, sembravano quasi sollevati dal non avere dati a supporto, piuttosto che dal non averne a smentita. L’AMAMI, l’Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente (un nome e una mission che però la dicono lunga sull’imparzialità dei loro giudizi), prontamente minaccia querele a chi ha diffuso tali statistiche, e in una lettera aperta a Livia Turco auspica che venga istituito un osservatorio del contenzioso e dell’errore medico. Lo scopo di tale osservatorio sembra essere chiaro a Panorama, che il 9 novembre 2007 titola: “Un osservatorio per combattere il business delle denunce ai medici“. Alla faccia dell’osservatorio imparziale! Più che altro fa pensare all’ennesimo organo di difesa corporativa.

Eppure quel dato, quei novanta morti al giorno, qualcuno l’avrà pure calcolato. A lanciare la notizia fu il Corriere Della Sera, in un articolo del 24 ottobre 2006. Assinform stimava che i pazienti diversamente curati fossero addirittura 137. L’otto per cento dei decessi! Del resto Marco Venturini, primario oncologo all’ospedale di Negrara (Verona) ricordava che «su 4 milioni di atti terapeutici, il San Raffaele di Milano ha dichiarato 80 errori. Un numero troppo basso. Non bisogna avere paura nel segnalare questi episodi, perchè dagli errori si impara a beneficio dei medici e dei malati».
Il dato fu discusso approfonditamente, sempre il 24 ottobre 2006, in un convegno organizzato dall’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), e tenutosi alla Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori di Milano, in collaborazione con la Dompè Biotec. Sfortunatamente ebbe una risonanza superiore alle aspettative, pare in seguito a dissapori in seno agli stessi vertici della AIOM.
Claudio Solarino, di Rihoir, chiese immediatamente gli atti del convegno. Bajetta, presidente di AIOM, fu molto evasivo, sostenendo di non esserne in possesso e di non sapere neppure dove cercarli. Decisamente fuori dal comune per chi quel convegno l’aveva patrocinato pochi giorni prima. Stessa attenzione fu riservata a Rihoir da Raiclick, cui Solarino chiese la registrazione della fatidica puntata di Porta a Porta. Analoga risposta dall’Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri (AAROI), che ha recentemente ritrattato anche la sua stima sul numero di decessi (14.000 casi all’anno), erroneamente diffusa dall’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri, ma ha affermato che sta conducendo uno studio che presenterà a settembre. L’AMAMI, sempre quelli dei medici accusati ingiustamente di praticare male, ha subito rilasciato un velenosissimo comunicato stampa in cui sostanzialmente diffida gli anestesisti dal tirare fuori una qualunque stima dei dati cui saranno nel frattempo pervenuti, perchè non sarebbero attendibili a priori, essendo di difficile estrazione, e auspicando invece il famoso osservatorio. Quell’osservatorio che secondo Panorama serve a combattere il business delle denunce ai medici. Secondo Rihoir invece è non solo possibile incrociare i dati dei tribunali e delle assicurazioni al fine di ottenere dati attendibili fin da subito, ma non ha fondamento anche l’affermazione dell’AMAMI secondo cui l’errore medico non è contemplato tra le cause di morte ICD International Classification of Diseases. Dice infatti Solarino: «a quanto ci risulta, oltre che in altre parti (X40-X49), esse sono invece specificamente codificate, all’interno del capitolo XX – External causes of morbidity and mortality (codici da Y40 a Y84: Complications of medical and surgical care) perfino con riguardo al caso di disavventura non menzionata durante la procedura (codici Y83 e Y84: Surgical and other medical procedures as the cause of abnormal reaction of the patient, or of later complication, without mention of misadventure at the time of the procedure); siccome l’evitabilità dell’errore va accertata, il codice ICD non ci sembra un ostacolo, ma anzi un’ottima base da cui partire per la codifica dei casi da analizzare successivamente».

Tutti contro tutti, insomma. All’italiana: pizza e spaghetti. Abbiamo un’associazione per qualsiasi cosa, ma nessuna sa niente, salvo fare lo scaricabarile sull’altra. L’unica cosa certa è che c’è della gente che muore, e che continua a morire senza sapere perchè. Qualcun altro invece il perchè lo sa, anche se non so quanto possa rallegrarsene. In Italia ogni anno muoiono 7000 persone per infenzioni ospedaliere. L’ Istituto Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani ha condotto una ricerca finanziata dalla multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline. L’indagine, condotta su 300 reparti di medicina, chirurgia e terapia intensiva di 40 ospedali italiani, per un totale di circa 13.000 pazienti, ha evidenziato che In Italia le infezioni contratte in ospedale possono essere stimate ogni anno in un numero oscillante tra 450 e 700 mila, con una mortalità di circa l’1% e un costo che si aggira intorno ai 100 milioni di euro. Quanti di questi morti si potrebbero evitare? Qualcuno sì, basti pensare che uno studio condotto dal prestigioso New England Journal of Medicine (NEJM) ha rilevato come sia bastato lavarsi le mani (ebbene sì!) e l’aver indossato maschere e guanti per ridurre in alcuni reparti di rianimazione del Michigan il tasso di infezione del 66%!

A questo punto, mentre le associazioni di categoria litigano fra di loro, noi uomini di buona volontà e apparentemente ancora dotati di buon senso possiamo fare quattro conti.
In Italia muoiono una media di 5750 persone per infezioni ospedaliere. Di queste, uno studio in un paese dalle caratteristiche simili al nostro ha dimostrato che circa il 66% sono evitabili con semplici precauzioni. Dunque il numero medio dei morti per la sola frazione di errore medico ospedaliero connessa alle infezioni, nel nostro paese, può ragionevolmente essere considerato in 3765 casi l’anno, ovvero 10,4 al giorno! Quanti casi analoghi (codice E872Failure of sterile precautions during procedure) sono riportati negli Stati Uniti dal CDC? Quattro. Quattro casi all’anno. Ma se guardiamo meglio emerge di più, molto di più!
Quanti sono, in tutto, i casi che il CDC attribuisce genericamente ad errori medici in un anno, negli states? 3291! Dunque, solo per infezioni evitabili, in un anno morirebbero quasi 500 italiani in più rispetto al complessivo dei casi di tutti gli errori medici degli americani. E, se Euclide non scherzava sostenendo che la parte è minore del tutto, il numero medio dei decessi per errore medico evitabile in ospedale deve supporsi significativamente maggiore di 10,4 morti al giorno. Più precisamente, per l’incidenza ufficialmente riscontrata negli Stati Uniti, deve supporsi maggiore del precedente in misura almeno pari al 10%.

Ha ragione l’AMAMI ad arrabbiarsi: non sappiamo esattamente quanti morti abbiamo causati da errori medici evitabili.
Sappiamo solamente che da noi si muore di più rispetto all’america, che detiene un numero di abitanti 5 volte superiore al nostro. Cioè, in definitiva, abbiamo un numero di morti evitabili più che cinque volte superiore a quello, tanto criticato, degli Stati Uniti.

Fonte:

 

Claudio Solarino

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