marco manuel marsili

Pm Monza, archiviare accuse Messora

Ansa-ArchiviataAccusaMessora

  (ANSA) – MILANO, 21 MAR – Il pm di Monza ha chiesto l’archiviazione per Claudio Messora, blogger e ”coordinatore della comunicazione” del M5S al Senato, indagato per un esposto di Marco Marsili, portavoce dei Pirati Italiani che lamentava la pubblicazione di chat private di esponenti del suo movimento sul blog di Messora. Gli inquirenti non hanno rilevato reati nelle chat sul blog di Messora, anche perche’ quelle conversazioni circolavano gia’ in Rete e non sarebbero state dunque carpite illecitamente.

 Chiedo a tutti gli organi di informazione che ieri avessero inavvertitamente dato spazio all’auto-agenzia di Marsili, e parimenti a Lavoceditalia.info, di darne quanto prima rettifica. La diffusione dell’accusa di “ricettazione, violazione, sottrazione, e rivelazione del contenuto di corrispondenza” è infatti molto grave ed è comprensibilmente lesiva della mia reputazione.

Per sapere di cosa si trattava: http://www.byoblu.com/..Cazzoni-a-orologeria.aspx

Toh: le conversazioni false erano vere. Parla un testimone

LeandroPerrotta480

 Ripubblico un articolo del giornalista Leandro Perrotta, uno dei protagonisti delle chat incriminate, la cui ricostruzione mette la parola fine, direi, all’ormai annosa questione circa l’autenticità delle conversazioni pubblicate online da sedicenti “Anonymous” (rivendicazione qui), oggetto del messaggio email pervenuto a questo blog e ripubblicato sabato.

Grazie Leandro.

Le screenshot di Anonymous? «Sono false».
Ma gli orari smentiscono Foti, Loda e Marsili

di Leandro Perrotta su CTZen

«Ti sta per chiamare Perrotta», dice Andrea Massimiliano Foti su Facebook a Massimiliano Loda la mattina di sabato 12 gennaio, secondo le screenshot diffuse dagli hacker di Anonymous. I due sono quelli che hanno depositato i simboli falsi del Movimento cinque stelle e della lista Rivoluzione civile di Ingroia al Viminale. Con loro anche Marco Manuel Marsili che ha depositato il falso simbolo del partito pirata, il cui sito è stato oscurato questa mattina dal tribunale di Milano. Ora dichiarano: «Quelle screenshot sono false». Ma gli orari delle telefonate effettuate in prima persona a Foti e Loda confermano in pieno la versione degli anonimi hacker

Perché era importante discuterne adesso

Tra venerdì e sabato sono successe molte cose che meritano di essere analizzate più a fondo. Prendetevi una tisana calda, mettetevi comodi e facciamo qualche riflessione insieme.

Il fatto

Due giorni fa il Movimento Cinque Stelle presenta al Viminale il simbolo del gruppo politico che, in base alla legge elettorale, parteciperà alle elezioni. Nonostante siano in coda da martedì sera, complice le procedure burocratiche inesistenti, Massimiliano Foti riesce ad arrivare prima, o perlomeno nell’esatto momento in cui si posizionano le transenne – si sospetta possa essere stato imbeccato dall’interno – e a depositare un marchio molto simile. Lo si vede al minuto 14.20, nella diretta della tv del Movimento Cinque Stelle, a sinistra. E più o meno nello stesso punto si vede anche Max Loda pronunciarsi a nome dei pirati italiani. Grillo parla di golpe, di fine della democrazia. In effetti, nonostante il ricorso dei legali di Grillo, esiste la possibilità che l’ufficio elettorale, o chi per esso, ammetta il simbolo farlocco – quello senza l’indicazione del nome del blog – e costringa il Movimento Cinque Stelle ad adottare un simbolo modificato. Questa possibilità, nonostante le rassicurazioni della Cancellieri, è ritenuta più che fondata anche da molti giuristi (vedere Corriere e Repubblica di questa mattina). Sembra anche che un marchio analogo a quello farlocco sia stato registrato da un tale Giuseppe Grillo – che ha tutta l’aria di essere il nostro – nel 2010, ma è da rilevare che la protezione di quel simbolo potrebbe passare per procedure legali diverse rispetto alla trafila dell’accettazione del simbolo per la campagna elettorale, e dunque avere tempi incompatibili con quelli del voto. Inoltre, essendo la legge in questo Paese sommamente interpretabile, al punto che due giudici diversi possono scrivere sentenze diverse sullo stesso identico caso (a differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni in regime Common Law), le circostanze in cui Foti è riuscito a depositare per primo il simbolo possono alimentare il sospetto che vi sia dietro una volontà politica, nel qual caso le disposizioni in materia elettorale che prescrivono che il simbolo già utilizzato in precedenti competizioni sia da ritenersi valido, a discapito dell’altro, potrebbero essere “interpretate” a piacere.
Il simbolo elettorale del Movimento Cinque Stelle non è l’unico ad essere stato depositato in una versione fasulla: è accaduto anche ad altri, tra cui il movimento di Antonio Ingroia e quello di Mario Monti. Tuttavia, tra i tre è sicuramente quello che desta più scalpore – e per questo accende i toni e le polemiche -, per il semplice fatto che, rispetto al Movimento di Ingroia che viene dato al 4% circa, il Movimento Cinque Stelle rischia di essere la terza (secondo alcuni la seconda) forza politica del Paese. E rispetto alla coalizione guidata da Monti, il Movimento di Grillo è sicuramente più ostacolato da quei poteri che invece coccolano il presidente del Consiglio uscente. In un regime di sospetto e di lotta aspra ed accesa quale è una competizione politica in Italia, dove ci si può aspettare di tutto, ogni minimo impedimento è da prendersi con estrema cautela e con grande serietà. Né può intedersi accettabile l’eventuale richiesta del viminale di modificare il simbolo elettorale del Movimento Cinque Stelle: chiunque sia poco meno che sprovveduto, sa bene che alle politiche conta il voto di milioni di italiani, la maggior parte dei quali non hanno dimestichezza con questo genere di polemiche, non è abituata a leggere i giornali e tantomeno a frequentare i blog. Per intenderci: la casalinga di Voghera ha un’alta probabilità di votare qualcosa di diverso pur essendo convinta di votare Grillo. La competizione elettorale ne verrebbe inevitabilmente falsata, di qui la comprensibile rinuncia di Grillo a partecipare a queste condizioni. Certo è che, in tal caso, la responsabilità della rabbia di milioni di italiani ricadrebbe su chi, con il suo operato, dovesse rendersi responsabile di un tale scempio della volontà popolare, sia a livello di comportamenti personali, sia a livello istituzionale, con un’interpretazione della legge elettorale eccessivamente politica. Personalmente credo che non si arriverà a tanto. Sarebbe come usare un lanciafiamme su un distributore di benzina.

Le email

Nella giornata di ieri, alle 13.26, ricevo una email apparentemente proveniente da Anonymous, la famosa associazione di hacktivist di cui spesso si è parlato in relazione ai loro defacement, ma anche ai dati riservati che sono riusciti a far trapelare (come è accaduto recentemente alla posta elettronica della Polizia italiana o ai dati del Ministero dell’economia greco). Come sembra quasi ovvio sottolineare, Anonynous è composta da attivisti hacker anonimi, organizzati secondo un modello non rigido, che permette loro di comunicare ma anche di effettuare azioni individuali, non sempre condivise e non sempre in accordo ai principi di questo o quel gruppo. Questo accade in special modo con Anonymous Italia. Forse ricorderete il caso dell’attacco recente proprio al blog di Beppe Grillo, prima rivendicato da Anonymous, poi rinnegato da comunicati che dichiaravano  l’estraneità del gruppo al Denial of Service (un particolare tipo di attacco che tende ad esaurire le risorse hardware e software del server che ospita il sito obiettivo, mediante un sovraccarico di richieste provenienti da un gran numero di computer infettati da virus, trojan o porte aperte e dormienti, controllati da remoto all’unisono). Dopo alcuni giorni di polemica, sembra sia venuto fuori che l’attacco fosse in realtà stato portato avanti da un gruppo di hacktivist che agirono in maniera indipendente, secondo propri principi e linee guida. L’episodio serve ad illustrare come sia possibile, data la peculiarità del gruppo, che gruppi più grandi talvolta non conoscano obiettivi e determinazioni di gruppi magari dislocati altrimenti, o azioni di singoli, e sia di conseguenza quasi impossibile – per definizione – verificare con sicura attendibilità e nell’immediatezza la provenienza di una comunicazione. Del resto, se anonymous avesse un indirizzo e un portavoce noto, universale e unico, sarebbe una cosa molto bizzarra. Qui c’è una rivendicazione: https://www.facebook.com/Anonymousitaliani/posts/409371375812921. Qui invece una stizzita presa di distanze: http://anon-news.blogspot.it/…

Ciononostante, al di là della provenienza, l’email conteneva informazioni pertinenti alla natura del dibattito acceso che si era sviluppato sui media proprio il giorno prima. Informazioni già pubblicate online (mediante immagini caricate sul noto servizio imageshack) da chi le aveva ottenute e aveva ritenuto importante la loro diffusione. Informazioni che parlavano di piani per “affossare” un movimento politico che si sta presentando alle elezioni, e che riportavano presunti accordi volti a condizionare l’opinione pubblica mediante dichiarazioni concordate e il coinvolgimento di giornalisti disponibili a fare da cassa di risonanza. Uno scenario molto grave, perché modicare il consenso elettorale artificiosamente è un reato affine a quello dell’eversione e dunque, nei tempi stretti in cui si decidono le sorti di una campagna elettorale, è fondamentale fare chiarezza sulla loro reale consistenza. Tali informazioni erano state pubblicate su pastebin, un servizio di condivisione strutturata di file di testo, in maniera analoga e coerente con quanto era già avvenuto in passato per comunicazioni di anonymous.
Per correttezza, nonostante contengano informazioni sensibili che mi riguardano, metto a disposizione le intestazioni del messaggio ricevuto, cosicché qualcuno più bravo di me, o la polizia postale, possa ricavarne qualche informazione utile. Il link agli header è questo.

Dopo una ventina di minuti, alle 13.47, ricevo una seconda email, questa volta inoltrata attraverso il servizio di contatti del blog. In questo caso ovviamente le intestazioni del messaggio sono meno rilevanti, perché la email è partita dal mio stesso server (per completezza metto a disposizione comunque gli header originali qui), mentre sarebbe interessante analizzare il file di log (il registro di tutti gli accessi di rete al server che ospita il blog) relativo alla giornata di ieri, per ricavarne una lista di possibili indirizzi ip di provenienza. Un lavoro che richiede tuttavia un po’ di calma e un po’ di tempo a disposizione.

La pubblicazione

Nulla era stato ancora pubblicato e, a titolo di gossip, io non ero neppure a casa, ma al cinema con i miei bimbi. Avevo a disposizione due smartphone entrambi con livelli di batteria critici e niente occhiali per decifrare gli oscuri simboli sfocati che il display dei due device proiettavano nelle mie retine malandate. Appurato, come spiegato in precedenza, che la certezza assoluta della provenienza di un messaggio anonimo è impossibile, soprattutto in tempi brevi, e appurata tuttavia la rilevanza del contenuto delle email, pertinente e meritorio di essere portato alla vostra attenzione (del resto, per esempio, è proprio in seguito a soffiate anonime che la polizia valuta se muoversi, valutando il contenuto della segnalazione e non la sua provenienza che è difficilmente accertabile), restava la domanda da un milione di dollari: pubblicare o no?

La considerazione, che trova corrispondenza per esempio negli orientamenti della giurisprudenza in Abruzzo, in seguito agli accadimenti del terremoto, e che in condizioni particolarmente critiche della vita comunitaria fa prevalere il diritto dell’opinione pubblica ad essere informata, piuttosto che quello alla privacy del singolo, è stata più o meno quella che vi illustro.

La politica è il modo che la società cosiddetta civile si è data per organizzare la spartizione del potere senza ricorrere alle clave. Questa definizione, che può apparire profana, è in realtà analoga a una delle letture che ne dà la stessa Scienza Politica. Ne consegue che il momento della competizione elettorale, e il rispetto delle sue regole, rappresentano uno dei momenti più alti della proiezione sulla vita pubblica di ciò che chiamiamo democrazia. Il loro svolgimento corretto è condizione imprescindibile per la sussitenza stessa dello Stato, un’ordinamento giuridico che altrimenti si risolve in qualcosa di profondamente illegittimo e privo di fondamenta. Se una competizione elettorale dovesse dimostrarsi falsata, allora perderebbe ogni valenza l’assetto istituzionale, con conseguenze di portata catastrofica. Dunque, la necessità di accertare informazioni di estrema importanza per la legittimità della competizione elettorale, in tempo utile per impedire eventuali falsificazioni o abusi, assume i tratti della necessità e dell’urgenza. Una denuncia alle autorità competenti potrebbe portare ad accertamenti, ma fuori tempo massimo per le conseguenze sulla determinazione degli esiti elettorali. Dunque scegliere di non dare corso alla segnalazione avrebbe la conseguenza certa di non dare nessun contributo alla determinazione di eventuali profili di illegittimità, perlomeno in tempo per intervenire e correggere la distorsione. Di contro, scegliere di pubblicare porterebbe ad un’accesa discussione pubblica, con tensioni e minacce di ritorsione legale (come del resto è avvenuto), ma la natura dell’attualità dei contenuti, dell’elevato grado di interesse dell’opinione pubblica e la rilevanza della posta in gioco per la legittimità democratica, costituirebbero fattori di accelerazione della determinazione della verità, che acquisirebbe in questo modo più probabilità di costruire elementi fattuali coincreti, utili agli elettori ed alle istituzioni per porre in essere le opportune correzioni in tempo. Il coinvolgimento della polizia postale, da alcuni paventato, lungi dal rappresentare uno spettro da cui rifuggire, è al contrario in sintonia con la pubblicazione dei contenuti ricevuti, perché permette di assolvere all’obiettivo desiderato: accertare i fatti e rinforzare la stabilità delle istituzioni democratiche.

Il blackout del blog

Il post è stato dunque pubblicato ieri alle 14.33, con la formula “ricevo e pubblico” che è parlante: viene usata comunemente in molti blog di una certa visibilità, e serve a comunicare qualcosa di cui non si è autori, che sembra avere una certa attendibilità, ma senza endorsment, cioè prendendone le distanze e rimandando il giudizio ai lettori. Il traffico è stato piuttosto intenso, con un secondo picco alle 18:25 in corrispondenza della ripubblicazione dello stesso sul blog di Grillo. Tale condizione di traffico elevato non è infrequente per questo blog, che risiede non a caso su un costoso server dedicato, con una banda massima a dispozione di 10Mbps e che, in passato, ha affrontato condizioni di carico intenso, anche proveniente dal primo blog italiano, manifestando eventualmente alcuni rallentamenti, ma senza mai arrendersi. Invece ieri sera, poco dopo le 19, improvvisamente arriva un crollo verticale e definitivo, che non si era mai manifestato prima nonostante sei anni di onorata attività. Il tutto è ben raffigurato nel grafico della banda entrante e uscente, che ho messo a disposizione ieri sera su Twitter (per la serie mi casa es tu casa).

La coincidenza ovviamente ha scatenato ipotesi di varia natura, tanto più che i tecnici di Aruba non sembravano venirne a capo. Anche perché il server in apparenza funzionava bene: non era in corso nessun attacco di natura Dos (Denial of service). L’unica anomalia era che il traffico entrava, ma non riusciva ad uscire. Solo dopo cinque ore, verso mezzanotte, è arrivata la spiegazione ufficiale: “dopo alcuni test, cambiando la porta dello swicth a cui è collegato, il server è tornato nuovamente raggiungibile“. Dunque un malfuzionamento di un apparato che, in gergo tecnico, prende il nome di switch e che gli addetti ai lavori, in vita loro, mi hanno assicurato di non avere mai visto, neppure una sola volta, manifestare un’anomalia simile, per di più localizzata su una sola porta. Ma la Legge di Murphy è dietro l’angolo e comunque, in mancanza di un qualunque elemento contrario, non ho ragione di non attenermi alla spiegazione ufficiale.

Le prima reazioni

Grazie alla pubblicazione dell’email, che dichiarava di mostrare conversazioni tra un’esponente del Partito Pirata e l’uomo che ha depositato il falso simbolo del Movimento Cinque Stelle, abbiamo chiarito all’opinione pubblica che c’è un partito pirata vero e ce ne sarebbe anche un’altro falso, e che quello vero ha postato un comunicato stampa, con preghiera di diffusione (visibile a questo il link), nel quale sostiene di essere estraneo alle vicende di manipolazione del logo elettorale e, conseguentemente, a quelle mostrate nelle conversazioni disponibili online ed anzi di esserne vittima, al pari del Movimento Cinque Stelle.

Abbiamo appreso inoltre dell’esistenza di un certo signor Manuel Marco Marsili, cui un’ordinanza del Tribunale di Milano datata 30 marzo 2012 inibisce l’uso dei nomi “Partito Pirata, Pirateparty e/o Pirate Party”, neppure se utilizzati come nomi di dominio, nonché l’utilizzo del segno grafico della vela rigonfia verso destra. Tale Marsili, secondo La Stampa ha un passato molto fitto di militanza politica in varie formazioni, dai Verdi, all’Italia dei Valori, alla Lega. Scrive su La Voce, un quotidiano online che lo definisce “il leader del Partito Pirata”, nonché “candidato premier alle prossime elezioni politiche”.

La Voce d'Italia Manuel Marco Marsili Leader Partito Pirata

Tuttavia, da un rapido check su Whois, viene fuori che il quotidiano online è tecnicamente suo, il che rende le notizie pubblicate vagamente autoreferenziali.

Sta di fatto che, nonostante l’ordinanza, lui, Massimiliano Foti e Max Loda, si mettono in conda davanti al Viminale, pronti a depositare simboli come quello del Partito Pirata, di Antonio Ingroia e del Movimento Cinque Stelle, e riescono a battere tutti sul tempo. Il Viminale è stato in mano a Roberto Maroni fino all’insediamento del governo tecnico, e potrebbe essere proprio questo il “gancio” che gli consente di essere al momento giusto nel posto giusto, visto che con la Lega ha ricoperto prima incarichi importanti in Regione Lombardia, e poi la stessa è diventata cliente della sua Elimar Multimedia. Ma queste sono solo illazioni.

scippatori logo elezioni politiche 2013 max loda marco mauel marsili massimiliano foti

Abbiamo poi appreso sbigottiti della pubblicazione online di immagini ritraenti conversazioni tra Manuel Marco Marsili e Massimiliano Foti e che racconterebbero di accordi tra Marsili e Foti per affondare il Movimento Cinque Stelle, concordando per i giornalisti versioni di comodo e studiando a tavolino reazioni di indignazione preconfezionate, inviando foto per dimostrare la vicinanza di Foti a Grillo, e sostenendo che il logo farlocco del Movimento Cinque Stelle fosse appartenuto a loro sin dal 2007, depositato all’Agenzia delle Entrate. In relazione a questo punto, tuttavia, c’è un particolare, poco noto, che rende impossibile che il deposito di quel logo (MoVimento, con le 5 stelle, senza il sito di Grillo) possa essere avvenuto veramente nel 2007: il simbolo e lo stesso nome del Movimento Cinque Stelle sono stati pensati da Grillo e Casaleggio solo nel 2009. Prima esistevano soltanto nelle quartine di Nostradamus. Sostenere che qualcuno abbia potuto depositare un simbolo così chiaro ed evidente ben due anni prima rispetto al momento in cui un atto creativo lo ha generato non sarebbe stato comunque credibile. A meno che, naturalmente, questo qualcuno non fosse Nostradamus in persona. Il che, in questo mondo dai contorni incerti, fatto di movimenti anonimi e di pirati, da far invidia a Tolkien e al suo Frodo, non è tutto sommato la cosa più incredibile cui si possa pensare.

Marco Manuel Marsili sostiene che le conversazioni siano state taroccate (ironia della sorte: un gruppo di persone che secondo La Stampa “hanno come segno distintivo il tarocco“, vittime a loro volta di taroccamento. Legge del contrappasso?). La paventata denuncia alla Polizia Postale potrebbe atiutare a svelare l’arcano. Qualcuno di Anonymous (questa volta si può dire) ha fatto una serie di valutazioni sugli allineamenti, valide, ed alcune osservazioni invece spiegabili, per concluderne che si tratta di un fake. Andrebbero verificate anche queste. I disallineamenti, se confermati, potrebbero non indicare che si tratta di invenzioni, ma per esempio che si sono prese le parti sostanziali, tralasciando quelle inessenziali, unendole per questioni di sintesi, mantenendo auspicatamente inalterato il filo logico. Tuttavia sta di fatto che i contenuti delle conversazioni sono fedelmente attinenti a ciò che poi si è verificato davvero, dalle dichiarazioni agli articoli pubblicati, fino al dettaglio dei giornalisti interessati a ricevere le informazioni, che poi effettivamente ne hanno scritto. E perfino la foto, quella foto che doveva essere usata per dimostrare che Foti (la foto di Foti) faceva parte del Movimento di Grillo, e che poi è stata effettivamente inviata ai quotidiani, i quali come da manuale l’hanno usata. Un esempio su tutti: Libero. Una foto dove un Foti sorridente cerca di infilarsi dietro a Grillo per farsi ritrarre in sua compagnia, forse allungando un braccio per un’autoscatto, mentre Grillo è visibilmente in tutt’altre faccende affacendato. Una foto che potrebbe fare un qualunque passante e che non dimostra certo un rapporto di collaborazione.

 Foti Grillo

Conclusioni

La questione dell’autore delle screenshot e delle email non prevede una soluzione verificabile con assoluta certezza. Chi vi dice che “Anonymous ha negato ogni coinvolgimento” e si compiace di avere in mano la soluzione del caso, non conosce bene lo spirito e l’organizzazione, oppure è in malafede. Riprendo da Wikipedia:

” Anonymous è un termine dal duplice significato. Come fenomeno di Internet afferisce al concetto di singoli utenti o intere comunità online che agiscono anonimamente in modo coordinato, solitamente con un obiettivo concordato approssimativamente. Può anche essere inteso come firma adottata da unioni di hacktivists, i quali intraprendono proteste e altre azioni sotto l’appellativo fittizio di Anonymous. Più genericamente, indica i membri di alcune sottoculture di Internet. Le azioni attribuite ad Anonymous sono intraprese da individui non identificati che si auto-definiscono Anonymous. […] Anche se non necessariamente legati ad una singola entità online, molti siti web sono fortemente associati ad Anonymous”

Se pure gli hacktivist più importanti non ne sono al corrente, potrebbe benissimo trattarsi di un gruppo afferente alla filosofia di Anonymous che, come già accaduto in passato, ha agito in maniera indipendente, oppure di altri soggetti con gli stessi skills (e dunque sostanzialmente, solo in quanto a competenze, assimilabile agli hactivist di Anonymous). La questione è di lana caprina e non credo che neppure la Polizia Postale potrebbe venirne a capo facilmente, figuriamoci un popolo di allenatori di calcio che, una volta acquistato un mouse, diventano tutti sedicenti esperti di rete e dei suoi fenomeni.  Tuttavia, la rilfessione che a me sembra di una certa ovvietà, ma che forse per alcuni va sottolineata è la seguente. Spostare il problema dall’analisi del contenuto delle conversazioni pubblicate – che è certamente rilevante -, a quello della paternità dell’attività di hacking è la tipica attitudine di chi, quando il saggio (che non sono io) indica la proverbiale luna, si fissa sul dito e non riesce a focalizzare i suoi pensieri oltre. In parole povere: che si sia trattato di Anonymous o meno non fa molta differenza.

C’erano delle informazioni utili al dibattito pubblico, caricate in rete da qualcuno che aveva ritenuto dovessero essere rese di pubblico dominio. Erano e sono importanti oggi. Non tra un anno, quando i risultati degli eventuali accertamenti delle forze dell’ordine potranno forse essere resi noti, e neppure tra qualche settimana, attendendo improbabili conferme che in parte non arriveranno mai. Erano e sono importanti oggi, perché oggi possono riequilibrare informazioni costruite ad arte per influire negativamente sulla competizione elettorale. Quando questa sarà finita, appurare i fatti avrà un’utilità esclusivamente giudiziaria, ma la politica sarà stata, per l’ennesima volta, deformata dai soliti giochi di potere illeciti all’italiana.

Vi racconto una cosa. Ricordo che seguii da vicino le elezioni in Sardegna. Misi in guardia i cittadini sardi rispetto alle tecniche di campagna elettorale, costellati da bugie preconfezionate, che Berlusconi avrebbe messo in atto per far vincere il suo candidato, Cappellacci. Il 26 gennaio 2009 feci questo video, indirizzato a Renato Soru. La campagna elettorale proseguì come da copione. Berlusconi vinse e, come già fece in Abruzzo, non mantenne nessuna delle promesse altisonanti fatte agli elettori. Ma la cosa peggiore fu che la par condicio fu palesemente violata: i network mainstream dedicarono percentuali bulgare alla campagna elettorale di Berlusconi, e infime a quella di Renato Soru.  Le normative per chi viola la par condicio prevedono una multa. Una robetta irrisoria che arriva, se arriva, a frittata fatta, dopo che imprenditori-squalo si sono rubati e rivenduti ogni cosa e possono permettersi di pagare la mancetta all’Agcom, come successo appunto in Sardegna. Come successo anche nel Lazio, quando Rete dei Cittadini, che presentava un candidato governatore, è stata esclusa di peso da qualsiasi trasmissione televisiva Rai. In questo secondo caso vi fu addirittura un ricorso al Tar. Ma a che serve un riconoscimento legale di un diritto defraudato, quando ormai tutto è stato falsato e chi si è visto si è visto?

Per questo, in un contesto così importante come le prossime elezioni politiche 2013, è necessario fare tutto il possibile perché le anomalie e i tentativi di manipolazione emergano subito, quando ancora siamo in tempo per discuterne ed eventualmente realizzare azioni di riequilibrio. Per questo ho pubblicato quella email e per questo lo rifarei anche domani mattina ed ogni altra volta in cui, come in questo caso, io venga in possesso di informazioni possibilmente plausibili e importanti, già pubblicate online, delle quali è prioritario discutere “adesso”, tutti insieme.

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LIGHTS OUT TERRORE NEL BUIO TRAILER ITA HD UFFICIALEIl trailer HD ITA (in italiano) di Lights Out: terrore nel buio. #NonSpegnereLaLuce I migliori film horror a casa tua: Film Horror al Cinema. Dal produttore James Wan (“L’evocazione-The Conjuring”), è in arrivo il racconto di un terrore sconosciuto in...==> GUARDA TUTTO ==>