Il referendum sull’euro? Si può fare!

La questione del rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta all’interno della nostra organizzazione politica ed istituzionale è uno degli temi centrali del MoVimento. Strumenti che dovranno portare ad un rafforzamento della democrazia fondata sulla partecipazione attiva di tutti i cittadini, contro quel sistema di «democrazia dei partiti» (o partitocrazia) che è stata l’espressione più evidente della volontà delle vecchie forze politiche di spostare la sovranità dal popolo ad un particolare soggetto politico, il partito appunto. Uno dei punti programmatici del MoVimento è, in questo senso, costituito dall’introduzione del referendum propositivo senza quorum. Come è noto, per realizzare questo obiettivo sarà necessaria una modifica della Costituzione, che non potrà non attuarsi attraverso tutti i passaggi previsti dal testo costituzionale.
Adesso tutti cadono dal pero

di Valerio Valentini, da Londra.
La prima volta che su questo blog accennai all’imminente indizione di un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE era il 7 ottobre 2012. Cioè quando la maggior parte dei giornali italiani non trovavano nulla di più interessante da raccontare dell’Inghilterra che i topless di Kate Middleton. Poi, una settimana fa, la notizia improvvisa, il fulmine a ciel sereno: “Cameron annuncia un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE”. E tutti, ovviamente, cadevano dal pero. Ora, a distanza di qualche giorno da quel roboante annuncio, cerchiamo di fare chiarezza.
Grillo fuori dall’euro
Il 9 novembre scorso ho aperto un sondaggio sul blog. Lo spunto è stato un articolo di Paolo Becchi che stimolava il Movimento Cinque Stelle a prendere una posizione chiara sull’Europa e sull’Euro, mentre notoriamente la posizione di Beppe Grillo è quella di fare un referendum consultivo.
I referendum consultivi, come è noto, non sono previsti dalla nostra Costituzione. Tuttavia, entrammo in Europa proprio grazie a un referendum consultivo. Come è possibile? Semplice: venne proposta e approvata una legge di rango costituzionale (una legge di rango costituzionale, in soldoni, ha forza pari a quella degli articoli della Costituzione, mentre i referendum normali sono indetti con legge di rango inferiore). Si era nel 1989, e tra i firmatari di tale legge – indovinate un po’ – c’era un parlamentare di nome Giorgio Napolitano. Il referendum chiedeva l’indizione di un governo europeo, e l’impegno di Re Giorgio, allora principe, sarebbe stato in seguito premiato con la carica di parlamentare europeo. Potrebbe questo signore, oggi, porsi criticamente di fronte a un progetto politico di cui è stato fondatore e per il quale ha svolto costantemente il lavorio di un indefesso sherpa? La domanda è retorica.
In ogni caso, quando vi dicono che fare un referendum consultivo sull’Europa oggi è impossibile, mentono: come insegna l’illustre precedente, si può fare qualunque cosa, a patto di averne la volontà. Meglio farebbero, se fossero onesti, a dire “non lo vogliamo fare”, ovvero: “non vogliamo che i cittadini abbiano modo di esprimersi su qualcosa che ad oggi, più che dare loro un futuro, glielo sta sottraendo”.


