samanta di persio

Bisogna bonificare Taranto, come hanno fatto in Germania

di Valerio Valentini

Ho intervistato Samanta Di Persio, scrittrice che si occupa di temi delicati: morti sul lavoro, condizioni delle carceri, scandali del terremoto a L’Aquila. Sull’Ilva di Taranto, oggi, ci racconta come tutti sapessero tutto, già da anni, perché i dati mortali erano già ampiamente noti. Ma ovviamente nessuno ha fatto niente. E ci racconta anche come lo spread che ci separa dalla Germania non sia soltanto quello sui titoli finanziari.

Il colore della morte

Il colore della morte
intervista a Samanta Di Persio

Le chiamano morti bianche, ma il colore giusto è il nero. Tutte le morti sono nere. Il colore della putrefazione, della cancrena. Il colore che risucchia tutti gli altri fino a spegnerli in sé. Così, come la luce entra in buco nero e non sa più uscirne, i nostri sogni, le nostre speranze, e tutto l’amore di cui siamo stati capaci, un bel giorno attraversano un punto oltre il quale non solo svaniscono, ma perdono qualsiasi memoria di se stessi, come se non fossero mai neppure esistiti.

Sì, le chiamano morti bianche, ma la disperazione che si lasciano dietro è nera. Nera come un pozzo nero, come le acque nere, come l’umore nero di chi ha perduto suo marito, suo figlio, suo padre, e nessuno lo aiuterà mai con un solo centesimo di risarcimento. E insieme alle morti bianche ci sono anche gli infortuni bianchi: gente che era nata con due braccia, due gambe, dieci dita, e all’improvviso non gli tornano più i conti. A lungo, l’illusione sensoriale continua a percepire una mano dove non c’è più, ma bisogna stare lontani dagli specchi, è chiaro, altrimenti il giochetto non regge….

Le chiamano morti bianche, nel tentativo di renderle candide, immacolate, innocenti, e sarebbe interessante chiedere ad un uomo che sta precipitando nel vuoto, magari perchè nessuna misura di sicurezza è stata adottata dal suo datore di lavoro, se in quel preciso istante si senta così in pace con se stesso e con la società. Negli anni ’60 li chiamavano omicidi sul lavoro. Meno tranquillizzante, se volete, ma certo più realistico.

Invece, oggi le chiamano morti bianche. Bianche come un bianco Natale, come la biancheria che sa di lavanda, come i capelli di un vecchio. Bianche come le nuvole bianche, come la spuma delle onde del mare, come la panna, come il latte, come la neve che attutisce il dolore ricoprendo ogni cosa di un bianco mantello silenzioso…

Le chiamano morti bianche. E vi prendono per il culo.

A l’Aquila ho intervistato Samanta Di Persio, autrice del libro Morti bianche. Una ragazza davvero speciale. Guardate l’intervista nel video accluso al post.

Oggi, intanto, vi racconto questa storia, la storia di Andrea, tratta da Morti Bianche e anche dal Sacrario virtuale dei Caduti sul Lavoro. Ho messo la foto, così che anche voi possiate guardarlo bene, mentre leggete.

20 giugno 2006

Andrea aveva solo 23 anni e ogni giorno partiva da Porto Sant’Elpidio (Ap) per recarsi al lavoro. Un’ora di auto per andare ed un’altra per tornare, ovvero ottanta chilometri al giorno, con la sua nuova “Opel corsa” nera fiammante da pagare a rate, per recarsi nell’entroterra di Ortezzano dove si trova l’Asoplast, azienda dell’indotto Merloni con un centinaio di operai, florida e moderna come poche nello stampaggio di materiale
in propilene, pvc e tampografia.
Quel fatidico 20 giugno 2006, Andrea si alza alle tre e quarantacinque del mattino per essere sul posto di lavoro alle cinque. Alle sei e dieci la macchina tampografica comincia a dare problemi, come già più volte era accaduto, allora Andrea cerca di risolvere il problema come facevano anche gli altri operai. Mette la macchina in “stand-by” (usando il pannello dei comandi che si trova lontano dal piano di lavoro e deve essere azionato con entrambe le mani) e controlla. In quel momento la pressa riparte da sola lasciando ad Andrea il tempo di lanciare un urlo lancinante e la testa viene colpita da due tamponi che gli spezzano l’osso del collo in pochi secondi.

L’hanno trovato così i compagni di lavoro in una pozza di sangue che usciva copioso da un orecchio. Tutto ciò è accaduto perché quella macchina assassina era priva di mezzi di sicurezza: vale molto di più la produzione che una vita umana… Un operaio viene considerato un numero che può essere facilmente sostituito. Andrea era un ragazzo senza troppi grilli per la testa. Amava la musica e la vita, amico degli amici, di indole fin troppo buona.

Perdere un figlio è un dolore indescrivibile, perché l’attaccamento è viscerale, il cordone ombelicale non si spezza mai, ora il mio cuore è morto insieme al mio sole, la mia vita scorre lentamente, come se l’orologio non avesse più lo stesso ritmo.
Ora Andrea non c’è più, in casa resta un dolore enorme ed un silenzio atroce…
Mancano la musica, il suono della sua chitarra e della sua tromba, mancano i suoi abbracci ed i suoi baci. Mancano… mancano… mancano… Di lui restano solo foto, ricordi ed una fredda tomba dove solo i fiori gli fanno compagnia.

È trascorso un anno da quando il mio angelo se ne è andato. Da quel giorno, la nostra famiglia è distrutta. Nessun aiuto da parte di nessuno, né dai proprietari della fabbrica, che io definisco uomini senza cuore né cervello, né da parte delle istituzioni.
Abbiamo bisogno dello psicologo e dello psichiatra e da parte della Asl mi sento rispondere che gli specialisti lavorano solo al mattino. Ma io lavoro, mia figlia va a scuola, quindi non possiamo usufruire di questo servizio. Una famiglia abbandonata a se stessa e neppure un risarcimento, all’infuori di 1.600 euro per le spese funerarie.

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