E’ la sovranità popolare, bellezza
Qualcuno fa notare che tra i nomi finiti in nomination per il referendum di domani sul nuovo Presidente della Repubblica vi sono anche alcuni europeisti (o euristi) convinti. Su tutti, Romano Prodi, che dell’ingresso dell’Italia nell’euro è stato artefice (nonostante perfino i tedeschi sapessero che non avevamo le carte in regola per entrare). Ma anche Emma Bonino, grande amica di Mario Monti, con il quale ha condiviso lunghi anni alla Commissione Europea (e anche qualche guaio giudiziario).
Non voglio ripetere qui le considerazioni che hanno spinto questo blog a dare voce, sin dal giorno successivo al “Golpe morbido”, alle critiche e alle perplessità sulla natura del nuovo corso intrapreso dalle istituzioni, eterodirette da un giano bifronte dove la parte economico-finanziaria era diventata prevalente rispetto alla volontà popolare. Non era semplice, quando tutti inneggiavano al “fate presto” o restavano annichiliti di fronte all’ineluttabilità degli eventi (che avevano portato un burocrate, sconosciuto ai più, ad essere investito del titolo di senatore a vita e, nel giro di 48 ore, di presidente del consiglio, in concomitanza con la Grecia), andare in televisione a prenderti del complottista solo perché chiedevi se fosse giusto che la finanza si fosse mangiata la politica, con tutti i dubbi che ti attraversavano, non avendo ancora ben metabolizzato qualcosa che tuttavia sentivi di non poter accettare (prendendoti per di più gli sberleffi da chi – si sarebbe visto in seguito – stava millantando addirittura i suoi pomposi titoli di studio). Non era semplice, ma la semplicità o la convenienza non sono stati mai criteri che hanno guidato le mie azioni. Nel tempo avrei trovato illustri compagni di strada, che avrei aiutato ad esprimere con argomentazioni più tecniche (Borghi, Bagnai, Napoleoni, Undiemi e tanti altri) o più filosofiche (Becchi ed altri) quella inquietudine diffusa che non aveva diritto di rappresentanza nel Paese.
Gli spin doctor, i giornalisti e il frame
di Marcello Foa
Sono Marcello Foa e sono un giornalista di scuola montanelliana. Oggi dirigo il gruppo editoriale del Corriere il Ticino, in Svizzera, insegno anche giornalismo e comunicazione sia all’USI di Lugano sia in Cattolica e ho incentrato le mie ricerche e la mia analisi, anche quotidiana, sul modo in cui i governi e le istituzioni riescono ad orientare i media, spesso all’insaputa sia dei giornalisti e sia dell’opinione pubblica. Sulla base di queste analisi, mi sono accorto di un’anomalia molto frequente, ovvero che i giornali e i media in generale ripetono tutti gli stessi errori, hanno la stessa visione della realtà, dei fatti. Senza mai differenziarsi, indipendentemente dal loro colore politico. Quando scoppia una grande crisi, quando c’è un grande evento, voi prendete il Corriere, il Giornale, la Repubblica, ma anche grandi giornali stranieri come la Neue Zürcher Zeitung, la Frankfurter Allgemeine, il New York Times, il Times, eccetera, e vi accorgerete come i fatti che vengono riportati siano quasi sempre gli stessi. Allora a metà degli anni 2000 mi sono chiesto: ma com’è possibile che i giornalisti, in democrazia, si comportino sempre tutti allo stesso modo? E ho trovato la risposta in una parola che negli ultimi tempi è diventata di moda, ma che fino a poco tempo fa non lo era affatto, ovvero negli spin doctor.
Sparare sulla Croce Rossa
Non mi piace sparare sulla Croce Rossa. Rispetto gli anziani. Riconosco i diritti politici a chiunque, anche di chi ha condotto una battaglia faziosa, contro ogni buon senso, per vent’anni, rendendosi in qualche modo corresponsabile della situazione odierna, e adesso ha perso. Non ce l’ho con nessuno, non mi interessa mettere il dito nella piaga, non mi piace torturare gli sconfitti, perché nulla di ciò che questi oggi sono è ontologicamente ricollegabile a quello che sono stati ieri: il tempo che scorre non ci cambia, ma sostituisce per intero noi stessi con nuove persone senza passato e senza memoria. per cui prendersela oggi con qualcuno, per le sue colpe di ieri, sarebbe come accanirsi contro un ologramma proveniente da una dimensione parallela.

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