E se il problema fossimo noi, anzichè gli zingari?

Ricevo e pubblico, dalla Franconia dove al momento mi trovo, una lettera di Isa.

Isa, una ragazza di Livorno, merita decisamente molto rispetto per avere avuto il coraggio, e non solo quello delle parole, di entrare in contatto con una realtà così variegata e complessa come quella dei Rom.
Quando si parla di integrazione, di accettazione, di capacità di incontro, è a una persona come Isa che si fa riferimento.

E se il problema fossimo noi, anziché gli zingari? Se il problema lo avesse la nostra società più che la loro? Se fossimo noi a dover cambiare invece di loro? Proviamo a ribaltare il problema. Proviamo a cambiare punto di vista.Prima di tutto: perché chiamarli zingari? Questo termine ha assunto nel tempo un’accezione negativa. Per tanti di noi zingaro vuole dire ladro, bugiardo, sporco e chissà cos’altro. Altre volte li chiamiamo nomadi, ma, a parte il fatto che nella loro storia quella di essere nomadi è stata una necessità per sfuggire alle persecuzioni, più che una libera scelta, perché definire un popolo in base ad una loro caratteristica? E’ così riduttivo e poco rispettoso.

Ma se non sono zingari e non sono nomadi, di chi stiamo parlando?

Proviamo a conoscerli, proviamo a entrare – con rispetto – nella loro storia. Proviamo a sospendere il giudizio. Proviamo..

E’ quello che ho cercato di fare io con 3 Rom venuti dalla Romania. Loro sono qui per sfuggire ad una situazione di povertà estrema ed hanno trovato riparo nella mia città, sotto il sagrato di una Chiesa, vicino a dove abito.
Tra loro c’è una donna di 29 anni, incinta di tre mesi, che ha lasciato a casa altri 2 bambini e condivide il freddo del nostro inverno con il marito e un cugino di appena vent’anni che vuole con caparbia determinazione rimanere in Italia, malgrado un decreto di allontanamento pesi come una spada di Damocle sulla sua testa.
Nel decreto si legge che queste tre persone sarebbero un pericolo per la collettività, in base al fatto che non possono dimostrare di mantenersi, di avere un lavoro e una residenza. E’ come dire che la povertà è un reato.

Grazie ministro Amato per aver trasformato la lotta alla povertà in una più esplicita guerra al povero! Dovrò ricordarmelo la prossima volta che mi troverò a dover decidere a chi accordare la mia fiducia.

Ma dov’è il pericolo? Spesso le nostre paure sono dovute all’ignoranza, alla non conoscenza di questa gente.
Per la mia esperienza devo dire che sono persone bellissime! Hanno sempre dei sorrisi enormi, anche se sono stati sgomberati dalle loro baracche di fortuna la sera prima, come è successo proprio a loro (come a tanti altri visto che il sindaco ha deciso la linea dura) la scorsa settimana.
Non si scoraggiano, sono capaci di chiederti una cosa cento volte finchè non l’hanno ottenuta e poi, per quello che ho potuto vedere, hanno una forte propensione alla condivisione. Quando vado a trovarli se mangiano o bevono mi offrono sempre quello che hanno e lo fanno in un modo molto familiare, come se ci conoscessimo da sempre tanto che, devo confessare, la prima volta che è successo mi sono commossa.

Ora, tornando alla mia provocazione iniziale, quello che voglio dire è che l’incontro delle nostre due culture fa emergere i limiti della nostra società dominante, i suoi guai più grossi che, secondo me, non sono affatto la sicurezza, ma piuttosto la mancanza di capacità di accettazione del diverso che fa scattare tante paure. E’ noto che di fronte all diversità, viene fuori la parte peggiore di noi, sperimentiamo le nostre chiusure, le nostre difese, le nostre paure.
Grazie all’incontro con l’altro è invece possibile un cambiamento, un cammino di maturazione personale: un’occasione di crescita che può diventare crescita per tutta la nostra società.

Un prete che ho conosciuto e che da più di trent’anni condivide la sua vita con una carovana di Sinti (gli “zingari” giostrai, per intenderci) ci ricorda che ogni uomo (Rom e Sinti compresi, dunque..) porta in sé un dono che se realizzato migliora la società.
Sta ad ognuno di noi concedere a se stesso e alle altre persone che incontra lo spazio vitale e le condizioni di libertà e di dignità necessarie per realizzare il sogno di una società includente, una società cioè che non escluda nessuno e che realizzi una convivenza pacifica, nel rispetto delle differenze.

E se tutto ciò può sembrare utopistico, voglio ricordare – come ha scritto Riccardo Putrella nel suo libro “il diritto di sognare” – che sognare non è fuggire la realtà: è sganciarsi dalle evidenze, lasciare deliberatamente i sentieri dell’obbedienza, proiettarsi in una realtà che si osa pensare differente.

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