La dichiarazione di Amburgo

 

Dio creò il cielo. Pensò che fosse un progetto troppo campato in aria, così aggiunse la terra. Guardò giù e vide che era cosa buona e giusta. Così la diede ad Adamo perché ne godesse i frutti, e per non lasciarlo solo creò Eva. La storia ci tramanda che Eva spinse Adamo a mangiare l’unica mela che Dio gli aveva proibito di toccare.
Non andò esattamente così. Dio in realtà sarebbe potuto passare sopra alla storia della mela. Era pronto a metterci una pietra sopra. Il fatto è che Adamo ne conservò i semi e piantò cento, mille altri alberi di mele. Creò supermercati, asfaltò i prati fioriti e fece viaggiare autotreni carichi di tutto quello che riusciva a saccheggiare dalla madre terra. Ben presto il Paradiso Terrestre – l’Eden – si trasformò nella pianura padana. Per punizione, Dio tolse il desiderio sessuale a Eva, aumentandolo di intensità in Adamo,  e non contento creò le banche. Pare che andandosene, di spalle, Dio abbia bofonchiato:  “Ora le mele chiedile ai banchieri. Vedi se te le danno”.
Dove arriva il business non cresce più l’erba. I sogni, gli ideali, le buone intenzioni alla base di progetti innovativi vengono abbattuti per fare spazio agli interessi, alla bramosia, a nuove opportunità di arricchimento.
Internet è il Paradiso Terrestre della condivisione. Il sistema di navigazione è stato creato dai ricercatori universitari per coltivare e scambiarsi il frutto della conoscenza. Era una cosa buona e giusta, e ce ne hanno fatto dono. Come Adamo, oggi vogliamo prendere i frutti della rete, le informazioni, e rivenderceli. Speriamo che Dio questa volta non se ne accorga. Non oso immaginare quale potrebbe essere la sua punizione…
La Dichiarazione di Amburgo è una grande occasione persa di mostrarsi creativi e lungimiranti. E’ di questo che si occupa il video di oggi.

LA DICHIARAZIONE DI AMBURGO

Ciao a tutti oggi parliamo della Dichiarazione di Amburgo.
Mentre c’è una larga fetta della rete che sostiene il libero scambio d’informazioni e la condivisione della conoscenza, che poi è esattamente lo scopo originario per il quale la rete e internet sono state inventate – non dimentichiamoci che il sistema di navigazione si è sviluppato nei laboratori universitari per permettere a ricercatori che magari stavano a centinaia di chilometri di distanza di scambiarsi materiale, documenti, conoscenza attraverso l’HyperText Markup Language, l’HTML, in maniera facile veloce e immediata – ecco, c’è una parte invece della rete che cerca di imbavagliare, di bloccare questa circolazione sanguigna. Abbiamo assistito ad anni di dure battaglie legali portate avanti dalle associazioni dei discografici: prepariamoci adesso alle battaglie dell’editoria.
Ma cosa significa “Dichiarazione di Amburgo“? Esiste una cosa che si chiama European Publishers Council. E’ l’associazione degli editori europei, che cercano così di fare corpo per tutelare i propri interessi. Questi signori si sono recati dal Commissario per la Società dell’Informazione e dei Media al Parlamento Europeo, tale Viviane Reding, e le hanno consegnato un documento, chiamato per l’appunto Dichiarazione di Amburgo, dove tra le altre cose scrivono:

We advocate strongly urgent improvements in the protection of intellectual property on the Internet.
(Propugnamo con forza urgenti migliorie nella protezione della proprietà intellettuale in Internet)

E ancora:

Universal access to websites does not necessarily mean access at no cost.
(L’accesso universale ai siti web non significa necessariamente accesso gratuito)

Quindi gli editori si stanno mettendo di traverso. Vogliono rinforzare un protocollo, l’ACAP – Unlocking content for all (ironia della sorte, significa sbloccare i contenuti per tutti), che specifica per ogni articolo pubblicato esattamente chi sono gli autori quali usi sono consentiti per ogni articolo, in maniera che la rete non posso più fare man bassa, saccheggiare i loro contenuti privandoli in questo modo di un supposto guadagno.
Ma chi sono questi signori che si sono recati al Parlamento Europeo la settimana scorsa per consegnare un documento dai contenuti molto discutibili? Beh, sono tutti membri dello European Publishers Council,  ma ci occupiamo in particolare di quelli italiani. Diamo un’occhiata. Sono Carlo De Benedetti, gruppo L’Espresso, Giorgio Valerio, amministratore delegato di RCS Quotidiani, e un tale James Murdoch, CEO di News Corporation, al cui nome siamo abituati in Italia per via di SKY, la televisione a pagamento, che già però percepisce dei soldi per la sua fruizione.
E come mai questi si preoccupano tanto di dover difendere la loro proprietà intellettuale, i diritti sugli articoli che pubblicano? E’ molto semplice, basta dare uno sguardo alla quotazione in Borsa dei loro titoli tra il 2005 e il 2008. Si può evincere una tale caduta libera che al confronto un lancio di un parà della Folgore è paragonabile ai primi passi di un neonato.

Ma perché la quotazione in Borsa di RCS e del Gruppo L’Espresso e così miseramente crollata? Per scoprirlo dobbiamo misurare alcuni parametri fondamentali per un giornale cartaceo come per esempio la readership. Che cosa è la readership? E’ un po’ come la leadership, un parametro difficilmente quantificabile con precisione ma che tutto sommato indica un’influenza. Nel caso della leadership è l’influenza sul un gruppo di lavoro, sui colleghi, sugli amici. Nel caso della readership è l’ influenza sui lettori effettivi, che poi significa quante persone effettivamente cambiano idea dopo avere letto i tuoi articoli. Un altro parametro importante è sicuramente la tiratura media, e questo e più di facile comprensione, e poi c’è il totale pagata che rappresenta il numero esatto di copie che sono state effettivamente pagate. Io posso avere una tiratura di 100.000 copie ma in effetti avere soltanto 80.000 copie pagate, perché le altre le distribuisco gratuitamente, magari in via promozionale.
Diamo uno sguardo allora a questi valori effettivi. Controlliamo per esempio come si è comportato il Corriere della Sera. Notiamo che per quanto riguarda la readership tra il 2005 e il 2008, cioè misurando il periodo che va da marzo a giugno e sommandolo a quello che va da settembre a dicembre del 2005 – ovvero i periodi in cui si vendono di più i quotidiani, è inutile andare a guardare agosto -, e raffrontandolo con settembre-dicembre e marzo-giugno del 2008, era di 2.942.000 lettori nel 2005, e di 2.907.000 lettori nel 2008. Il Corriere ha perso cioè 35.000 lettori potenziali in due anni e mezzo. Per la Repubblica invece è andata a un pochino meglio. Nello stesso periodo la readership è passato da due 2.958.000 a 3.069.000. Ha guadagnato un’influenza generale di 138.000 lettori.
Analizziamo ora la tiratura. In un solo anno, tra il 2007 e il 2008, il numero di copie stampate del Corriere della Sera è passato da 822.420 copie di tiratura media giornaliera a 760.350. Cioè il Corriere in un solo anno sta stampando 62.000 copie in meno. Nello stesso periodo La Repubblica invece stampa 109.000 copie in meno. Quindi La Repubblica ha sì una readership maggiore, forse per l’influenza della sua parte online, ma sta stampando il doppio delle copie in meno che stampa il Corriere della Sera.
E il totale pagata? Quante di queste copie vengono effettivamente pagate? Per il Corriere della Sera, sempre nell’ultimo anno, siamo passati da 599.195 copie a 552.627. Il Corriere della Sera ha cioè 46.568 persone in meno che ogni giorno comprano il suo giornale. Invece La Repubblica ne ha 91.701 in meno! Quindi la Repubblica sta perdendo i suoi lettori in maniera più consiste di quanto non faccia il Corriere della Sera. E questa era la situazione del  cartaceo.
Andiamo ad analizzare la versione online delle stesse testate. Prendiamo come periodo di riferimento un arco di un mese, l’ultimo mese. Confrontiamo cioè il periodo che va dal 16 giugno al 16 luglio del 2009 e raffrontiamolo con lo stesso periodo del 2008. Vediamo subito che il Corriere della Sera ha avuto una performance, un incremento di quasi 40 milioni di pagine viste, passando da 551.587.539 a 589.518.399. Anche le visite hanno subito logicamente lo stesso andamento: ce ne sono oltre diciassette milioni in più. Che differenza c’è tra le visite e le pagine viste? Semplice: se io mi collego a www.byoblu.com e guardo 10 articoli diversi, ho fatto 10 pagine viste ma una sola visita. E La Repubblica? Come ci si può attendere, anche La Repubblica ha avuto un forte incremento nella sua versione online, ma qui la sorpresa è notevole perché la differenza fra l’ultimo mese di quest’anno e l’ultimo mese di un anno fa è di ben 236.397.892 pagine viste! La Repubblica perde un pochino di più, diciamo il doppio rispetto alla tiratura del Corriere della Sera nella versione cartacea, ma guadagna quasi sei volte di più nella sua versione online. Ovviamente anche le visite sono aumentate, per la precisione di 21.106.606.
Cosa significa tutto questo? Significa che la gente, come abbiamo sempre detto, sta abbandonando progressivamente le versioni cartacee dei giornali che quindi vanno a picco – e conseguentemente vanno a picco anche i loro introiti, tralasciando ovviamente i contributi statali che invece fioccano come se fossero neve – per buttarsi a capofitto su Internet, per cercare informazioni dalla rete. Internet è l’informazione per eccellenza. Internet è lo scambio, la condivisione. Questa cosa gli editori l’hanno capita benissimo, infatti sono molto preoccupati. Hanno capito che non venderanno più una copia dei loro giornali mentre probabilmente continueranno ad aumentare i visitatori online. Quindi cercano di imbrigliare la rete riportandola a un modello che per loro sia sostenibile. Un appunto a Carlo De Benedetti però bisogna farlo, “Caro Carlo, perché anziché andare al Parlamento Europeo a sostenere che Internet va regolamentata perché voi non guadagnate più niente, non ci siete andati invece per denunciare il comportamento di Silvio Berlusconi, il tuo e il nostro premier, che ha invitato gli industriali e non fare più pubblicità suoi tuoi quotidiani rischiando in questo modo di incidere pesantemente sui suoi introiti. Non è questo qualcosa che avrebbe dovuto essere portato all’attenzione della comunità europea con più urgenza?
Beh ragazzi preparatevi, perché se Viviane Reding dovesse valutare positivamente questa istanza dello European Publishers Council e dare via a un iter parlamentare per la definizione di una legge che tuteli e rinforzi il diritto d’autore e la proprietà intellettuale sui contenuti informativi, sulle informazioni e le notizie in rete, un domani potreste non sapere più niente se non pagate prima di navigare sui siti del Corriere della Sera della Repubblica.
Io credo del lavoro delle redazioni e dei giornalisti vada tutelato perché, parliamo chiaro, nessuno può lavorare gratuitamente. Questo lo sto sperimentando anche sulla mia stessa pelle. Ma l’informazione… l’informazione è sempre vissuta un po’ come qualche cosa che è molto affine al volontariato, alla carità, alla gratuità. Perché? Perché noi abbiamo acquisito Diritti di cittadinanza nell’evoluzione delle varie forme di governo. I primi durante la Rivoluzione francese, la libertà. l’uguaglianza. la fratellanza ma soprattutto il diritto a un minimo di benessere, il diritto a poter mangiare, ad avere una casa. A questi diritti in America si è addirittura aggiunto di recente il diritto alla felicità. E così ci siamo inventati una serie di tutele, di garanzie che conferiscono a uno stato democratico i principi di base, le fondamenta solide su cui edificare la tutela di questi stessi diritti. Uno di questi edifici, costrutti teorici è proprio la separazione fra i poteri, lo sappiamo tutti: il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario ai quali però nel corso del tempo se ne aggiunto un altro fondamentale. E’ il quarto potere, ovvero il potere della stampa. Le nostre decisioni, la valutazione dell’operato del governo e quindi la successiva riconferma o meno alle elezioni politiche dipendono esclusivamente dalle informazioni che abbiamo. Le informazioni sono importantissime: sono il quarto potere. In un paese democratico ed evoluto come l’Inghilterra l’informazione è considerata la reale opposizione di governo, perché devo andare a fare le pulci, deve mordere le caviglie dei governanti e contrastare in questo modo la normale tendenza all’auto soddisfacimento dei propri bisogni tipica di qualsiasi essere umano. Figuriamoci, se è così in Inghilterra, se non dovrebbe essere così in Italia, dove l’opposizione parlamentare non esiste e quindi l’unica forma di opposizione possibile dovrebbe essere la stampa. Così purtroppo non è: l’unica forma di opposizione possibile in questo momento è la rete.
Ora se la stampa può essere considerata il quarto potere, è possibile assoggettare questo potere ad una remunerazione economica? E’ possibile mettere dei paletti, dei vincoli, creare delle tessere, degli abbonamenti, dire se paghi ti informo, se non c’hai una lira rimane ignorante?
Verso quale mondo vogliamo andare? Un mondo dove l’informazione non è libera non è un mondo giusto ed equilibrato. Un mondo dove la conoscenza non viene condivisa e resa fruibile a tutti è un mondo che non si evolve. Un mondo dove l’informazione è centralizzata, assemblata da poche strutture centrali, da grosse testate suscettibili di essere controllate, è un mondo che o è soggetto a forti pressioni, a causa per esempio dei contributi statali, oppure è blindato, accessibile solo quelli che se lo possono permettere.
E se il futuro fosse la rete? Se il futuro fosse fatto dei piccoli editori, i blogger, i micro-publisher, quelli che fanno informazione capillare e dalla cui interazione nasce l’informazione reale?

30 commenti

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  • Scusami, ma tu in che mondo credi di vivere? Pensi davvero che possa esistere qualcosa di davvero gratuito a questo mondo?
    Fatti una semplice domanda: chi produce informazione ha dei costi? Qualcuno dovrà pagare questi costi. E sei così certo che sia meglio per te ignorare come questi costi siano coperti?
    Se un’informazione è a pagamento, puoi liberamente scegliere se pagarla o no, e in questo modo, sarai più interessato alla qualità dell’informazione.
    In realtà, non capisco neanche quale sia l’oggetto del contendere: già oggi ognuno di noi può scegliere cosa dare gratuitamente e o cosa fare pagare: dove sta il problema?
    La mia opinione in proposito è che qualunque cosa gli editori tentino di fare, l’informazione gratuiota in rete ci sarà sempre, così come ci sarà sempre la TV gratuita, perchè veicolare messaggi pubblicitari in senso lato è economicamente abbastanza vantaggioso da coprire agevolmente i costi. Rimarrà il problema epocale della carta stampata, ma quel problema non si ferma probabilmente con nessun provvedimento legislativo.
  • Due cose non mi sono chiare:
     
    1. gratuità è bello, ma per tutelare (giustamente) gli stipendi dei lavoratori dell’editoria quali dovrebbero essere le fonti di guadagno? La pubblicità? I contributi statali? Ma così siamo punto e a capo… vorrei capire meglio questo aspetto.
     
    2. non capisco l’urgenza della proposta degli editori; già adesso se uno vuole applicare una licenza ad un’opera d’intelletto (un articolo di giornale, un brano musicale ecc…) ha mille possibilità. Esistono le licenze Creative Commons, sono fatte apposta.  Esiste il Copyright, che già tutela automaticamente i diritti di proprietà intellettuale delle opere. Se poi un quotidiano ci vuole guadagnare sull’edizione on-line, non ha che da applicare una restrizione all’accesso (username e password, IP di provenienza o altre diavolerie) e far pagare che vuole accedere. Ma questo esiste già. Che bisogno c’è di un’ulteriore regolamentazione?
  • Forse la principale intenzione di questo post è mettere sull’attenti gli utenti e i lettori: ovvio che una parte dei costi del servizio informazione deve ricadere anche sui fruitori di quel servizio. È ovvio anche che tali fruitori debbano avere la possibilità di scegliere se pagare o meno per quel servizio. Ma la domanda che nasce è: se tutti esigeranno di essere pagati, senza dare nemmeno una piccola parte di informazioni open source, chi non vuole o non può pagare, come farà a tenersi informato? È escluso dal giro. Ovviamente internet ha mille vie e scappatoie, le informazioni gireranno in qualche modo. Ma perchè bisogna sempre relegarsi nel buio angolo del fruitore "illegaloide" che ha bisogno del triplo del tempo per andare a trovare le notizie che, non solo gli interessano, ma che gli sono fondamentali per svolgere consapevolmente il suo ruolo di cittadino?
    Si sa: online più tempo ci vuole pre trovare una cosa e meno ci si impegna per cercarla (la componente tempo è essenizale nel mondo virtuale, ed è un tempo che ha regole diverse, più corte e veloci). Quindi, a meno che non sia estremamente interessati o spinti da causa di forza maggiore, la ricerca viene abbandonata. Quante persone, pur di non pagare in termini di tempo, oltre che di denaro, si allontaneranno dalla ricerca delle informazioni, restando all’oscuro?
     
    L’accento è posto proprio sulla fretta degli editori. È ovvio che ci sono in ballo più interessi di quanti ne abbia svelati Claudio. Questa fretta è sospetta, così come è sospetta ogni richiesta di limiti all’accesso.
    Gli editori non stanno chiedendo di poter restingere l’accesso ai propri siti (cosa che possono già fare senza dar conto a nessuno), ma l’accesso all’informazione, di default. Chiedono che per legge (europea, tra l’altro) non si possa avere infomazione se non dietro pagamento. È una cosa che deve mettere in guardia tutti. Perchè se domani ci svegliamo e ci accorgiamo che non c’è più informazione che non sia sottoposta a tributo non possiamo dire: "Ah, ma com’è? Io non ne sapevo nulla".
     
    Difendere il multiplo e diversificato accesso all’informazione, libera o pagata, è compito dei fruitori, perchè l’interesse e il guadagno che deriva dalla circolazione delle informazioni è tutto loro. Cioè, nostro.
  • In una visione più generale, è la "forma lavoro" che sta cambiando (o scomparendo). Insieme al welfare e ai diritti alla felicità, alla casa, ecc…
    Il tutto è per metà frutto di una strategia precisa di impoverimento di massa a fini di controllo (se si fatica a campare, non si hanno i mezzi e il tempo per insorgere o sabotare )…
    E’ dal crollo delle Torri Gemelle che è cambiata la musica, che dietro la "guerra al terrorismo" c’è, malcelata, una "guerra al cittadino", che fa scricchiolare pesantemente le istituzioni e i teoremi illuministi nati dalla Rivoluzione francese (la strategia folle dei poteri atlantici – Obama non fa eccezione più di tanto – suona un po’ così: se i terroristi si nascondono in mezzo ad un popolo tutto sommato benestante e libero, priviamo il popolo di risorse economiche e diritti per impedire che tra loro possano nascere dei potenziali terroristi che possano nuocere per davvero… colpirne 100 per educarne 1… è la nuova strategia della tensione). E, con il "borghese", sta finendo anche il lavoro salariato… Il lavoro è una lotteria, un concorso a premi, una meta irraggiungibile… forse inesistente.
     
    L’avvento dell’informatica di massa ha fatto il resto. Nessun professionista, tutti professionisti.
    Il lavoro gratis è una realtà che molti 30-40 enni stanno sperimentando… Sbocciano fantastici video-maker, giornalisti, registi, musicisti, ingegneri, programmatori, che hanno imparato direttamente usando dei programmi professionali… divenendo più bravi anche dei loro "colleghi" titolati.
     
    Come non vedere che questo sta distruggendo dall’interno tutto l’edificio del lavoro?… I vari "tengo famiglia", le burocrazie, il merito, la carriera, i lavori inventati per giustificare altri lavori socialmente inutili o dannosi, i vari e vaghi "servizi alle imprese", ecc… La novità della rete in realtà sta smantellando un po’ alla volta il tessuto sociale, rivelando, ad una società impreparata, che molti lavori non sono più necessari…
     
    Così questi editori poco lungimiranti si chiedono: "Ok, c’è un nuovo grosso bacino di utenza, una nuova domanda che non avevamo considerato… e ora come la controlliamo, come stronchiamo sta masnada di liberi pensatori fuori mercato, come ci guadagnamo su?".
    Non c’è niente da guadagnarci… questo è il punto. Non si può controllare la produzione immateriale (subito scambiata, distribuita e consumata)… questa non si adegua alle categorie ottocentesche della "fabbrica"… E’ aria fritta. Non si mangia. Si copia con un click. Gratis. Niente profitto.
     
    E’ il capitalismo (così come lo conosciamo) che sta finendo…
    Dovremmo pensare ad inventarci nuove forme di convivenza e di scambio economico. Di libertà. Di cultura. Logiche diverse da quella del protagonismo, del personalismo, del successo, del profitto, della smania erotica per il denaro e della distruzione delle risorse (anche e soprattutto umane…). O, inevitabilmente, ci aspettano anni di autoritarismi che la nostra coccolata generazione non ha conosciuto abbastanza…
     
     
  • Mi pare che con Paolo concordiamo. per quanto riguardo Valerio, mi pare che egli esprapoli un po’ troppo. in ogni caso, è un discorso troppo complesso per condensarlo in un commento.
    Vorrei replicare invece ad Alessandra. Tu poni l’ipotesi di cosa succederebbe se nessuno desse più informazione gratuita. Il punto è che questa ipotesi non è credibile, è inutile ricamarci su. Se partiamo dal presupposto ovvio che nessuno già oggi ci da’ qualcosa per benevolenza, ma che ci sta sempre un interesse economico concreto, capiamo che l’informazione gratuita è l’affare più conveniente possibile per chi ce la da’: facciamo noi il favore a loro attingendo ad essa, e non il contrario.
    Il problema difatti è un altro, è la qualità dlel’informazione. Se come già oggi è, l’informazione è filtrata accuratamente per tenerne fuori ciò che appare a tanti scomodo e inopportuno da divulgare, ben venga la segregazione dell’informazione. L’informazione è interessata, è questo il problema, e qualsiasi problematica dovrebbe quindi riguardare il miglioramento nella sua obiettività. Se qui invece poniamo scenari fantascientifici, di un mondo lasciato senza informazione, all’oscuro perfino di quello che i potenti hanno interesse vitale a propagare, andiamo completamente fuori strada, non cogliendo l’essenziale del problema.
  •   Secondo me è sbagliato focalizzare l’attenzione sulle azioni dell’editoria ufficiale miranti a difendere i propri interessi, è risaputo che tali organismi, progressisti che siano, dipendono sempre dalle leggi di mercato.
    L’attenzione, casomai, va focalizzata sulla possibilità che l’informazione altyernativa non venga limitata attraverso leggi "bavaglio"; esistono nella rete testate giornalistiche nate on line e gestite da volenterosi ma anche da giornalisti free lance. E’ su queste testate che bisogna focalizzare l’attenzone, evitare che vengano impedite nella loro opera di informazione libera, anche attraverso sostegni sia attraverso la visione ma anche con commenti e articoli.
    ciao
     
  • Grazie Claudio per darci sempre queste interessanti notizie.
    Apprezzo sempre molto i tuoi articoli, e nel mio piccolo cerco ogni tanto di cliccare le pubblicità per farti guadagnare qualcosa.
    Continua così.
  • Che bell’ articolo…..
     
    Ma se ti avessero proposto di farlo a pagamento cosa avresti fatto??
     
    Io credo che proprietà intelletuale sia un sacrosanto diritto, ma non quella dell’ editore.
    Nel senso se io scrivo un articolo posso scegliere che destino avra questo, se essere pubblicato gratis o a pagamento.
    Il fatto sta che, non solo l’ informazione di base politica, economica e cosi via  è a pagamento, ma anche una grande quantità di pubblicazioni scientifiche, articoli di riviste etc.
    Io credo che una legge sensata sia quella che passato un certo arco di tempo diciamo 2 o 3 anni, qualunque tipo di notizia scritto etc debba essere reso pubblico e gratuito. Qualunque archivio di testata o di biblioteca debba, dopo un arco di tempo in cui le spese per la produzione siano state recuperate con profitto, reso gratuito e accessibile magari online.
    Sai che grande passo avanti farebbe l’ uomo se tutte le informazioni pottessero essere a portata di clik.
     
    In molti casi gia internet ti permettere di accedere a un gran numero di informazioni, ma pensa alla più grande biblioteca del mondo in 20 lingue, una babilonia dell’ informazione.
     
    Penso prorprio un’ utopia.
     
    Ciao Daniele
  • Il problema è complesso. In casi come questo, quando il problema lo capisco poco, mi piace cercare di schematizzarlo e metterlo in una forma più comprensibile. Perché a volte una buona soluzione
    è dietro l’angolo ma è la complessità del problema che ce la fa sfuggire.
    Sostanzialmente: ci sono da una parte coloro che fanno informazione, producono buone idee, musica, filmati e tutte quelle cose che in rete si possono scambiare con una velocità impressionante, con un click. Dall’altra ci sono i fruitori di tutto questo lavoro di ingegno.
    Le ragioni dei primi.
    Beh, loro ci mettono l’idea, il tempo, magari anche molti soldi. In una parola il lavoro. Giudicare se quello che hanno fatto è di qualità oppure no spetta poi a qualcun altro. Se non è di qualità siamo tutti d’accordo: sarebbe meglio che si dedicassero ad altro. Non siamo tutti portati a fare certe cose ed esistono lavori per tutti i talenti. Se però quello che fanno viene ritenuto interessante da molte persone, la cosa cambia. Siamo animali sociali con parecchia materia grigia per pensare. Come ci serve il cibo per nutrire il nostro corpo così ci serve un buon libro, un buon film, un buon post di Byoblu, un buon articolo di Travaglio per nutrire l’intelletto. E’ giusto che il lavoro svolto per fare queste cose venga anche retribuito, perché la cosa sicura è che tutti dobbiamo campare in qualche modo. Se viene retribuito un allevatore di polli perché non dovrebbe esserlo, ad esempio, Byoblu?
    Le ragioni dei secondi.
    E’ giusto oppure no che l’informazione sia accessibile a tutti? E il divertimento? E l’accesso alla conoscenza nel senso più alto del termine? Perché se questi vengono riconosciuti come diritti allora devono essere garantiti anche ai poveri. E i poveri soldi da dare per queste cose certamente non li hanno. E i ricchi o i meno ricchi perché dovrebbero pagare se c’è qualcuno che non paga?
    Come capita spesso tutti hanno ragione, anche se solo in parte. La rete con la sua capillarità e velocità ha acuito un problema molto più antico. Le idee devono avere o no un prezzo? E chi lo decide quanto costano e come pagarle? Chi lo stabilisce se una idea è buona o no? Se io mi compro una buona idea posso o no usarla come mi pare? Ho il potere di moltiplicarla copiandola e rivendendola a mia volta! Perché non dovrei usarlo?
    Decidere il prezzo di un pollo è molto più semplice e nessuno te lo può copiare…
    Per ovviare a questi problemi ci siamo arrampicati parecchio sugli specchi. Sono stati creati brevetti, licenze di ogni tipo… A quanto pare però queste soluzioni non soddisfano pienamente nessuna delle due parti in causa. Occorre probabilmente cercare soluzioni diverse.
    Lo stato potrebbe fare qualcosa. Però al solo pensarlo ci vengono in mente, per associazione spontanea, le parole corruzione e concussione…
    Vi vengono in mente soluzioni diverse?
  • Sembra uno di quei problemi senza soluzione, proprio per le motivazioni espresse da FitTizio: l’informazione presenta un costo, e non si può pretendere che certi lavori (specie di questa responsabilità) debbano essere svolti gratis o solo da chi può permetterselo (una sorta di plutocrazia informativa?). Allo stesso tempo l’informazione è un bene di primaria importanza, per cui si dovrebbe cercare di assicurarlo pure a chi non possa permetterselo.
     
    Finanziamenti? Si potrebbe passarli da statali ad europei in modo da limitare l’influenza e la ‘ricattabilità’, però resta il problema del controllo. Chi controlla l’utilizzo dei finanziamenti?
     
    Se invece si pensasse a microfinanziamenti, ad esempio tramite sms: quanti sarebbero disposti a pagare? I ‘benefattori’ riuscirebbero a sostenere le varie spese?
  • Io non credo né ai "benefattori" dell’informazione, né a chi è autorizzato e pagato per "in-formare".
    Dovremmo abbandonare l’idea che conoscere e informare possa essere fonte di profitto (essere dunque una doppia "fregatura"). Dovremmo smettere di pensare che ogni cosa che facciamo debba avere necessariamente un profitto. E’ la responsabilità di ognuno che dovrebbe spingere ad informare, a confrontarsi e discutere… "Salvarsi il culo" dovrebbe venire prima di "riempirsi le tasche".
     
    Distribuire ancora di più i mezzi per poter informare (internet, fotocamere, videocamere) è prioritario. Chiunque è attento, ha una videocamera, amici che sanno montare video, amici distribuiti sul territorio è più ricco di qualunque network televisivo, nella sommtoria incrociata potenziale delle relazioni reali e virtuali… Prima e accanto ai fatti ci vogliono dei forum… E’ quello che i giornali non hanno. Devo sapere come la pensa chi scrive, prima che sottoponga un articolo o un servizio.
     
    In seconda battuta occorrerebbe coordinare questi sforzi in un sito (una specie di ANSA collettiva, visto che l’ANSA, una delle principali fonti di notizie, è decisamente "venduta"…) che organizzi i temi o che progetti una piattaforma, una griglia, in cui tutti possano inserirsi incanalandosi automaticamente… Divisa per aree culturali e politiche dei reporter e redattori, per argomento, ecc…
    Vi è già in giro per internet qualcosa del genere, ma non mi convince e non funziona… il motivo è la tendenza al particolarismo, all’ideologizzazione di parte, alla perniciosa mania di protagonismo incentivata da questo "diabolico" (o siamo noi ad esserlo?) mezzo che è la rete, alla "concorrenza" feroce (anche in assenza di profitto) che ci si fa incomprensibilmente…
     
    In definitiva:
     
    – I giornali (e non mi dispiace affatto) dovrebbero scomparire. Niente professionisti e quarto potere centralizzato, ma distribuito tra i destinatari-produttori dell’informazione (questo modello di "decentralizzazione" dovrebbe essere applicato a tutto, in ogni caso…).
     
    – Dovremmo usare la rete per davvero. E per farlo occorre uno spirito solidale che (se mi guardo in giro) non esiste… e che dovrebbe venire prima del bisogno di informatizzarsi…
     
    Nel momento in cui qualcuno vorrà costruire questa "macchina" gestita dagli utenti, al di là dei particolarismi e le smanie personalistiche (o degli interessi della stessa "macchina") forse contribuirò con passione nei limiti delle mie capacità e disponibilità (come montatore video, operatore, giornalista, compositore, grafico, ecc…).
     
    Prioritario è per me smontare questa farsa che viviamo, questo "Truman show".. E se continuiamo a pensare come chi ci condiziona, non ci sarà progresso alcuno…
     
  • Come delle specie di smard grid energetiche applicate all’informazione: ognuno è contemporaneamente consumatore e produttore su piccola scala. Se ho capito bene, questo è più o meno il pensiero di Valerio.
    Idea suggestiva. Rimane da capire se la solidarietà, la passione, l’idealismo siano precondizioni o conseguenze. Forse l’una e l’altra cosa insieme.
    La tecnologia fa passi da gigante, si parla di web semantico, di nuovi paradigmi e chissà che altre diavolerie. Faranno crescere quell’intelligenza collettiva che Internet implementa a livello ancora embrionale, quel gigantesco World Wide Brain i cui neuroni sono i singoli utenti, i singoli blogger, dal più scalcagnato al più evoluto, io stesso che commento a quest’ora – forse dovrei andare a dormire? 🙂
    Nessuno può stabilire se questa sia un’utopia, nessuno è in grado di prevedere l’evoluzione futura. Ho solo qualche perplessità, nel senso che questa "intelligenza collettiva" si trasformi in una cacofonia, un po’ come certi blog superpopolari in cui migliaia di commenti equivalgono a nessun commento, ciascuno dice quel che gli passa per la testa, gente che si insulta, OT come piovesse. Ma forse si troverà un equilibrio anche in quello, chissà…
  • Ho qualche osservazione a riguardo di "abbandonare l’idea che conoscere e informare possa essere fonte di profitto".
    Una mia perplessità riguarda cosa esattamente possa essere realmente lasciato senza profitto. Ad esempio, un libro, un articolo, un post su un blog possono essere messi sotto forma di molti caratteri ordinati secondo un preciso codice, esattamente come la foto di un segretissimo progetto militare o un file audio o un file video, grazie alla digitalizzazione. Possiamo catalogare tutto come informazione o conoscenza? Se togliessimo il fine di lucro, quanti film sarebbero realmente prodotti? Quanta musica? Quanti libri?
    Parliamo poi della qualità delle cose prodotte. Se togliessimo il fine di lucro cesserebbero di essere remunerative molte professioni. Questo comporterebbe che molti dovrebbero fare qualche altro lavoro remunerativo e solo nel tempo libero potrebbero dedicarsi a cose come la produzione di conoscenza. Però la domanda è: davvero sarebbe aupicabile avere tutti dilettanti invece di qualche buon professionista? Per quello che ne so per andare a fondo nelle cose si ha bisogno di tempo e concentrazione. I dilettanti in genere difettano di queste qualità. Avremmo quindi necessariamente un calo nella qualità dei prodotti finali, nella profondità delle idee dietro essi.
    Esiste un modo per ovviare ad alla mancanza di tempo individuale, sfruttando in modo razionale il poco tempo di molti individui. E’ l’organizzazione che può fare la differenza. Individuare degli obiettivi, fare un progetto e pianificare la sua realizzazione. E’ quello che sta dietro aprogetti felici come linux e wikipedia. Però per avviare un progetto importante occorre avere buone idee ma servono anche forti motivazioni per portarlo avanti. Inoltre deve essere condiviso da molte persone altrimenti il poco tempo individuale non consentirebbedi vederlo progredire in tempi ragionevoli. Non dimentichiamo che ognuna di queste persone deve poi avere le conoscenze necessarie per poter contribuire. Il ché richiede che una buona parte del loro poco tempo sarà dedicato all’apprendimento piuttosto che al contribuire fattivamente.
    Per concludere ritengo molto affascinante l’ipotesi ma ritengo che le libertà che verrebbero ad aversi da una parte sarebbero compensate da una specie di freno alla produzione di conoscenza.
  • salve
     
    bisogna specificare una cosa.
    se queste famose testate giornalistiche, chiedono soldi per il diritto intellettuale, bisogna farli capire un altro concetto.
    la notizia non la creano loro ma viene creata dalle situazioni di altre persone o eventi,
    quindi bisogna farsi pagare come fonte dell’articolo da chi volesse raccontarla.
    cosi qualcuno abbasserà la testa.
    caro corriere della sera , repubblica, e altri giornali
    vuoi raccontare la notizia di un omicidio , paga i familiari della vittima per poter scrivere la notizia, vuoi scrivere le quotazioni in borsa paga le aziende quotate per riportare i loro punti percentuali, vuoi riportare leggi varie paga lo stato per poterle scrivere nel tuo giornale cosi via dicendo, è alla fine dopo che voi avrete pagato le fonti delle vostre notizie , noi pagheremmo i vostri giornali per leggerli.
    cordiali saluti.
     
     
    • Un fantastico nuovo punto di vista. Mi ricorda tanto quando Robin Williams fa salire gli studenti sulla scrivania nell’Attimo Fuggente.
       
      In effetti, comunque, molte interviste vengono già adesso "pagate"..
  • Il diritto d’autore esteso a chi crea la notizia?
     
    Mi viene da sorridire.
     
    In caso di rapina ad una vecchietta i giornalisti devono retribuire il ladro?
     
    il ladro dovrà poi dichiarare al fisco …. e se non lo fa è anche un evasore?
     
    è vero che per accaparrarsi alcune notizie il giornalista paga profumatamente, ma si tratta di questioni un pò differenti. E’ anche vero che altre volte è il giornalista che si fa pagare per la pubblicazione di articoli e servizi.
  • x tutti quelli che pensano che sarebbe giusto che i giornali on-line si paghino:
    Nessuno vieta a repubblica di consentire l’accesso alle notizie solo agli abbonati. e nemmeno alcuno gli ha ordinato di fare un sito. Quindi non rompessero please, se vogliono farsi pagare lo facciano. Altra cosa (E INFATTI LO SCOPO E’ AVERE UNA POSIZIONE DI DOMINIO) è la dichiarazione di Amburgo.
  • Certo 🙂
     
    Il discorso però non fa una piega …
    una cosa è certa … non sopporto i contributi versati dalla stato (da noi) a certe testate. Preferisco internet alla carta stampata. Che diano i contributi alla rete invece di imbavagliarla.
  • E’ qualche mese che ci penso. Sono giunto alla conclusione che possa esistere un’alternativa, una via di mezzo tra la situazione attuale molto restrittiva nei riguardi della protezione dei diritti intellettuali e la completa eliminazione di ogni vincolo. Un’alternativa ancora non percorribile. Ma che potrebbe esserlo fra pochi anni.
    Proverò a spiegarmi il più sinteticamente che mi riesce.
    Quello che potrebbe essere disponibile fra pochi anni è un algoritmo applicabile ad un qualsiasi file e che, come output, sia in grado di distinguere cosa ci sia scritto e quanto questo sia "distante" da altri file nel suo database. Con questo intendo: sia in grado di riconoscere le idee che ci sono dentro e sia in grado di dire se ci sono o meno novità rispetto a quanto già si sa. Immagino poi che sia possibile attribuire una paternità ad ogni idea esistente associando in un (enorme…) database un’idea al suo ideatore. Se le idee appartengono ad un ideatore trapassato o ignoto si possono considerare patrimonio dell’umanità. Immagino anche che la maggior parte dei "file" che ci interessano passeranno attraverso internet.
    Con questi strumenti si può ideare la seguente cosa.
    Si può "fotografare" la situazione attuale per quanto riguarda la spesa totale in cose come l’informazione e la conoscenza. Istituire una tassa di scopo, la tassa "cultura e informazione", pesata per quanto riguarda il reddito (e quindi "giusta") il cui ricavato debba essere uguale alla spesa totale di cui sopra. La redistribuzione dei soldi in questione potrà essere affidata ad un software (e quindi niente magna magna). Ogni individuo parteciperà in qualità di fruitore ed avrà la facoltà di determinare nel suo piccolo la redistribuzione dei soldi nei seguenti modi:
    – scegliendo di scaricare o meno un file (peer to peer legalizzato ed incoraggiato) aumenterà il ranking di popolarità dello stesso
    – assegnando un giudizio di merito ai file di cui viene in possesso, aumentando quindi il ranking di qualità dei file.
    Ogni individuo potrà partecipare in qualità di produttore. Le sue idee saranno identificate e valutate dal software per attribuire un grado di originalità e dagli altri utenti per quanto riguarda gli altri parametri. Ovviamente chi avrà una buona idea sarà incentivato a metterla il prima possibile a disposizione degli altri prima che qualcun’altro la trovi indipendentemente. Servirà mettersi d’accordo per stabilire quanto i vari parametri alla fine influenzeranno la retribuzione finale, che a quel punto sarà fatta in automatico.
    Non so quanto sarà fattibile questa cosa, comunque conosco persone che lavorano per trovare le soluzioni e l’algoritmo di cui ho parlato. Mi hanno raccontato le loro idee e credo che potrebbero farcela. O almeno me lo auguro…
  • Proviamo a disegnare uno scenario commerciale un minimo plausibile.

    Come fino a oggi le persone si abbonano a Sky, per dire, acquistando mensilmente la possibilità di vedere determinati pacchetti, un domani potrebbe accadere che molti dei contenuti in rete vengano assegnati a determinati “pacchetti” per essere così serviti a pagamento all’interno di contratti con il service provider di turno.

    Ammettiamo per un attimo che questo possa mai accadere. Molte persone con i loro siti di informazione sarebbero già lì a sgomitare per acquisire i requisiti di appartenenza al proprio “pacchetto”. Perché si tratta di venire remunerati in base ai contatti.

    Questo senz’altro snaturerebbe l’informazione, così come ogni commercializzazione snatura il senso delle intenzioni e dei processi.

    Ma i miei figli troveranno subito il modo di aderire al gruppo – faccio per dire – dei “liberi” o dei “pirati”, ovvero a coloro che potendo disporre di pratiche sempre aggiornate per aggirare l’ostacolo smanettano al limite dell’hackeraggio. Questi gruppi ai margini sono anche i più interessati a divulgare informazioni libere da interessi e da vincoli e quindi diventano i controinformatori.

    Qual è il rischio? Nessuno. I grandi imprenditori della carta stampata di oggi sono sempre indietro di qualche anno sulle tecnologie della rete e la possibilità che il loro tentativo di imbrigliare il consumatore faccia solo buchi nell’acqua è sempre presente.

    Il ragazzo che nascerà e si nutrirà delle informazioni gratuite continuerà a farlo per tutta la vita, accorgendosi pure che quelle sono le informazioni più interessanti e meno manipolate dal potere o dagli interessi economici.

    Cosicché verrà allevata almeno una metà della popolazione fatta di liberi pensatori che non hanno versato un euro alla causa di questi protocapitalisti che di informazione e – soprattutto – di tecnologia ne sanno meno di quanto ne saprà mio figlio.

    Quindi, sorridiamo gente! E se nutriamo ancora dubbi pensiamo che quello che di buono è accaduto in Svezia con la Baia dei Pirati è possibile anche qui, basta volere combattere per la propria causa fino in fondo senza mai voltarsi indietro.

    Simon

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