Gheddafi vuole far fuori Berlusconi

Ti farò un’offerta che non puoi rifiutare“, disse il mafioso in una celebre scena de “Il Padrino“. Questa è la qualità dei legami che si stringono con i boss. Nessuno spazio per i contorni grigi: o sei dentro o sei fuori, o sei “nel cerchio della fiducia“, per dirla alla De Niro, oppure sei un nemico. E se sei un nemico, che Dio abbia pietà della tua anima.

È qualcosa di molto simile allo stato di natura, dove vige la legge del più forte. Una comunità sopravvive grazie all’assoluta fedeltà dei suoi membri. Una sola mela marcia può mettere in pericolo tutto l’albero. Ha sempre funzionato così, ai tempi dell’uomo delle caverne come a quelli dei barbari. Funziona così nelle forze armate, dove in tempo di guerra vige la legge marziale. Funziona così ancora oggi, nel mondo della criminalità organizzata come nella società civile, ovunque la posta in gioco si faccia via via più importante. L’unica differenza è nella punizione applicata. Se sei membro del board di un’azienda o dello staff politico di un ministro te la cavi (forse) con l’esclusione da ogni coinvolgimento diretto e indiretto con la catena di potere. Se invece sei il braccio destro di un capo clan, inizia a sceglierti un pilastro della “Salerno – Reggio Calabria” di tuo gradimento: ci passerai il resto dell’eternità e le tue ossa saranno materia di studio per gli archeologi del futuro.
Le regole di una moderna democrazia, con la sua bella Costituzione a garantire gli inalienabili diritti di cittadinanza, servono proprio a tutelare gli individui, tra l’altro, dalle “esecuzioni sommarie“. Ci sono voluti millenni ma, almeno formalmente, ci siamo dati leggi, procedimenti processuali, regolamenti di garanzia, giudici, avvocati e corpi militari in grado di garantirne l’applicazione. Per questo è opportuno che chi rappresenta un simile apparato di convivenza civile, in quanto simbolo, non lo esponga a contaminazioni pericolose, instaurando rapporti di natura equivoca con sistemi di potere legati a una concezione dei legami personali atavica, primordiale e perciò incontrollabile. Per questo, i baciamano a Gheddafi, sultano di una autocrazia violenta, instaurata sul principio mafioso del “cerchio della fiducia“, erano molto più che equivoci, così come la fornitura di 200 ragazze bionde sopra il metro e settanta per le sue lezioni di islam con conversioni a cottimo, così come la concessione di suolo pubblico italiano per l’allestimento di tende regali libiche in luogo di una più consona e sobria accoglienza in hotel, così come ogni altra esibizione di familiarità ed ogni ostentazione di “amicizia” personale in luogo di un più appropriato e freddo rapporto istituzionale.

Ora che l’amico di Gheddafi, il fido alleato, il “fratello di sangue” Berlusconi (fotografato insieme al boss libico su tutti i manifesti cittadini dall’Alpi alle piramidi, dalla tripolitania alla cirenaica) ha “tradito”, per il leader di una comunità tribale non resta che applicare la sua personale regola di sopravvivenza, le legge che senza processo e senza il riconoscimento di alcuna attenuante decreta la condanna a morte.
Così Berlusconi viene a sapere, da sue “fonti certe”, che Gheddafi ha dato mandato di farlo fuori e che il macabro verdetto riguarda anche i suoi figli. E cosa potrebbe fare, se non “avere paura”? Il nostro capo del Governo, indebolito da uno stile di vita più libico di quello dello stesso leader africano, braccato dalla giustizia che egli stesso amministra e ricattato da escort, alleati e perfino dalla sua stessa maggioranza, adesso è anche spaventato. E giustifica il suo “tradimento” tirando in ballo le pressioni politiche americane e il voto del Parlamento, avverso il quale egli non ha poteri. Pare, visto dall’esterno, come quel fido ex-socio di malaffari che di fronte al mitra puntato alla tempia piagnucola disperato, giurando e spergiurando che non è colpa sua.
Eppure è solo colpa sua, perché in fondo nessuno l’ha costretto a farsi picciotto con i mafiosi, commerciante con i barbari, bolscevico con il Cremlino, compagno con i dittatori dell’est europeo, unno con gli unni, druido gallico con i celtacchioni o, se preferite (scegliendo metafore a lui più congeniali), investitore spericolato in mercati altamente instabili.
Oggi, nel luglio 2011, Silvio Berlusconi chiosa sinistramente la fine ingloriosa del suo “capolavoro di diplomazia estera” (come lo chiama lui), ripetendo come un mantra «Me l’ha giurata!», e aggiungendo «Quello li la democrazia mica la capisce!».
 Ecco, ma se Gheddafi la democrazia mica la capisce, perché allora hai prostrato uno Stato sovrano democratico come l’Italia ai piedi di un dittatore, permettendo tra l’altro che acquisisse con i suoi fondi sovrani e personali (che poi sono la stessa cosa) azioni di maggioranza di banche italiane e quote di grandi gruppi industriali partecipati dallo Stato?
Noi ti avevamo avvisato, e parafrasando Bennato ora non ci resta che dirti: «E’ stata tua la colpa, e allora adesso che vuoi?»

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