I pirati somali

Chi sono i cattivi? Sono quelli che sfasciano una vetrina per rubare un iPod? Oppure sono quelli che rendono quegli altri così poveri e disperati da spingerli a sfasciare una vetrina per rubare qualsiasi cosa, compreso un iPod? E se poi i cattivi, resi cattivi, si incattiviscono e diventano cattivi davvero, al di là di ogni ragionevole motivazione? E’ colpa loro? Non dovevano forse permettere alla cattiveria di incattivirli, nonostante lo stato di cattività?
La società non ha dubbi. I pirati sono cattivi per definizione. E molti lo sono davvero. Eppure i pirati inglesi erano solo persone che tentavano una via diversa rispetto allo sfruttamento cui il sistema di navigazione li avrebbe costretti, fino alla morte. Prima di essere impiccato, il giovano pirata William Scott disse: “Quello che ho fatto è stato salvarmi dalla morte. Sono stato costretto a fare il pirata per vivere”.
I pirati somali, nella prima metà degli anni ’90, erano pescatori cui le multinazionali della pesca, forti della totale mancanza di una guardia costiera, inaridivano le acque, deprendandoli di ogni tipo di risorsa ittica, specialmente il tonno. Ridotti alla fame e uccisi dagli sversamenti di scorie nucleari, di piombo, cadmio e mercurio lungo i 3500 km della costa somala, pescatori e cittadini hanno iniziato a pattugliare le coste e a prendere in ostaggio chiunque valicasse i loro ormai inesistenti confini. Il riscatto era considerato una tassa per consentire ai somali di sfamarsi, nonché un risarcimento per l’inquinamento radioattivo dei loro mari. Per questo godevano del massiccio sostegno della popolazione locale, come i pirati assoldati da George Washington per pattugliare le coste americane, dato che non avevano una marina od una guardia costiera. Sugule Ali, un pirata somalo intervistato dal New York Times, disse “Il nostro scopo è di fermare la pesca illegale e lo scarico nelle nostre acque. Noi non ci consideriamo banditi del mare. Noi consideriamo banditi del mare quelli che pescano illegalmente e che rovesciano nelle nostre acque scorie nucleari e portano armi nel nostro mare”. Poi la cattiveria li ha incattiviti, o qualcuno deve aver capito che i milioni di dollari di proventi della pirateria erano un buon affare.
Tutto questo non ha niente a che fare con il rapimento degli italiani che da oltre sei mesi sono tenuti in ostaggio in attesa che Franco Frattini trovi la chiave per la loro liberazione. O forse ha molto a che fare, perché a pagare le ricche tavole imbandite dei più lussuosi ristoranti finiscono sempre per essere quelli che quegli stessi ristoranti non se li possono permettere. Forse una società meno verticale, costruita senza la costante predazione di aree della Terra sufficientemente lontane da non far gridare allo scandalo ricche signore in cerca di una borsetta di coccodrillo a 30mila euro, una società soltanto un pochino più equa e solidale, avrebbe potuto evitare tutto questo.
Gli ostaggi italiani devono ritornare alle loro famiglie. E noi potremmo imparare a mangiare un po’ meno tonno.

LIBERATELI!

Lettera di Francesco Lubrano a byoblu.com


 Gentile Claudio Messora,
mi chiamo Francesco Lubrano e abito a Procida, una splendida isola del Golfo di Napoli. Da 6 mesi alcuni miei paesani stanno vivendo una esperienza terrificante: sono nelle mani dei “pirati” somali. Parlo delle due navi italiane di Compagnie Armatrici Italiane: la “Savina Caylin” e la “Rosalia D’Amato“.
Anche il Santo Padre nell’Angelus li ha voluti ricordare, ma il tempo che passa e il silenzio assordante di tutti i media nazionali rende quest’attesa, principalmente per i familiari, una ferita aperta e sanguinante. Non vi è nessuna traccia mediatica (se non all’inizio) da parte di tutti i giornali, televisioni ed altro di questa tragedia umana che si sta consumando, sotto agli occhi di tutti, ma che si fa finta di non sapere, di non vedere, di non sentire.
Si consumano giornalmente pagine intere di riviste e programmi televisivi per “osannare” un assassino ( in generale ) e non si spende una parola (una) per questi ragazzi italiani (e non) che hanno il solo torto di essere nel posto giusto al momento sbagliato. 6 mesi, 180 giorni, 4320 ore di agonia senza sapere se fuori c’è qualcuno che si ricordi di loro, senza sapere se vivranno, se moriranno,… che tristezza!
Se mai saranno liberati, mi chiedo cosa vorranno sapere, cosa chiederanno, chi dovranno ringraziare per la loro liberazione. I media? La Chiesa? Il democratico popolo italiano? Oppure altri ancora? La mia coscienza mi impone di parlare. La mia coscienza mi impone di non tacere. Il mio cuore fa a cazzotti con il cervello perché “è stato imposto il silenzio“. E il silenzio è stato rispettato da tutti i Procidani, che solo per una fiaccolata sono scesi in piazza a manifestare solidarietà per i familiari. Adesso però basta! E’ venuto il momento di gridare ad alta voce LIBERATELI!!! Sono uomini di pace. Sono padri e figli che non meritano di tornare alle proprie case in bare di legno con tanto di bandiera tricolore. Abbiamo già vissuto queste esperienze e non vogliamo ripeterle.
La ringrazio per l’attenzione che vorrà dedicare loro, nella speranza che questa mia piccola voce possa essere un grido che echeggi costantemente nelle menti dei nostri governanti.
NON ABBANDONIAMOLI
Saluti,
Francesco Lubrano

 

2 commenti

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  • Innanzitutto, spero sinceramente che questo governo si dia da fare per liberare gli Italiani rapiti in Somalia.

    La prima cosa che mi viene in mente quando si parla della Somalia è il caso Ilaria alpi.

    nel 20 Marzo 1984 Ilaria Alpi fu uccisa insieme Marian Hrovatin,mentre si trovava a Mogadiscio come inviata del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi “a favore dei signori della guerra”e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l’esercito “GLADIO”ed altre istituzioni italiane. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano

    La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell’azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.

    Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l’omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell’economia italiana.

    Sulla “scena del delitto” erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).

    Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell’abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall’operatore dell’Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d’albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).

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