The MORO Files, Gero Grassi: 3 – Il Rapimento di Aldo Moro

#theMOROfiles Il Parlamentare Gero Grassi, grande esperto del caso Moro e conoscente personale del Presidente ucciso, promotore e membro della Commissione d’indagine Parlamentare “Moro 2” conclusa il 13 dicembre 2017, racconta in 5 appuntamenti su Byoblu la verità giudiziaria sull’evento terroristico più importante della storia d’Italia.

Ep. 3Il 16 marzo del ’78 noi ragazzi, poco più che ventenni, vissuti senza l’incubo della guerra, vissuti nella libertà e nella democrazia, diventiamo immediatamente vecchi e iniziamo ad avere paura del futuro. Gero Grassi racconta il rapimento di Aldo Moro, avvenuto alle 9 del mattino del 16 Marzo 1978, in via Fani.

trascrizione integrale del terzo episodio:

Che cosa succede? Che il bar “Olivetti” è uno degli epicentri del rapimento Moro scoperto da questa Commissione. Per la storia: i carabinieri che non trovano i due proprietari del bar “Olivetti” sono comandati dal generale Antonio Cornacchia al quale io ho contestato l’appartenenza alla “P2“. Lui dice di non essere mai stato iscritto, ma nella relazione Anselmi della “P2”, Antonio Cornacchia risulta.

E qui si apre un altro discorso, perché Tina Anselmi, primo Ministro donna della Repubblica italiana dice: Voi non potete capire il Caso Moro se non capite che cos’è la P2. Uno Stato che lavora contro lo Stato.

Nella P2 ci sono imprenditori, politici, giornalisti, magistrati, uomini delle forze dell’ordine. Addirittura durante il “Caso Moro” – quindi il 16 marzo/9 maggio – quattro generali dei carabinieri da Milano, Torino, Genova e Roma, con quattro gazzelle e quattro appuntati vanno a “Villa Wanda” ad Arezzo, e quando la Anselmi li interroga (nella “Commissione P2”), loro dicono che sono andati lì per comprare gli abiti della “Lebole” con lo sconto di Gelli. Vengono arrestati in Commissione.

Siamo in un contesto molto delicato. Che cosa avviene in via Fani? L‘azione terroristica dura 2 minuti e 56 secondi. La sparatoria 56 secondi. Vengono sparati 93 colpi di arma da fuoco. È difficile poter trasferire a chi ci ascolta che cosa significa, in così breve tempo, un alto numero di colpi di arma da fuoco, soprattutto è difficile poterlo spiegare perché lì ci sono sei persone chiuse in auto che vengono crivellate di colpi. Tanto è fulminea l’azione, tanto è violenta che i due carabinieri – quindi i poveri Leonardi e Ricci – vengono colpiti stando in auto da una distanza di dieci centimetri alla nuca. Quindi significa che chi ha sparato si è avvicinato al cristallo dell’auto.

È un dramma. È maggiormente un dramma sentire Alberto Franceschini che dice: “Non avevamo grande dimestichezza con le armi e spesso ci siamo sparati sui piedi“. Perché dopo la sparatoria c’è il colpo di grazia alla scorta? Perché nessuno doveva poter riferire quello che aveva visto. Ma che cosa poteva aver visto? Le “Brigate Rosse” che andavano a rapire Moro?

No! Perché il Procuratore della Repubblica di Roma – tre anni fa – dice: “È ormai certo che in via Fani, con le Brigate Rosse, ci fossero uomini della mafia romana (la Banda della Magliana), uomini dei servizi segreti deviati italiani e uomini dei servizi segreti europei che avevano almeno un interesse a creare caos in Italia.

Le Brigate Rosse, ma anche la polizia, sostengono che la sparatoria sia avvenuta soltanto dal lato sinistro di via Fani, quindi scendendo lato bar Olivetti. Io e il senatore Fornaro abbiamo dimostrato che almeno a Leonardi – caposcorta che sta avanti – e a Iuzzino, il poliziotto che riesce a uscire dalla macchina, hanno sparato da destra. Tenete presente che l’unico che non subisce il colpo di grazia è il poliziotto Zizzi che sta seduto dietro, nell’auto della polizia – quindi la seconda auto – avanti a destra.

Chi è Zizzi? È uno che non c’entra assolutamente nulla con la scorta di Moro: viene chiamato il 16 marzo mattina a sostituire un poliziotto – che si chiama Rocco Gentiluomo – il quale, secondo il suo collega Adelmo Saba avrebbe riferito: “Mi hanno voluto salvare e mi hanno messo in ferie“. Rocco Gentiluomo è nativo di un Comune vicino a Platì, capitale mondiale della ‘ndràngheta – Reggio Calabria -.

In Commissione, il 26 giugno 2017, viene  Abu Bassam Sharif, che è il braccio destro di Arafat. Un signore iperscortato, abbastanza mutilato perché andò a fare un comizio, gli regalarono un libro. Lui scese dal palco: voleva vedere che libro fosse. Aprì il regalo e saltò in aria. Perse tre dita, un pezzo di orecchio, un pezzo di occhio, tutto sfregiato. Il libro – per la storia – era “Il capitale” di Karl Marx, ma questo è un particolare secondario.

Abu Bassam Sharif ha detto: «Io che ne capisco di queste cose» Perché – diciamo – è uno che è stato al vertice della Palestina. «vi dico che anche l’umidità incide sulla traiettoria e chi ha sparato in via Fani non sono certamente quegli straccioni delle Brigate Rosse», perché era difficilissimo non colpire Moro, considerato che la sparatoria fu tanto veloce che bastava una pallottola di rimbalzo per ucciderlo e subito la frittata sarebbe stata tutta diversa.

In questo contesto , il 16 marzo, ci sono anche alcuni altri fatti strani. C’è un fotografo – Antonio Ianni dell’ANSA – che arriva prima delle forze dell’ordine, quindi fotografa i morti prima che vengano coperti. Perché la pietas umana porta a coprire il morto: qualunque sia la genesi del decesso viene coperto. E in via Fani succede la stessa cosa. Le foto che scatta Ianni sono spaventose perché lui fotografa i cadaveri prima che vengano coperti. Addirittura il povero Iuzzino – cioè il poliziotto che è riuscito a uscire e ha sparato due colpi – viene prima coperto con un giornale, solo la faccia, e poi quando arriva un lenzuolo gli mettono il lenzuolo addosso. Ianni fotografa anche un elicottero. Gli elicotteri, nella parte sottostante, hanno uno stemma che può indicare la polizia, l’esercito, la finanza. Questo elicottero non è cifrato. Ianni va a Pratica di Mare, dove all’epoca partivano gli elicotteri, gli dicono che nessun elicottero è partito.

La sera del 16 marzo subisce un furto a casa sua. Non gli rubano la pistola, non gli rubano i soldi, però gli mettono a soqquadro tutta la casa e gli rubano i rollini della mattina (alcuni). Lui va al commissariato di Monte Mario e il dirigente gli dice: “Non perdere tempo, sarà stato l’ufficio politico“. Nel ’78, nel Ministero degli Interni c’era l’Ufficio politico, cioè era un ufficio che trattava gli affari politici. Il capo di quest’Ufficio, noto piduista, Umberto Federico D’Amato. E quindi Ianni non fa la denuncia. Una parte delle foto, però lui le salva e, dopo averle pubblicate, le da all’archivio dell’ANSA. L’archivio dell’ANSA – alcuni anni dopo – subisce un furto e quindi noi non abbiamo le foto di via Fani, se non quelle pubblicate sui giornali: lui ne avrà scattate migliaia.

Chi c’era in via Fani quella mattina?

Guardi, le “Brigate Rosse” parlano prima di quattro, poi di sei e poi di nove brigatisti. La ricostruzione della Commissione impone una presenza di almeno venti persone. Abu Bassam Sharif dice: “Aprite gli occhi, italiani, perché lì c’era l’universo mondo“. Cossiga dà per certa la presenza di due moto Honda.

Due moto Honda. La Commissione scopre che le moto Honda sono almeno due. Le moto Honda, all’epoca, le aveva la polizia, ma noi non siamo mai riusciti ad avere dalla polizia le targhe delle moto Honda dell’epoca. Qualche suo collega – molto interessato perché pensiamo che prima di fare il collega facesse il brigatista – sostiene che Enrico Rossi (ispettore di polizia, quello della lettera La Stampa) si sia inventato tutto, e qualche collega mio sostiene che io fossi presente a via Fani per come la descrivo. Certo che la Commissione ha decretato che le due Honda c’erano. E se le due Honda c’erano, ancora una volta, ha ragione Cossiga. Perché Cossiga dice che le due Honda servirono a fare da staffetta e a fare i controllori dell’azione. Quindi le due Honda erano guidate da persone che controllavano che tutto andasse a posto. È immaginabile che ci fossero dei controllori delle Brigate Rosse? No! Se i controllori c’erano, erano degli altri uomini e quindi noi possiamo concludere dicendo – con una frase ad effetto – che in via Fani c’erano “anche” le Brigate Rosse.

Il Procuratore della Repubblica di Roma dice: “È ormai certa la presenza di servizi segreti deviati italiani e di servizi segreti stranieri che avessero interesse a creare caos“. Gladio non lo troviamo da nessuna parte perché non sappiamo che esiste. Gladio scoppia nel’90. È difficile poter provare ex post che ci sia una presenza di una struttura che tu all’epoca non conosci.

Chi è Gladio? Un soggetto a sé o un soggetto che si confonde con altri soggetti? Tenete presente che nel corso di questa indagine ci sono generali dei servizi in pensione che hanno detto che c’erano generali italiani che non rispondevano al Governo italiano del tempo, ma alla NATO. Quindi c’erano generali italiani che non riferivano al Governo e che nel contrasto di volontà o di decisioni tra il Governo italiano e la NATO rispondevano alla NATO. E la NATO e Gladio in che rapporto erano? O in che sovrapposizione erano? Sono tutte domande alle quali è difficile rispondere 40 anni dopo.

C’erano persone legate a queste entità che erano presenti là?

Guardi, il generale Guglielmi è il vicecomandante generale di Gladio e si trova là. Lui dice che si trova là perché va a trovare un amico – il generale D’Ambrosio – a farsi un caffè, ma si trova là. Può essere vera l’ipotesi del caffè, può essere un caso che stia là, ma può essere là per altri motivi.

Però lui dice che è stato invitato a pranzo. 

Sì, alle nove di mattina! Nel linguaggio criptico, “invitato a pranzo” è un messaggio – secondo me – che lui manda ad altri per dire che: “Io so quello che si è fatto“. Un invito a pranzo alle nove di mattina è un po’ difficile. Noi dobbiamo stare sui fatti della Commissione. Perché quelli sono accertati, il resto tutto può essere. Il mazzo dei fiori che aveva in mano la ragazza, poteva essere un segno distintivo, ma la funzione di quella ragazza è attraversare la strada e far decelerare le auto.

Piuttosto, chi è quella brigatista? È la moglie di Alessio Casimirri, un brigatista presente là, mai arrestato dal ’78. La madre è cittadina vaticana, il padre fa il capo ufficio stampa di Paolo VI°, Giovanni XXIII° e Pio XXII° (i Papi che non c’entrano nulla). Lui frequenta l’ambiente vaticano e noi scopriamo – dopo 40 anni – che lui, da latitante, va a riscuotere lo stipendio nella scuola dove insegna educazione fisica, va a consegnare in una caserma dei carabinieri delle armi, passeggia in via Della Conciliazione, dove viene visto da un amico del padre che conosce anche lui. Questo amico del padre è il capo della gendarmeria vaticana, il Dottor Cherubini. Chi è il Dottor Cherubini? Il padre di Jovanotti. Cherubini, diligentemente, denuncia alle autorità italiane che Casimirri se ne va in giro. Casimirri viene arrestato, i carabinieri gli fanno la foto segnaletica, ma non va in carcere: sparisce! E quando noi, attraverso il Ministro degli Esteri Gentiloni (Governo Renzi) chiediamo al Nicaragua di darci Casimirri – perché lui gestisce là a Managua, un ristorante “La magica Roma”, il Governo nicaraguense dice: “Non ve lo diamo perché è un nostro cittadino“.

Lo scandalo è nel fatto che i Governi italiani, dal 1981/82, quindi da Cossiga Presidente del Consiglio fino al Governo Letta, passando per Andreotti, Forlani, Spadolini, Prodi, Dini, Ciampi, Amato, Craxi, Berlusconi, D’Alema, Goria, De Mita, non hanno mai chiesto l’estradizione di Alessio Casimirri.

 Alcuni, probabilmente in perfetta buona fede, ma non in perfetta buona fede chi ha consentito che Casimirri, arrestato e foto-segnalato, fosse immediatamente rilasciato. Perché non è detto che il Presidente del Consiglio debba sapere di Casimirri. Può non saperlo, ma qualche generale che l’ha fatta l’operazione gliel’avrebbe dovuto dire. Non volevano che Casimirri fosse arrestato.

Il 16 marzo succede anche che il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti dichiari: “Il Governo ha deciso di non trattare“. Il problema è che uno studio del giornalista – oggi europarlamentare – David Sassoli e del mio collega Francesco Saverio Garofani, che hanno scritto un libro a proposito, insieme alla desecretazione degli atti fatta dal Governo Renzi – e quindi alla possibilità di accesso anche ad atti che prima erano coperti dal segreto -, mostra che Andreotti fa questa dichiarazione, che il Governo ha deciso di non trattare prima che il Governo si insedi. E nessuno per tanti anni, se non Sciascia, capisce che Andreotti ha bluffato dicendo una cosa che non ha fatto. Non c’è alcuna decisione del Governo di non trattare.

La mattina del 16 marzo, in via Fani, alle 11 – lo dichiara la sua segretaria presente, ma di spalle – in un albergo di via Veneto a Roma, l’Hotel Excelsior, Licio Gelli riceve due persone alle quali dice: “Con il rapimento di Aldo Moro il più è fatto. Aspettiamo gli eventi“.

Il 16 marzo del ’78 noi ragazzi, poco più che ventenni, vissuti senza l’incubo della guerra, vissuti nella libertà, nella democrazia, diventiamo vecchi perché abbiamo paura del futuro e delle armi, perché tutti i telegiornali dicono, in quel periodo, che ogni giorno viene ucciso un sindacalista, un politico, un carabiniere, un poliziotto, un magistrato, un giornalista… C’è una pioggia di piombo spaventosa. Io, però dopo tutti questi anni mi sono convinto che l’obiettivo non era la categoria, ma la persona: si voleva colpire quello che rappresentava quella persona in quella categoria. È un fatto anche di simboli.

In questo contesto, il 17 marzo, in Italia si apre una disputa storica che permane: trattativa sì o trattativa no? Curioso che quando Cossiga viene interrogato, alla domanda: «Chi è il capo del partito “antitrattativista?”» risponda: «Eugenio Scalfari di “Repubblica”».


Guarda tutta la serie #theMOROfiles:

3 commenti

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  • Molto buono come narrato: sobrio e chi ha orecchio per intendere…Siamo sotto il Quarantennale del Massacro e dei tanti, troppi buchi per ancora vagantii. bello la frase del Presidente “A via Fani c’erano anche brigatisti”. Esilarante di come l’itaglietta Stars&Strpes è venuta costruendosi via panfilo britannia anche, e, al corrente, il Movimento Cinque (lune?) Stelle. Figlio di quella stagione. Avanti il prossimo

  • Ciao Claudio, ti scrivo perche’ ho notato una cosa che probabilmente gia’ saprai. Premetto che sto seguendo i tuoi video su Moro e mi sono fermato al punto in cui si parla di quella famosa lettera del 2009 arrivata alla Stampa da uno dei facenti parte il rapimento di via Fani. Ricordo che quando Mentana dette la notizia sul suo tg (gli altri tg diramarono la stessa notizia che ebbe un riverbero nel tempo di appena 2 giorni per poi scomparire) mi venne la pelle d’oca.
    Cio’ perche’ quella lettera ricalcava quasi appieno l’inizio del film “La Piazza delle cinque lune” uscito pero’ sei anni prima, nel 2003. Questa curiosa analogia e’ presente anche su wikipedia.

  • Essere o apparire? A tale dilemma, al continuo conflitto dell’uomo, il cantastorie, “esperto del caso Moro”, per aver letto “più di 5milioni di pagine”, privilegia, quale migliore soluzione, l’apparenza, cioè il corrispondente del desiderato non del reale che attiene all’essere. Al termine del secondo e dell’inizio del terzo ‘appuntamento’ a Byoblu, il nostro afferma: “Il bar Olivetti è uno degli epicentri del rapimento Moro. Per la storia i Carabinieri che non trovano i due proprietari del bar, sono comandati dal Colonnello Antonio Cornacchia, al quale ho contestato l’appartenenza alla P2. Lui ha negato, ma nella relazione di Tina Anselmi risulta essere iscritto. E qui si apre un altro discorso. Tina Anselmi dice: ”Voi non potete capire il caso Moro se non capirete prima cos’è la P2”. A smentirlo in toto è il resoconto stenografico dell’audizione del generale Cornacchia a Palazzo San Macuto, sede della Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Moro nella seduta del 12 ottobre 2016.
    Grassi – “In ordine al bar Olivetti. A Lei, che era molto vigile…io faccio una domanda: chi lo proteggeva il bar Olivetti, generale Cornacchia?
    Antonio Cornacchia – “Una bella domanda ma non facile la risposta. Sul bar Olivetti solo indirettamente ci siamo interessati e non nel corso del caso Moro. Le indagini iniziate nel febbraio del ’77 (tredici mesi prima dell’eccidio di via Fani, come per dire: in tempi non sospetti), riguardarono una Società Ra.Co.In. (Rapporti Commerciali internazionali), che forniva armi a gruppi eversivi (…) L’amministratore delegato…. al Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma…indica come trafficante di armi… Olivetti…(che i carabinieri individuano e identificano quale gestore del Bar omonimo, unitamente alla socia in affari…..). Si eseguono (come da relazione da me firmata, già acquisita dalla Commissione parlamentare ed inserita nei relativi atti), una ventina di ordini di cattura. Ma la perizia psichiatrica del prof… nel ritenere l’amministratore delegato “personalità mitomane con condizione psicopatica di vecchia data….” manda liberi tutti gli arrestati e le indagini perdono mordente.
    Presidente Fioroni – “Perché lei non chiese l’arresto di Olivetti e perché i Carabinieri non portarono al Sostituto Procuratore… Olivetti per farlo interrogare “?
    Antonio Cornacchia – “Non emersero elementi a carico dell’Olivetti…”.
    Grassi – “ Le chiedo una cosa: 871 che cos’è? Le ricorda qualcosa? Lei ha una bella memoria.
    Antonio Cornacchia – “ Non credo che siano gli intellettuali di sinistra che firmarono per il Commissario di PS Calabresi?
    Grassi – “Allora l’aiuto io. E’ il numero della sua tessera di iscrizione alla P2. Mi faccia capire lei perché si scrive alla P2? Chi La porta alla P2? Non mi dica che l’ha chiamata Gelli perché non è vero e io lo so”.
    Antonio Cornacchia – “Nessuno mi ha portato né sono iscritto ”.
    Grassi – “Lei non è iscritto alla P2 “?
    Antonio Cornacchia – “No. Risulto iscritto. Sarei stato scritto. Su questo ho contestato Tina Anselmi che era Presidente della Commissione P2, perché a distanza di anni (esattamente cinque – 1978 – ‘83), ha voluto mettere in forse e in dubbio il mio operato. Le dissi, infatti: “Se avesse letto ciò che ho scritto durante i 55 giorni…, non avrebbe rilasciato certe interviste…. Mi riferisco ad una informativa datata 5 aprile ’78 (sequestro Aldo Moro durante), con cui descrivevo la situazione politica, sociale ed economica del Paese e dell’ordine pubblico e come le Br affiliavano i loro adepti”. (Recepita, invece, dall’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga).
    Grassi – “Io non ho detto “.
    Antonio Cornacchia – “Lei mi deve far parlare. Ho conosciuto Gelli per avergli fatto anche una perquisizione su mandato del Procuratore Capo della Repubblica di Roma….”.
    Presidente Fioroni – “La tessera chi gliel’ha data?”
    Antonio Cornacchia – “Nel libro da me scritto, che state consultando, l’ho spiegato molto bene. Anche a seguito del procedimento disciplinare non si ritenne veridica la iscrizione alla P2 che sarebbe avvenuta nella primavera dell’ ’81, quindi, dopo tre anni dell’agguato di via Fani”.
    Grassi – “Prendo atto”.
    Antonio Cornacchia – “Posso puntualizzare? Ho una dignità di uomo, di carabiniere e di Comandante del Nucleo Investigativo dei CC di Roma. Mi si attribuisce… come affiliato della P2 nel ’78, durante il sequestro Moro, quindi, avrei ordito (….). ancorché risultato iscritto soltanto dopo tre anni, nella primavera dell’ ‘81”.
    Grassi – “No, va tutto bene. A posto”.
    Ed allora, perché lasciarsi andare a delle insinuazioni gratuite, arbitrarie, inopportune e a delle affermazioni suggestive ed allettanti da indurre a uno stato di commossa partecipazione (specie soggetti sprovveduti), ma non rispondenti a verità e, soprattutto, non di propria competenza: “ …ho contestato l’appartenenza alla P2..” ‘Contestare’, soprattutto nel linguaggio giuridico, assume specifico significato: “comunicare all’imputato – ovviamente da parte dell’Autorità Giudiziaria – che un fatto costituente reato è a lui attribuibile”. Cosa avrebbe dovuto o voluto ‘contestare’, ‘comunicare’ al generale Cornacchia? l’appartenenza alla P2? Ma, ammesso che si fosse accertata la sua appartenenza a tale loggia massonica, risalente alla primavera ’81, perché ritenerla illecito, addirittura reato da doverlo ‘contestare’, come subdolamente asserito? Si intendeva mettere all’indice il generale Cornacchia? Infatti, considerare “Il bar Olivetti uno degli epicentri del rapimento Moro”, senza specificarne il perché, non potrà che essere stato un espediente, ambiguo, atto alla bisogna. Il silenzio, che ha fatto seguito, tanto inspiegabile quanto misterioso, certamente non servirà, questa volta ad affascinare, a suggestionare ma ad inficiarne la credibilità.
    Aspirare a vivere di notorietà è legittimo purché vestito di onestà, semplicità e buon senso, non d’infondatezza, d’inattendibilità. Pirandello sosteneva che nella vita le persone indossano le maschere per conformarsi alle regole e ai luoghi comuni della Società, anche perché vivendo e pressato da una società dell’immagine, si viene giudicato in base…agli abiti che si indossa. Ma quando le maschere, il cui uso assicura l’apparenza, prendono il sopravvento, hanno un risvolto crudele, annullano la personalità dell’individuo.
    Antonio Federico Cornacchia.

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