Crisi Iran. Comunque vada, alla Russia conviene

“Un regalo di Trump”. Ecco come, inaspettatatamente, un analista russo definisce la cancellazione USA dell’accordo con l’Iran. E dentro il regalo, c’è ancora una volta il petrolio.

“Cosa farà la Russia”? E’ una delle domande che sentiamo più frequentemente a proposito degli ultimi sviluppi sull’Iran Deal. L’Accordo sul Nucleare iraniano prevedeva il controllo della produzione nucleare e civile dell’Iran da parte di USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, evitando in cambio qualsiasi attacco militare contro Teheran. Firmato da Obama, è stato unilateralmente cancellato da Donald Trump qualche giorno fa, scatenando una ridda di illazioni e timori sulle conseguenze in Medio Oriente.

La Russia, sulla carta, è considerata alleata dell’Iran, e infatti l’esercito russo collabora con la controparte iraniana sul campo di battaglia in Siria. L’iniziativa di Trump, di primo acchitto, sembra proprio una provocazione sia all’Iran che ai suoi alleati, tra cui appunto i russi: si prospetterebbe quindi un gramo futuro per tutti, visti i proclami di guerra iraniani, quelli israeliani, e soprattutto il fatto che gran parte degli attori coinvolti sono potenze nucleari vere o presunte.

La Russia sta quindi affilando le armi per correre in aiuto del suo alleato, pronta allo scatenarsi della guerra nucleare? Per saperlo forse si dovrebbe chiederlo ai russi, anche semplicemente leggendo cosa viene pubblicato da commentatori o analisti di Mosca. Come Maxim Rubchenko, giornalista ed esperto di politiche economiche, che collabora con RIA Novosti e di cui Sputnik ha appena pubblicato le analisi sui benefìci che la Russia può ricavare dalla cancellazione dell’Iran Deal. Già: i benefìci.

Rubchenko isola ben tre diversi scenari possibili, nell’evolversi della situazione, e tutti e tre rappresentano un’opportunità per i russi. Definisce il ritiro dall’Iran Deal “un regalo da Trump”, e il contenuto principale del pacco dono, visti gli attori in gioco, è naturalmente il petrolio.

Nel primo scenario, Rubchenko vede un crollo della produzione petrolifera iraniana a 1,5 milioni di barili al giorno, meno della metà dell’attuale. Questo determinerebbe un aumento immediato dei prezzi del petrolio, oltre ad un rallentamento della crescita cinese, entrambe conseguenze gradite a Mosca.

Nel secondo scenario, l’eventuale ritorno delle sanzioni americane a Teheran rappresenterebbe un grave colpo per le grandi corporation energetiche europee, in primis la francese Total (già i cinesi affilano le unghie per rimpiazzarla), la nostra ENI, e la francese Airbus. Trump ha quindi l’opzione di ammorbidire i divieti verso le grandi compagnie europee che lavorano in Iran, o in alternativa tirare dritto, arrivando allo scontro frontale con i suoi alleati europei. E anche questo è uno scenario che va benissimo ai russi: ad esempio l’allontanamento della UE dagli USA potrebbe significare un cambio di rotta sulle sanzioni europee a Mosca.

Infine, il paventato terzo scenario: la guerra nel Golfo Persico. Questa possibilità non piace alla Russia, che per voce del Vice Ministro degli Esteri Bogdanov ha già avvisato di come tale conflitto metterebbe a serio rischio la futura stabilizzazione della Siria, nonché l’imprescindibile lotta contro l’Isis. Tuttavia l’inevitabile chiusura dello Stretto di Hormuz nel Golfo, dove transita il 20% del petrolio mondiale, porterebbe ad un aumento stratosferico del prezzo del barile, a tutto vantaggio della produzione russa.

Prima di gridare all’arrivo delle bombe atomiche, insomma, ricordiamoci che se c’è una cosa che i russi sanno fare bene è badare all’interesse nazionale. Il punto di vista di Rubchenko ne offre un esempio perfetto.

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