SIAMO ENTRATI A DOUMA – di Alessandra Mulas

Esclusivo Byoblu. L’inviata Alessandra Mulas ci mostra la Siria che i media non ci fanno vedere: i luoghi del presunto attacco chimico, le devastazioni, le tempeste di polvere, le voci e i volti dei cittadini siriani. Un documento unico.

di Alessandra Mulas 

Raccontare la Siria è sempre una straordinaria avventura. Seguo le vicende di questo paese da oltre sette anni, ben prima che ricevesse questo attacco frontale. Girare per le vie di Damasco aveva il sapore dell’Oriente, pur mostrando la sua parte “occidentalizzata” e forse è stata proprio questa la sua colpa: essere all’avanguardia pur appartenendo all’altra sponda del Mediterraneo. Si percepiva quel senso di compiutezza che concedeva a questo Stato di essere leader nella Regione mostrando di rispettare le diverse appartenenze etniche e religiose, con un sistema economico funzionante e con un debito pubblico pari allo zero. Nel 2010 in molti bussavano alla porta del Presidente Bashar al-Assad per firmare rapporti economici, culturali e di ogni altro genere.

Oggi la Siria e il suo Presidente sono diventati per i media internazionali il peggior nemico da sconfiggere, si è perso di vista che un sistema terroristico ha fondato le sue radici tra l’Iraq distrutto (sempre per volontà occidentale) e la Siria, grazie ai finanziamenti esterni di quegli stessi paesi che oggi sembrano essere gli unici a poter dare la soluzione al problema da loro stessi creato. Parliamo di Stati Uniti, di Arabia Saudita e Turchia, in particolare, per poi aggiungere tutti quelli che non si sono discostati da questa farsa internazionale. Davanti alle tante incongruenza di queste notizie, che a me risuonavano poco attendibili, ho deciso che bisognava lavorare sulla verità, anche all’interno di un sistema che avrebbe cercato di screditare le voci contrarie al pensiero unico che si era costituito.

Forse Bashar al-Assad non rispecchia il presidente che le nostre “democrazie” Occidentali vorrebbero, ma non è un assassino del suo stesso popolo, ed in ogni caso tanti paesi dovrebbero cominciare ad interrogarsi sulla parola democrazia quando dentro i propri confini vigono a lungo governi non eletti o dove vige la pena di morte o ancora meglio ove le donne non avevano neppure il diritto di guidare o uscire da sole!

La ricerca di queste verità mi ha procurato fastidi personali, ma proprio per questo ho continuato e continuo a raccontarla ad ogni costo, perché se dà fastidio e non può essere smentita ha un fondamento. Quest’ultimo viaggio è stato ancora meno semplice di tanti altri, qualcuno dall’Italia ha voluto accusarmi di nefandezze senza fondamento cadute nel nulla grazie anche alla grande attenzione del governo siriano a quella stessa verità che mi contraddistingue. Non è stato facile all’inizio, ma grazie al mio lavoro trasparente e senza secondi fini ho potuto liberamente raccogliere tutto il materiale esistente senza filtri governativi. Il materiale audio, video e fotografico mostra una realtà ben diversa da quella che viene raccontata e io ho deciso di riproporla senza accorgimenti cinematografici, come spesso accade. Molte immagini ho deciso di non pubblicarle perché quei morti devono avere la dignità che meritano; mi sono state liberamente inviate dai telefonini delle persone costrette a sottomettersi al terrorismo e che hanno provato a raccontarmi il loro vissuto anche attraverso quelle immagini. A Douma il gruppo che ha portato il terrore è Jaish al-Islam, in contrasto con i vicini di altri villaggi del Ghouta occupati da Da’ash e al-Nusra, tanto che chi si opponeva ai loro misfatti veniva accusato di appartenere a questi altri gruppi e condannato a morte.

Gli abitanti di Douma ancora oggi vivono all’interno del territorio stretto sotto il presidio dell’esercito siriano per ovvi motivi di sicurezza, tra cui quello che all’interno sono rimasti coloro che si sono arresi, i così detti pentiti che sino a qualche giorno prima godevano della fiducia dei terroristi; per quanto riguarda i non pentiti hanno concordato con il governo la loro evacuazione e il trasferimento, insieme alle loro famiglie, verso Jarabulus; secondo le agenzie locali ben 93 pulman con centinaia di ribelli sono stati accompagnati dal governo verso altre destinazioni. A quanto pare l’assassino Assad non uccide il suo popolo, ma per evitare l’eccidio di civili, anche se legati ai “ribelli” tratta anche con i terroristi, ma la notizia che rimbalza nei media non è quella di un accordo ma quella delle deportazioni!

Proprio per questi motivi alle volte ottenere i permessi del Ministero dell’Informazione e dell’esercito siriano, soprattutto per entrare a Douma non è stato semplice, inoltre il timore di sacche di resistenza interna, ancora presenti, creano momenti di tensione, ma alla fine siamo riusciti a girare per la città senza problemi se non quello della tempesta di sabbia e polvere che ci ha costretto a girare con il volto coperto e gli occhiali da sole per evitare di avere crisi respiratorie e problemi agli occhi.

Ecco questo è il video che racconta un pezzo di Siria devastata, in cui ho cercato, calpestando il suolo di questa città, le tracce di questo presunto “attacco chimico”; ho domandato anche a tantissime persone, fuori dalle telecamere perché ancora non si sentono sicuri di parlare apertamente, mi hanno risposto che i gas venivano utilizzati dai terroristi e non sono arrivati dall’esterno. Le loro storie sono semplici come le loro vite oggi legate ad un filo perché ci vorrà tanto tempo, troppo per rimettere in piedi una vita più o meno normale.

Io ho lasciato qualcosa di me dentro Douma, si tratta della mia parola di voler essere parte della ricostruzione raccontando la loro verità senza filtri e ci siamo promessi che sarebbe stato bello poter festeggiare insieme una città ricostruita e ripulita. Forse questo rimarrà solo un sogno, in ogni caso a me è rimasto molto di più: il calore, l’accoglienza e i loro sorrisi, nonostante le mie sembianze occidentali, perché dobbiamo avere il coraggio di dirlo, siamo la causa di questa devastazione.

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