Il Copyright ai tempi di Youtube: Stefania Ercolani (SIAE) intervistata da Glauco Benigni

Il 4 luglio il Parlamento Europeo è chiamato a ratificare la legge sul Copyright, con la parti volute da Oettinger/Voss, relative alla “tassazione sui link” e alla “censura preventiva” di cui abbiamo parlato nella ControRassegna Blu 18. Una norma che restringerà la libertà di espressione e cambierà la rete per come l’abbiamo conosciuta (a proposito: stiamo raccogliendo le firme. C’è tempo solo fino all’inizio di luglio. Manca ancora la tua e quella dei tuoi amici: puoi firmare da qui).

Il diritto d’autore è tuttavia investito da una complessa trasformazione che obbliga a nuove forme di sinergia tra gli autori e i grossi player digitali. Qual è l’approccio dei colossi della protezione delle opere di ingegno nei confronti di queste nuove frontiere? Come interpretano la sfida del cambiamento? Per il ciclo “In viaggio nella Digital Era con Glauco Benigni” siamo andati a intervistare la dott.ssa Stefania Ercolani, direttore dell’Ufficio Multimedialità della SIAE. Esiste ancora il copyright ai tempi dei social? La sua tutela è minata dai grandi colossi del web? Ci sono accordi con Facebook e Youtube?

Tre quarti d’ora da spendere per conoscere e capire, in compagnia di Byoblu e di Glauco Begnigni.

2 commenti

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  • Bello questo discorso sui “diritti” d’autore.
    Mi sono chiesto come fa uno scultore a trarre congrui utili da una statua posta in una piazza. La vendita? Mah?! Come fa a valutare il valore di ciò che offrirà ai fruitori in termini culturali? Cosa costruiamo un “viso/emozionometro”?

    Come non è stato detto, la proprietà intellettuale è un fenomeno relativamente moderno, che sta massacrando la popolazione modiale acuendo, in chiave intellettuale, il monopolismo industriale.
    Si pensi all’industria della musica (e non all’arte musicale), ma soprattutto, e solo per esempio, la questione dei brevetti sulle sementi in agricoltura.
    Insomma la protezione dei diritti d’autore per una canzonetta (se copio otto battute sì, ma dodici no…) è ben poca cosa rispetto alla brevettazione di dispositivi che spesso sono “inventati in contemporanea”, quando addirittura non ne venga attribuita la paternità a sproposito solo perché una multinazionale è dotata di un ufficio brevetti che è, in termini di dimensioni ed efficienza, tre volte la SIAE italiana. Con tutto il rispetto.
    Settore in cui si mischia la segretezza del knowhow.
    Quindi concentrarsi sulla canzonetta di Sanremo rispetto al diritto di coltivare un seme autoctono mi sembra, per quanto utile, piuttosto riduttivo.
    Per non parlare del movimento di capitali su falsi diritti intellettuali, che creano valori dal nulla, a compensazione magari di valori reali.

    Forse solo dando un’occhiata ai brevetti sui vaccini si capirebbero molte cose, solo come esempio; anche perché un brevetto deve oggettivamente comportare una utilità che ne è l’elemento distintivo.

    Ma questa è un’altra storia.
    Insomma la “proprietà” è una cosa delicata (ma fisica), la “proprietà intellettuale” ancora di più (impalpabile, mistificabile).
    Insomma allargare la prospettiva.
    Non so se sono stato utile.
    Spero di sì.
    Ciao

  • Egregio, per potersi vedere riconosciuta una vera utilità su quanto da Lei esposto, credo che su tutto debba evitare di apostrofare col termine dispregiativo ” canzonetta ” qualsiasi CANZONE che, indipendentemente dal fatto che possa essere bella o no, piacere o meno, resta sempre un’opera dell’ingegno degna di rispetto. La vera utilità credo, cominci proprio dall’uso di una giusta e corretta terminologia.

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