Le bufale del rating – #LightBlu n°6

A grande richiesta, tornano le nostre “pillole” di attualità in attesa della prossima grande rivoluzione di Byoblu. Ecco la nuova edizione di “Light Blu”, uno sguardo concreto sulla realtà quotidiana. Buona visione! #AspettandoLaRivoluzione

AGENZIE DI RATING, UNA GARA DI CANTONATE

Moody’s declassa l’Italia, e le agenzie di rating finiscono sulla bocca di tutti. I commentatori le dipingono come autorevoli docenti che distribuiscono pagelle, ma la realtà racconta una storia un po’ diversa. Ad esempio: tutti sanno che Moody’s classificò come affidabile la Lehman Brothers, che invece fallì subito dopo; ma Moody’s classificò “A” anche la Enron, pochi giorni prima del clamoroso default. Inoltre, di recente Moody’s è stata condannata a pagare quasi un miliardo di dollari di multa per aver gonfiato i suoi ratings. A breve poi sull’Italia cadrà anche la falce delle altre agenzie, S&P e Fitch, che appartengono a grandi gruppi media e che vantano anch’esse belle cantonate, dall’Argentina alla Parmalat. Il famoso “rating”, poi non descrive affatto la realtà di un Paese, come a volte si lascia intendere: ad esempio il Botswana, il Bangladesh e la Nigeria hanno un rating superiore all’Italia… A dimostrazione del fatto che le agenzie fotografano solo interessi finanziari, e non certo la qualità della vita.

ANCHE IN MACEDONIA, REFERENDUM DISATTESO

I referendum, ormai, sembrano fatti per essere disattesi: da oltre due anni voci autorevoli chiedono la ripetizione del referendum Brexit di cui non hanno gradito il risultato. Tristemente famoso, poi, il referendum greco del 2015 in cui i cittadini dissero no all’austerity, e il governo la approvò il giorno dopo. Ma prima ancora, la Danimarca su Maastricht, Francia e Olanda sulla Costituzione Europea, l’Irlanda sul Trattato di Lisbona: tutti rigettati e fatti rifare fino allo sfinimento. Ebbene, la cosa si è appena ripetuta in Macedonia: il 30 settembre è fallito il referendum per la modifica del nome del Paese e di suoi simboli tradizionali, che serviva per accontentare la Grecia ed entrare in UE e Nato. Ma il Parlamento, nei giorni scorsi, ha approvato ugualmente la modifica grazie anche al ribaltone di alcuni parlamentari. Democrazia parlamentare e volontà popolare, insomma, appaiono sempre più spesso su percorsi divergenti.

PER LA SINDACA COLAU LE BASILICHE SONO ECOMOSTRI

L’architetto Antoni Gaudi è uno dei simboli di Barcellona, le sue meravigliose opere sono protette dall’Unesco e visitate da milioni di turisti. Ma tutto questo non basta alla sindaca di Podemos Ada Colau, che ha multato la celeberrima Basilica della Sagrada Familia di ben 36 milioni di euro. Il reato? Sta lì da 133 anni ma non ha la licenza a costruire, insomma è… un abuso edilizio! Lo sbalordimento è mondiale. Sui social ci si chiede se il Colosseo o il Taj Mahal abbiano i permessi in regola, e si calcola a quanti miliardi ammonterebbe la multa arretrata per le Piramidi in Egitto. A volte l’ottusità della burocrazia (o dell’ideologia…), colpisce alla cieca, facendo del male in primis al proprio Paese.

LOBBY DEL GLIFOSATO CON GLI “ESPERTI” A LIBRO PAGA?

Ma succede davvero, che le lobby o le multinazionali usino “esperti del ramo” per influenzare la pubblica opinione? Secondo l’ultima clamorosa indagine di Greenpeace, sembra proprio di sì: pare infatti che la Monsanto, attraverso un’agenzia di public relations, abbia creato una improbabile rete di agricoltori per promuovere l’uso del solito glifosato in tutta Europa. Questi “addetti ai lavori”, costituiti in autorevoli associazioni dai nomi rassicuranti quali “Agricoltura libera” o “Sana agricoltura”, hanno presenziato a fiere e attivato campagne social pro glifosato, approfittando della fiducia dei cittadini nei cosiddetti “esperti”. Ma ora la domanda è: lo fa solo la Monsanto? Succede solo in agricoltura? Chissà…

L’ITALIA PERDE L’ANIMA: ADDIO ANCHE A MAGNETI MARELLI

E’ un flagello da cui sembra impossibile liberarsi: in Italia si susseguono ancora cessioni di aziende “fiore all’occhiello” a multinazionali straniere. Negli ultimi giorni ha fatto scalpore la cessione de “iGuzzini”, leader in design e illuminotecnica made in Italy e per questo ancora più dolorosa, ad un grande gruppo svedese. Ma ancora più rumore sta facendo la cessione di un marchio storico come Magneti Marelli, un’industria da 8 miliardi di fatturato ad alto tasso tecnologico. Sembra impossibile: da ieri Magneti Marelli, dopo 100 anni, non è più italiana ma giapponese. E purtroppo non finirà qui, perché si vocifera di una cessione ai francesi del marchio Ferragamo, e si teme persino per Esselunga. Ci stiamo vendendo l’anima, insomma, e non potremo più ricomprarla.

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