Emergenza rifiuti, l’imprenditore bloccato 20 anni fa: “Non voglio niente, ma ecco i file del progetto: realizzatelo voi!”. Andrea Necchi

Un impianto di trattamento dei rifiuti semplice, economico e funzionale. Un imprenditore che lo realizza. Qualcuno che lo blocca. Accadeva 20 anni fa. Ma su Byoblu, oggi, trovate i file di progetto e la preghiera di quell’imprenditore: “Non chiedo soldi, ma realizzatelo!”.

Mi chiamo Andrea Giuliano Necchi. Attualmente lavoro come consulente di marketing e comunicazione, ma per anni ho fatto l’imprenditore in diversi settori. A metà degli anni ‘90 ho affiancato alle mie attività anche quella di imprenditore nel settore dei rifiuti e dei mangimi per animali. Quella dei rifiuti in
particolare mi ha appassionato, ed è stata un’esperienza importante che mi ha insegnato tante cose sulla vita.

In questo articolo mi propongo di raccontare meglio quello che presento nella video intervista su Byoblu con Giada Serina, dove racconto dell’esperienza fatta con i miei soci quasi 25 anni fa: era un impianto pilota che ci ha permesso di verificare la fattibilità della nostra intuizione.

Oggi quel progetto dovrebbe essere nuovamente sviluppato per due motivi. Il primo è che sono passati tanti anni e sicuramente ci sono sviluppi tecnologici che permetterebbero di migliorarlo ulteriormente. Secondariamente, un impianto più grande e adatto a trattare decine – o più – di tonnellate al
giorno necessita di una progettazione e dimensionamento ex-novo. Il mio desiderio è che una università possa decidere di prenderlo in mano e trasformarlo in un capitolato a disposizione dei Comuni e delle collettività che lo desiderassero, senza vincoli brevettuali: realmente a beneficio della popolazione!

Concludo queste considerazioni preliminari aggiungendo che non conosco tutte le soluzioni
di trattamento RSU che esistono al mondo. Sono certo che ce ne sono di altrettanto valide, ma questa la conosco bene e soprattutto è facile da capire, sicura ed economica, per questo la presento e la propongo all’attenzione di tutti.

Il “problema” dei rifiuti

Chi si è avvicinato almeno una volta ai cassonetti dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU) capisce subito qual è il problema, anche senza essere un esperto: la puzza. Chi invece approfondisce un po’ di più si rende conto che i problemi sono numerosi, ma tutti con una matrice comune: l’inquinamento. Qui sto considerando i soli rifiuti domestici, escludendo quelli industriali, tossici e quelli domestici particolari, come le batterie, i farmaci scaduti e gli elettrodomestici, che hanno processi di smaltimento speciali e dedicati.

Questa breve premessa è indispensabile per inquadrare correttamente quello di cui stiamo parlando, e anche per evidenziare che i rifiuti sono approcciati come un problema. L’evidenza è nei fatti: in effetti così come sono pensati e gestiti è davvero un problema. Come sarebbe se invece fossero visti come una risorsa? Non facendo finta che siano una risorsa, ma pensarli realmente come tali. A questo ci arriviamo un po’ più avanti.

Definizione di RSU

Intanto definiamo i RSU, che sono composti principalmente da:

  • organico e cellulosico (umido, carta e cartone)
  • plastiche e gomme
  • vetro e ceramiche
  • ferrosi (scatolette per esempio)
  • non ferrosi (alluminio)
  • tessuti

Come si vede, la parte che ha maggiore impatto è paradossalmente quella più naturale: l’organico. Infatti il resto è sostanzialmente inerte. Ma se l’organico fosse pulito e non contaminato da altri componenti, potrebbe facilmente essere trasformato in concime e reimmesso nel ciclo naturale. Questo purtroppo non avviene per tanti motivi, o avviene con molte difficoltà e non in quantità tali da poter essere considerato una soluzione per tutti i RSU.

I rifiuti come risorsa

Che cosa ci impedisce di considerare i rifiuti una risorsa? La risposta è nelle prime righe di questo testo: sono maleodoranti e facilmente infetti. Allora risolviamo questo, e diventeranno una risorsa. Il nostro approccio è stato quindi quello di sterilizzare tutti i RSU, sia quelli raccolti tali e quali (non indifferenziati) che quelli differenziati, in quest’ultimo caso concentrandoci sulla frazione organica.ù

Il primo risultato che si ottiene è quello di fermare la decomposizione e di stabilizzare il prodotto, in modo da poterlo eventualmente stoccare e comunque risolvere il problema sanitario per via dei batteri, topi e di quanto legato al deposito di rifiuti non trattati.

Cambiamento di paradigma

Il nostro approccio ha rispettato un principio interessante: “less is more” (fare meno è fare di più). Ridurre al minimo indispensabile – perché la semplicità è il risultato di un grande lavoro – non è semplicismo. Inoltre, come diceva Henry Ford, “tutto quello che non c’è, non si guasta”. E non costa nulla, abbiamo pensato noi.

Un’altra cosa importantissima è stata quella di utilizzare tecnologia matura, semplice, collaudata, accessibile, realizzabile con materiali normali, perché la fantascienza costa tanto, è complessa e dominio di pochi, cosa non desiderabile per tanti e ovvi motivi.

Come funziona l’impianto

Qui descrivo come funziona il sistema immaginando di trattare RSU indifferenziato. Se invece si trattasse di solo organico e cellulosico il processo non cambierebbe: diventerebbe più semplice nella fase di separazione finale.

Carico i RSU in un contenitore cilindrico che ruota su un asse orizzontale, una specie di pentola a pressione, quindi i RSU sono cotti in ambiente isolato dall’esterno: non c’è emissione di odori. Il riscaldamento è fatto con vapore saturo secco – a 130-140 C°- in una intercapedine del contenitore, non dentro ai RSU. La temperatura effettiva di trattamento è intorno ai 110 C°. Nel frattempo con una pompa viene fatto il vuoto all’interno del contenitore, perché questo facilita l’evaporazione dell’acqua contenuta nei RSU. L’acqua di condensa dai RSU può essere scaricata in fognatura, per andare al depuratore, oppure dopo un banale trattamento chimico può essere scaricata come acqua di superficie. Non sono un chimico, ammetto di non ricordare il tipo di trattamento, ma ricordo il dettaglio.

Dopo un tempo prestabilito – legato a diversi parametri che qui non serve valutare – il RSU è pronto per essere scaricato. Come si presenta all’uscita?

  • Asciutto, tutta l’acqua è stata estratta (ne rimane circa il 5%)
  • Sterile, perché trattato a temperature superiori a 100C°
  • Più leggero di circa il 40% pari alla quantità di acqua estratta
  • Volume ridotto di circa il 50%, tutte le plastiche si sono accartocciate, così come carta, cartone e organico
  • Inodore, anche se ad essere sinceri in realtà spesso profuma leggermente, per via dei residui di profumo dei detersivi contenuti in scatole e flaconi, che si disperdono nei RSU.

Come si procede al recupero dei componenti?

E’ molto semplice, ci sono due sistemi: manuale o  automatico.

Il primo consiste nel mettere i rifiuti su un nastro trasportatore. Del personale separa i materiali a mano. Prodotto sterile, pulito, facilmente separabile perché ben asciutto. Il secondo richiede l’uso di tecnologia ben collaudata e affidabile: vagli, soffianti che separano per peso specifico, elettromagneti per i metalli ferrosi… Ci sono sistemi con fotocellule e sensori che riconoscono il materiale e lo estraggono con soffi d’aria, o altri sistemi usati nell’automazione industriale.

I materiali recuperati

Cosa si ricava? Materiale pronto per essere riciclato, tipicamente inerte (vetro, plastica, metallo, alluminio). Dall’altra parte c’è materiale pronto per essere compattato in forme utili per lo stoccaggio, trasporto e combustione, altrove o in loco in un impianto di cogenerazione. “Forme utili” vuol dire mattonelle o altre forme adatte al tipo di impianto che lo brucerà.

Il Laboratorio Sperimentale Combustibili di San Donato Milanese aveva misurato un potere calorico tra 4.000 e 5.000 KCal/Kg, quindi una media di 4.500 KCal/Kg. Un ottimo valore, che ne permette la combustione in condizioni ideali ai fini della resa per produrre energia termica o elettrica.

La tecnologia

E’ tutto qui, nessun processo complicato, niente additivi, sostanze complicate e/o costose: una tecnologia che esiste da decenni (forse anche da secoli), come carpenteria metallica, pompe, generatori di vapore saturo secco, valvole, quindi materiali affidabili e di facile reperibilità, affidabili nel tempo.

L’impianto ha una dimensione ideale – ai fini del rendimento e degli ingombri – che consente di trattare una certa quantità di tonnellate/ora: è sufficiente mettere in parallelo più macchine per soddisfare esigenze di quantità di RSU e anche per permettere i fermi macchina per manutenzione o qualsiasi imprevisto, senza interrompere la funzionalità del sistema. I RSU non si fermano mai.

Sarebbe interessante anche l’organizzazione logistica del sistema: dove arrivano i rifiuti, come sono disposte le macchine, come il flusso del prodotto che arriva venga trattato e poi movimentato, ma questa è una parte relativamente semplice e non serve che venga approfondita qui.

La documentazione

E’ allegata della documentazione, so che non è esaustiva, ma sono passati oltre vent’anni da quando la società è stata chiusa. Alcuni soci non ci sono più purtroppo (tra i quali anche mio papà), quindi sono riuscito a recuperare solo parte di tutto quello che avevamo. In particolare non sono più riuscito ad avere notizie del Prof. Antonio Chiesa del Politecnico di Milano, che ha seguito le verifiche di funzionamento e che avrebbe potuto avere ancora parti importanti del progetto, così come di una sua assistente, la Dr.ssa Barbara Casati. Mi auguro che stia bene ma le ricerche non hanno dato esito, mentre della sua assistente ricordo un episodio curioso e piuttosto divertente, che vale la pena condividere con voi.

Nel terreno dove abbiamo fatto il test operativo per circa sei mesi, in provincia di Milano, uno spazio recintato nella zona industriale che non era certamente un posto raffinato, la Dr.ssa Casati arrivò vestita elegante, con un bel tailleur e le scarpe coi tacchi. In quel contesto molto rustico sembrava provenisse da un altro pianeta. Quando è uscito il RSU trattato, scaricato a terra dalla macchina, la signora si è chinata e ha raccolto una manciata di rifiuti. Io, di fianco a lei, l’ho vista letteralmente infilare il naso in quella massa informe, senza problemi e senza provare schifo, e poi assumere un’espressione di sorpresa ed esclamare: “ma profuma!”.

Fu in quel momento che ebbi la certezza che sarebbe stato un successo, oltre ai risultati positivi dei calcoli e delle analisi. Purtroppo in seguito mi sono dovuto ricredere. Perché? Non ho certezze, tranne che siamo stati velatamente minacciati: dovevamo smettere.

Se posso essere di aiuto, sono a disposizione, e grazie per l’attenzione.

I file di progetto

Domanda di brevetto

Sequenza recupero rifiuti trattatiSchema impiantoSchema funzionale dell'impiantoSchema di massima dell'impiantoPianta schematica del complessoImpianto di testFlow sheet

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