Manovra finanziaria: commissariati a nostra insaputa? #LightBlu 13

Tre anni fa Alexīs Tsipras, eletto dai greci per dire basta all’austerità, tenne un referendum per chiedere al suo popolo se volesse rispettare le richieste della Commissione. Il popolo scelse il no, ma la sera stessa Varoufakis, ministro dell’economia di Atene simbolo della ribellione, presentò le sue dimissioni. Quel referendum venne ignorato, e Tsipras fece quanto chiesto dalla Commissione.

Tre anni dopo, in Italia, un Governo eletto per ribellarsi alla burocrazia finanziaria della UE ha scelto, alla fine, di trattare e rispettare le richieste della Commissione Europea, anzichè andare allo scontro, dando seguito alle dichiarazioni infuocate che si sono susseguite per mesi.

Due paesi, un solo destino? In fondo, due governi legittimamente eletti, quello di Roma e quello di Atene, caddero a distanza di sole 48 ore, nel 2011, per essere sostituiti da due “podestà forestieri”: Mario Monti e Lucas Papademos, entrambi provenienti dalla Commissione Trilaterale. Siamo liberi o in fondo siamo stati commissariati, e nessuno ce lo ha detto?

Di questo e di privacy violata, di nucleare ucraino, di laureati che abbandonano l’Italia come nel primo dopoguerra e di fondi nel dopo terremoto che non arrivano mai parla la #LightBlu di oggi: le notizie che a qualcuno piacerebbe fossero false. E che, grazie alle nuove regole europee, presto potresti non ascoltare più.

Editoriale di Claudio Messora

20/12/2019 -Milano

Uno vorrebbe tanto vederla diversamente ma – come la giri la giri -, dal punto di vista dell’opinione pubblica, l’esito della trattava sulla finanziaria con Bruxelles assomiglia molto a un commissariamento. Partiti lancia in resta, con un pur modesto 2,4% di deficit, quante volte abbiamo sentito Salvini e Di Maio dire “non arretreremo di un centimetro”? Bene, invece siamo arretrati. Non so quanto valgano esattamente i centimetri per il Governo, ma siamo arretrati di una decina di miliardi.

Allora è stato detto che tanto la finanziaria è una dichiarazione di intenti, ma poi il deficit reale si calcola alla fine. Peccato che la Commissione Europea, che ha mangiato la foglia, si riservi il diritto di controllare se siamo stati bravi, a gennaio, ed eventualmente rispolverare la procedura di infrazione.

Insomma, è questa sensazione di avere il carabiniere in casa, col fucile spianato, che ti controlla mentre fai i bonifici: è questa l’essenza del commissariamento: la mancanza della libertà di formulare una politica economica, pur nel rispetto dei parametri di Maastricht, che imponevano il limite del 3% di deficit sul Pil e un debito pubblico del 60%.

Forse è per questo che Di Maio e Salvini due giorni fa, quando Conte ha presentato in Parlamento l’accordo con l’Europa, non si sono presentati: per non mettere la faccia su una decisione che contraddice tutte le loro iniziali dichiarazioni belligeranti. Ecco: il loro silenzio in quella occasione rappresenta forse più di tutte l’immagine dell’Italia commissariata, mentre è Conte che ci mette la faccia, rilascia interviste in cui ringrazia il Presidente della Repubblica, e mentre il presidente del Senato Casellati, a reti unificate, ricorda solennemente quanto siamo dediti al sogno europeo, alla presenza di tutti i parlamentari che in prima fila annuiscono, apparentemente concordi. E soprattutto, l’immagine plastica del commissariomento sono i giornaloni che tengono sermoni infiniti e compiaciuti sulla lezione che il Governo populista avrebbe appreso, a sue spese, il cui senso è “vedete a cosa si va incontro se fate i cattivi con l’Unione Europea? Per fortuna che grazie, al Partito del Presidente e all’intercessione autorevole di Mattarella, la Ue ci ha generosamente graziati”.

Ecco, non è quello 0,4% in meno, e forse non sono neppure quei 10 miliardi (in fin dei conti si partiva da uno 0,8% e si è arrivati l 2%) ma è tutta questa retorica, tutta questa pomposa celebrazione della sconfitta dei bambini irresponsabili ad opera dei grandi, forti e saggi statisti dell’Unione Europea. E’ questo che avvilisce, mentre il cosiddetto partito dei sovranisti cerca di serrare le fila e prova a ripartire, magari rilanciando i mini Bot, come fa il professor Antonio Rinaldi chiamando in causa Claudio Borghi.

Quello che è successo realmente, oltre la coltre della commedia dei media, lo sanno solo i protagonisti. Ora ci aspettano le elezioni europee, nella speranza che le voci libere e indipendenti vengano tollerate da Bruxelles, e con il grosso cruccio che – di certo – una campagna elettorale al grido di “non arreteremo di un centimetro”, probabilmente, non sarà più credibile.

Intanto, abbiamo registrato il parere di Nino Galloni, economista e già direttore del Ministero del Tesoro, e di Sergio Cesaratto, docente di politica economia all’Università di Siena. Potete ascoltarli dal minuto 3:38 del video.

Nino Galloni: dovevamo lasciare che ci mettessero sotto procedura di infrazione.

Tutti considerano come un fatto positivo l’aver evitato la procedura d’infrazione europea. In realtà io non sono d’accordo perché la procedura d’infrazione ci avrebbe messo davanti al fatto compiuto che c’era un contrasto: così può sembrare che tutto vada bene. Allora si dice che va bene perché calerà un po’ lo spread e comunque, a ‘sto giro calerà lo spread. Che è vero, ma il problema e l’errore fondamentale di tutti i Governi è quello di pensare che bisogni assecondare i mercati per ottenere il contenimento dello spread. In realtà bisogna attrezzarsi per neutralizzare l’importanza dello spread. Paradossalmente, hanno fatto meglio la BCE e Mario Draghi con il Quantitative Easing al proposito! Bisogna attrezzare una compagnia, un’agenzia pubblica di rating per evitare guai peggiori, visto che il Governo dice di volere realizzare cose che – tutto sommato – all’Unione Europea non vanno bene e cambiare l’Italia.

Sergio Cesaratto: non c’è niente per cui cantar vittoria.

Non sono molto felice. Non mi piace – francamente – il fatto che non ci si metta la faccia e Di Maio e Salvini facciano altro: non è rispettoso per il Paese, non è serio. Mi sembra un po’ ridicolo dire: «Ah! Ma abbiamo scoperto ora che le misure costano meno, quindi non abbiamo ceduto nulla». In realtà poi si verrà a sapere – si sa – che probabilmente Tria sarebbe stato in grado – mesi fa – di strappare un accordo all’1,9%. Non mi piacciono i tagli che sono stati effettuati (parecchie centinaia di milioni nelle Ferrovie dello Stato). Queste situazioni di spread continuano a essere pesanti e – diciamo – quello che è successo in questi mesi già ci è costato un miliardo, per cui risolleverebbe le sorti dell’Università italiana. C’è un blocco delle assunzioni, mi sembra, nella Pubblica Amministrazione. Quindi, insomma, non mi sembra che ci sia molto da cantar vittoria.

Spionaggio e controllo: nessuno sfucce al grande fratello

Media e politici ne hanno riso per anni, del parlamentare grillino che ipotizzava l’avvento del microchip sottopelle. Come riporta il Corriere invece, pare che dopo la Svezia tale tecnologia sia in sperimentazione anche in USA, per i 50 dipendenti di una grande azienda che sbloccano la fotocopiatrice e la macchina del caffé usando il proprio corpo… e la propria privacy. Un prezzo piuttosto alto.

Ma in questi giorni si susseguono altre notizie dello stesso tenore, come se i sistemi di spionaggio degli individui avessero subito un’improvvisa e urgente accelerazione. Sempre negli Stati Uniti, viene oggi proposto il braccialetto elettronico per il controllo degli adolescenti “problematici”: lo stesso dispositivo che si usa per i sorvegliati speciali, serenamente proposto per le caviglie dei ragazzi. Nel centro di Londra, invece, in occasione delle feste la Polizia sperimenterà il primo sistema di riconoscimento facciale di massa su strade e piazze, una tecnologia già adottata capillarmente in Cina.

E in Italia? Neanche noi saremo risparmiati: la instancabile Unione Europea ha appena stabilito che tutti gli smartphone del continente dovranno essere dotati del sistema satellitare Galileo, in grado di localizzare chiunque con un margine di errore di pochi metri. Insomma, sembra che quel parlamentare avesse in fondo ragione: non si sfugge al Grande Fratello.

Alcune fonti:

E adesso l’Ucraina vuole la bomba atomica?

La proliferazione delle armi nucleari è una delle maggiori preoccupazioni di tutte le grandi potenze, specialmente quando tali armi sono nelle mani di governi considerati irresponsabili o dittatoriali. Ma si sa: il concetto elastico di “Paese canaglia” è solo negli occhi di chi guarda, così nessuno pare essersi particolarmente allarmato quando un Paese europeo ha mostrato la determinazione a dotarsi di armi nucleari. Anche se tale Paese è l’Ucraina.

L’ex inviato ucraino presso la Nato, generale Garashchuk, ha infatti recentemente dichiarato in un’intervista: “Abbiamo la capacità di sviluppare e produrre le nostre armi atomiche nella città di Dnipro che ora si trova nell’Ucraina indipendente, e che può produrre questo tipo di missili balistici intercontinentali. In ogni caso l’Ucraina, mentre produrrà queste armi nucleari, non dovrà preoccuparsi delle sanzioni internazionali”.

Insomma l’Ucraina pare decisa a dotarsi di bombe atomiche e nessuno sta battendo ciglio. Forse il suo governo è sufficientemente rassicurante?

Alcune fonti:

Terremotati: mentre si attendono i fondi, aumentano i suicidi.

Si avvicina il Natale e ci si ricorda dei terremotati. Se ne ricordano i media, per l’esattezza: perché anche durante le infinite discussioni sulla manovra, mentre si disquisiva di aiuti a commercianti o pensionati, nessuno ha mai menzionato la situazione drammatica in cui ancora versano le vittime del terremoto del 2016.

All’epoca si disse che nominare come commissario Vasco Errani del PD, persona “tanto umana”, avrebbe risolto tutto. Invece, due anni dopo, le persone continuano a dover traslocare o a scoprire vermi e muffa nelle casette provvisorie. E gli psicologi raccontano anche di un tragico aumento del tasso di suicidi. Ai terremotati sono stati destinati gli 85 milioni di euro del taglio ai costi dei parlamentari, approvato tempo fa, ma intanto arriva un altro Natale al freddo. Le colpe sono di altri, è vero, ma i terremotati sono stati uno dei simboli del fallimento del precedente governo: meglio tenerlo a mente.

Alcune fonti:

28 mila laureati se ne sono andati. È questo “il bello” del globalismo?

E’ un dato della scorsa estate, ma merita di essere ricordato perché davvero mette i brividi: l’emigrazione italiana ha raggiunto le 280 mila persone l’anno. Cifre paragonabili alla grande emigrazione di massa degli anni ’50, subito dopo la seconda guerra mondiale.

Ma in questi giorni arrivano cifre ancora più angoscianti: ben il 10% di tutti coloro che se ne sono andati nel 2017, ovvero 28 mila persone, per la metà del Nord, sono giovani laureati. Un disastro economico oltre che umano: si calcola che l’investimento totale delle famiglie in istruzione, pari a 42 miliardi di euro, sia finito così ad arricchire aziende estere. Le colpe? Anni di politiche sbagliate sicuramente, ma anche la narrazione dei media che dipinge ostinatamente l’Italia come un Paese “morto”, e le capitali estere come paradisi in cui chiunque fa carriera e fortuna. Oltre ad incoraggiare con insistenza i trasferimenti come “il bello del globalismo”.

Una narrazione, e una situazione appunto, da Paese che ha subìto una guerra.

Alcune fonti:

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