La storia della caccia alle balene, raccontata bene.

Vi ricordate la triste notizia riguardo la decisione del Giappone di ricominciare la caccia commerciale alle balene? Siamo rimasti tutti delusi da questo passo indietro e si teme che altri paesi possano ora fare la stessa cosa. Eppure c’è qualcuno che esulta e… no: non sono i Giapponesi. Stiamo parlando di Sea Shepherd, una delle più importanti organizzazioni non governative che si batte per la tutela degli oceani.

Sea Shepherd: i pirati dei mari

Nasce nel 1977, fondata dal capitano Paul Watson, già fondatore di Greenpeace nel 1971 da cui si è separato pochi anni dopo, e si pone come obiettivo quello di tutelare gli oceani attraverso azioni dirette internazionali. La loro flotta, chiamata Nettuno, è formata da 13 navi  e diverse barche più piccole, che per oltre quattro decenni hanno contrastato balenieri, pescatori di squali, cacciatori di foche e di tartarughe, bracconieri, compagnie petrolifere e governi corrotti.

Vengono chiamati anche pirati, ma il loro primato di aggressività non violenta è rimasto intatto senza aver mai inflitto o ricevuto una sola ferita grave. Hanno colato a picco navi baleniere, bloccato flotte di cacciatori di foche, abbordato e arrestato dozzine di pescherecci illegali, e salvato migliaia di animali marini. Da anni collaborano con diversi governi, come il Costa Rica, l’Equador e il Messico, per porre fine alle attività di pesca e caccia illegale.

La caccia alle balene

La battaglia contro le baleniere giapponesi è molto antica. La prima moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena risale al 1986, ma da allora il Giappone se ne è sempre fregato. Allora nel 1994 l’International Whaling Commission (IWC) ha istituito, nell’Oceano Antartico, un’area di 50 milioni di chilometri dove è stata vietata ogni tipo di caccia commerciale. Questo “santuario delle Balene” è stato riconosciuto da tutti, ad eccezione del Giappone, che ha continuato a cacciare con la scusa della “ricerca scientifica”, potendo così uccidere centinaia di balene ogni anno.

È nel 2002 che Sea Sheperd intraprende la prima campagna nei mari antartici, visto che nessun altro si è mai opposto nonostante l’attività di caccia fosse illegale. Da allora, ogni anno le navi di Sea Sheperd hanno causato molti danni alla flotta nipponica e – soprattutto – salvato migliaia di balene.

È stato solo nel 2014 che il Giappone ha sospeso la caccia. Non certo per buona volontà, ma perché la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), avendo ritenuto che il programma di caccia scientifica giapponese in Antartide non fosse destinato a scopi scientifici, gli ha ritirato i permessi.

La prigione delle balene

Purtroppo la caccia giapponese non è l’unico pericolo per le balene. Recentemente è stata scoperta una vera e propria prigione delle balene in Russia, dove erano tenute in piccole gabbie marine novanta balene beluga e undici orche. Sono quattro le aziende coinvolte e dalle investigazioni è emerso che sarebbero attive dal 2013. Il loro scopo è quello di catturare – illegalmente – esemplari da rivendere ai parchi acquatici cinesi. Per darvi un’idea, un’orca al mercato nero può valere fino a sei milioni di dollari.

L’uscita del Giappone dalla International Whaling Commission

Intanto nel 2016 Tokio riprende la caccia, con un nuovo programma “scientifico” per uccidere questa volta quattromila giganti del mare in dodici anni. Ma nonostante il programma sia stato respinto dalla Corte Internazionale di Giustizia, dalla Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene e dalla Corte Federale Australiana, e nonostante l’indignazione internazionale, nessuna azione diretta è stata intrapresa contro queste attività illegali. Così, ancora una volta, il compito di difendere e proteggere le balene è stato lasciato alle associazioni come “Sea Sheperd”, che nel 2016 inizia la sua undicesima crociata nei mari antartici.

Ma al Giappone non bastava restare impunito: lo scorso settembre, durante la riunione dell’International Whailing Commission (IWC), in Brasile, si è inventato una proposta dal titolo ingannevole, “The Way Forward” (La Via del Futuro). In soldoni si tratta del tentativo di tornare a prima del 1987, quando la caccia commerciale alla balena era legale. La Proposta però è stata bocciata,e la Commissione ha messo in chiaro che questo tipo di attività non sarebbe più stata oggetto di discussione. Cos’altro poteva fare allora il Giappone, se non uscire dall’IWC, per riprendere la caccia commerciale?

L’uscita del Giappone è una buona notizia!

Ma quella che a molti è sembrata una brutta notizia, in realtà potrebbe rivelarsi positiva. Lo spiega proprio capitan Watson, in un comunicato sul sito di Sea shepherd.

“Non stanno riprendendo la caccia alla balena perché in realtà non hanno mai smesso. Il Giappone ha deciso di fare ciò che Islanda e Norvegia hanno fatto dal 1987, e cioè limitare l’uccisione delle balene alle proprie acque territoriali. La baleneria commerciale continua, ma senza il pretesto della ricerca scientifica il nostro compito di continuare a contrastarla in tutto il mondo diventa più facile, perché non ci saranno più pretese di legalità”.

Ma la cosa più importante, secondo il capitano, è che finalmente la guerra per le balene nell’Oceano del Sud è finita. È dal 1998 che l’IWC prova infatti ad istituire un grande santuario per cetacei in quell’area, il più grande al mondo, ma al momento della votazione non si è mai raggiunta la maggioranza. Ora che il Giappone è fuori dalla Commissione Internazionale, alcuni paesi non balenieri ma che si sono sempre schierati con il Giappone perché debitori, potrebbero decidere di votare liberamente. Per questo Sea Shepherd e le balene dicono: “grazie Giappone”!

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