Perché non sono d’accordo con il testo della Commissione Rodotà sui Beni Comuni – Paolo Maddalena

Giovedì scorso Claudio Messora ha intervistato il giurista e docente Ugo Mattei, che sta conducendo una battaglia per portare in Parlamento il testo di legge uscito dalla Commissione Rodotà sui Beni Comuni, e per far questo è determinato a raccogliere un milione di firme.

Tuttavia, nonostante il progetto di garantire i beni comuni sia unanimemente condivisibile, si è sviluppato un acceso dibattito tra intellettuali, che vede coinvolti tra gli attori anche chi vorrebbe certamente tutelarli, i beni comuni, ma si pone criticamente rispetto al lavoro svolto dalla Commissione Rodotà.

In particolare, Byoblu ha raccolto oggi la principale critica, mossa dal giurista Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale e presidente dell’associazione Attuare la Costituzione, che conta tra i membri del suo consiglio direttivo anche il noto giurista e psicoterapeuta Mauro Scardovelli.

Nell’attesa di poter organizzare un confronto in studio, ecco cosa ci ha detto Paolo Maddalena.

 Bisogna premettere che il concetto di bene comune ha avuto un’ampia accettazione nell’immaginario collettivo e io stesso, nel mio libro “Il territorio, bene comune degli italiani“, ho usato l’espressione “bene comune”. Questo – secondo me – nasce dal fatto che avendo privatizzato tutto è nato nell’immaginario collettivo l’idea della necessità di riportare nel pubblico quello che era diventato privato. Quindi i beni comuni sarebbero il nuovo modo di indicare i beni pubblici.

 Il tema è stato studiato, sono state scritte delle cose molto belle e quando si parla di beni comuni sicuramente si sfonda nell’accettazione da parte dell’uditorio. Ma trasformare in una proposta di legge d’iniziativa popolare lo schema scritto dalla “Commissione Rodotà” è un “fuor d’opera”, perché quello schema di disegno di legge della Commissione Rodotà, in realtà, non fu scritta dalla Commissione Rodotà, perché la Commissione Rodotà si riunì undici volte. Con undici volte di riunione di Commissione non si conclude niente. L’idea di quel disegno di legge era nato tra i burocrati del Ministero delle Finanze i quali avevano difficoltà procedimentali e contabili a proposito delle svendite, delle privatizzazioni e della compravendita di beni pubblici per poi poterli riaffittare. C’è questo bel costume, nella Pubblica Amministrazione in Italia: vendere i beni propri ed affittarli in modo da perderci due volte, nella vendita e nel pagamento del canone di affitto. E quindi c’era necessità di trovare un nuovo sistema contabile che andasse d’accordo anche con la contabilità internazionale. A mio avviso questa delibera, questa formulazione del disegno di legge passato sotto il nome della Commissione Rodotà non c’entra niente con i beni comuni. Cita i beni comuni indicando come tali una parte dei beni demaniali e un’altra parte dei beni demaniali li chiama “beni pubblici necessari”. Un po’ di confusione per raggiungere delle finalità che non sono affatto quelle di aumentare gli spazi dei beni comuni.

Si fonda su tre errori fondamentali:

  1. considera lo Stato come Stato persona giuridica, cioè come Pubblica Amministrazione e non come Stato-comunità in cui il popolo è sovrano.
  2. Eelimina il concetto di proprietà collettiva demaniale che è insito nelle parole: “La proprietà è pubblica e privata”. La proprietà pubblica, come dice Giannini, significa proprietà collettiva demaniale, cioè proprietà del popolo, proprietà collettiva del popolo. Quindi elimina il popolo.
  3. Impedisce qualsiasi iniziativa da parte del popolo sul piano giudiziario. Sul piano giudiziario può agire soltanto lo Stato che è considerato una persona giuridica e non – come dice la Costituzione – uno Stato-comunità, cioè il popolo italiano.

 E poi non parla assolutamente di quello che è stato il contenuto essenziale della teorizzazione dei beni comuni, cioè l’azione dei singoli nella gestione di questi beni. La Ostrom ebbe il Nobel proprio perché mise in evidenza come certi beni venivano ben gestiti da collettività singole. Quindi si è creata tutta una costruzione teorica molto bella sui beni comuni, ma fondata su una parola scritta in un disegno di legge che perseguiva un fine contabilistico, un fine burocratico che non c’entra niente, anzi è dannosa per la Pubblica Amministrazione.

 L’idea che hanno avuto gli amici miei Ugo Mattei e Alberto Lucarelli è stata quella di trasformare questo schema di disegno di legge passato sotto il nome della Commissione Rodotà (ma io credo che sia stato scritto anche dai burocrati del Ministero delle Finanze, nei meandri oscuri del Ministero delle Finanze) in una proposta d’iniziativa popolare che venga esaminata dal Parlamento e approvata come legge. Secondo me si commetterebbe un errore madornale, perché s’impedirebbe proprio l’attuazione di quella bella teorizzazione che s’è fatta sui beni comuni. Io ho avvertito i miei amici, ma la raccolta continua. Io vorrei pregare i miei amici di lasciar perdere la Commissione Rodotà e di seguire un altro schema, un altro disegno di legge che metta invece in evidenza come si deve combattere – non favorire – sia le privatizzazioni, sia le delocalizzazioni, sia le svendite. Perché questo interessa: la ricostituzione del patrimonio dello Stato, del patrimonio del popolo italiano. Che non esiste più, perché è stato tutto svenduto. E allora, per far questo, bisogna modificare il concetto di proprietà privata che è nel Codice Civile, che è stato letto sempre e soltanto sul Codice Civile, senza tener conto che sono state modificate dall’articolo 42 della Costituzione.

 Quindi è necessaria una nuova legge, la quale emetta un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 832 del concetto di proprietà privata. Nel senso che, mentre nell’articolo 832 del Codice Civile si dice: “Il proprietario può godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo”, cioè “padrone assoluto”, senza preoccuparsi dei danni che può fare alla collettività, l’articolo che io sostituirei suonerebbe più o meno così: “Il proprietario può godere della cosa rispettando la funzione sociale del bene stesso. Può disporre della cosa assicurando che l’operazione, quindi il contratto di vendita non vada contro la sicurezza, la libertà, la dignità umana e soprattutto l’utilità sociale”. Quindi metterei in evidenza la funzione sociale e l’utilità sociale che devono presidiare l’interesse pubblico di fronte alla proprietà privata. Finché la proprietà privata è messa al di sopra dell’interesse pubblico noi abbiamo la miseria di tutti. Bisogna fare in modo che la proprietà privata sia subordinata agli interessi di tutti com’è scritto in Costituzione.

 Quindi la norma che si vorrebbe far portare [ndr: il testo della Commissione Rodotà] è una norma incostituzionale che aggraverebbe di molto la condizione di tutti i cittadini italiani. Ecco perché mi sto dando da fare per far capire nel modo più civile possibile che quest’operazione che vogliono fare i miei sinceri amici Ugo Mattei e Alberto Lucarelli è un’operazione sbagliata che non va seguita e magari, al posto di quella, potremmo noi presentare un disegno di legge che veramente vada incontro, che apra spazi ai beni comuni, non che chiuda i beni comuni e favorisca le privatizzazioni, le svendite e le vendite e i riaffitti, come scritto nella deliberazione della Commissione Rodotà.

7 commenti

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  • Sono fortemente in disaccordo con la proposta di modifica dell’articolo 832 del codice civile che ha proposto Paolo Maddalena in questo articolo, perché è ingiusto e pericoloso che siano gli altri ad imporre limitazioni su ciò che è mio in termini interpretabili a piacere. Chi volete che sia contro, per esempio, la dignità umana? Ma cosa significa, in generale, l’espressione “la dignità umana”? Si può ragionevolmente ipotizzare che questo concetto possa venire abusato, come è già accaduto per altre leggi. Inoltre il problema non è cosa fa il privato della roba sua, ma cosa possiede il privato oggi, quindi è una proposta che nell’ambito dei beni comuni andrebbe a colpire il problema sbagliato. Le vicende del ponte di Genova dell’agosto scorso hanno rimesso sotto i riflettori la questione delle autostrade; la vicenda è stata tragica ed a caldo si è subito puntato il dito su come sono state gestite, ma già dopo i primi giorni è riemerso che fondamentalmente è sbagliato che un bene come le autostrade sia gestito da un privato: è strategico per la nazione, non è soggetto a rischi di mercato, l’innovazione ha un’importanza marginale, la sicurezza è un fattore preponderante ed immagino si possa continuare. Combattere privatizzazioni, delocalizzazioni e svendite può non piacere ad alcuni, ma è una strategia, ma minare il concetto di proprietà privata sarebbe solo una mina vagante.

  • Al di la del confronto in studio (e anzi proprio in vista di questo), vorrei farmi un’idea anche io sull’articolato (quello depositato in Cassazione, nudo e crudo) della proposta di legge sulla quale si richiederebbe la firma per l’iniziativa popolare: si potrebbe avere il link al testo della proposta di legge su cui Maddalena e Mattei hanno idee discordanti? Avrei piacere, da componente del “popolo sovrano”, arrivare preparato al confronto e poter verificare ciò che ciascuno dei due esperti appoggerà e criticherà.
    Vi ringrazio e, nel farvi i complimenti, vi auguro buon lavoro

  • Sono lieto di sentir citare Alberto Lucarelli che ho avuto occasione di conoscere quassù nel 2011 in Carnia nel corso del convegno “Invertiamo la rotta”. Uno degli elementi cardine del suo intervento è stato quello di evidenziare che è relativamente recente (primo decennio dello scorso secolo?) l’assunto per cui ciò che non è privato possa essere esclusivamente pubblico. In precedenza era evidente che esisteva una terza possibilità -vale a dire il godimento collettivo- che nei paesi anglosassoni era definito “common”.

    Lo Stato e gli enti locali hanno in ogni modo operato per impossessarsi delle proprietà collettive e far dimenticare la loro esistenza. Lucarelli evidenziava che l’attuale estensione delle proprietà collettive si era nello scorso secolo ridotta ad un quinto, stante l’estensione residua in 500.000 ettari. Nella mia valle sono tuttora presenti sotto forma di “consorzi dei beni frazionali” numerose proprietà collettive aventi caratteri molto diversi a seconda dei rispettivi statuti: In alcuni casi il godimento è ristretto agli “antichi originari” in altri il requisito della residenza dà accesso al bene collettivo in modo diretto, ovvero sotto forma di elargizione di legname da costruzione o ad uso combustibile. Un aspetto particolare, origine di non pochi contenziosi, è legato al regime delle latterie frazionali. Detti edifici essendo stati realizzati dalla collettività degli abitanti su terreno variamente pervenuto non sono in possesso di un titolo originario e col passare del tempo la loro alienazione diventa sempre più difficile. Cito l’alienazione perché fuori dai casi in cui l’immobile viene conservato al suo utilizzo pubblico -ovviamente non più connesso con la lavorazione del latte- si pone un oneroso problema di manutenzione che rende spesso obbligatoria la vendita (per evitare la rovina del fabbricato, responsabilità -di chi?-).

    Ho personalmente curato la ristrutturazione ad uso sociale di molte latterie; ne ho viste alienare a privati diverse altre, ma i tempi erano diversi (una quindicina di anni fa era sufficiente che alcuni frazionisti dichiarassero il possesso dell’ immobile e il notaio autenticava). Oggi dubito che il notaio accetti di stipulare il contratto di un fabbricato in assenza dei detentori del titolo originario; figuriamoci poi ottenere un finanziamento per l’acquisto). Per questo motivo ritengo ragionevole prevedere “in alcuni e ben delimitati casi” un meccanismo per poter procedere alla vendita del bene con ogni garanzia per l’acquirente.

  • Ritornare a discutere di proprietà collettiva è un segnale che individua una necessità che va oltre l’interpretazione delle leggi e le eventuali modifiche costituzionalmente orientate. La nostra società vive se recupera i valori della comunità per questo il subordine della proprietà privata agli interessi di tutti e quindi del popolo è un punto fondante della discussione che investe tutti, in questo trovo piena comunanza con la puntuale analisi del prof. Maddalena. Il mio ringraziamento va a al prof. Paolo Maddalena ma anche ad Alberto Lucarelli e Ugo Maffei, in quanto la loro proposta di legge di iniziativa popolare riporta l’attenzione sulla funzione della proprietà pubblica. Nicola Lanza

  • Paolo Maddalena, in modo gentile e garbato, dice delle cose pesantissime non solo contro Mattei e Lucarelli ma anche contro Rodotà, perchè se il testo di legge depositato a suo tempo in Parlamento è opera dei “meandri del Min. Finanze” e non del lavoro della Commissione presieduta da Rodotà e Rodotà non ha protestato-contestato quel testo anche lui (oltre a Mattei e Lucarelli che ora lo ripropongono) era colluso con questi funzionari del Mi.n Finanze …
    Maddalena chiama “amici” Mattei e Lucarelli: per me amicizia significa avere stima di una persona. Se questa persona opera in modo truffaldino (coinvolgere migliaia di persone per una legge che avrà, secondo lui, effetti opposti di quelli sbandierati!) io non potrei avere più nessuna stima e quindi neanche amicizia.
    Viste-ascoltate le due interviste per capire chi mente (o quantomeno sbaglia) vorrei un confronto diretto: direi, Claudio, che è indispensabile ed urgente. Grazie

  • Il testo della proposta di legge si può scaricare qui.
    https://generazionifuture.org/bcs/render.php?page=21#

    Un’altra riflessione che mi viene da fare dopo aver ascoltato P. Maddalena è che la legge depositata a suo tempo, come frutto del lavoro della Commissione presieduta da Rodotà, non è stata mai messa in discussione ed approvata dal Parlamento.
    Possibile che dai “meandri del Min. Finanze” nessuno abbia suggerito-spinto i vari governi che si sono succeduti (Berlusconi, Monti, Gentiloni, Letta, Renzi) a farla approvare, se nel testo c’era il loro zampino, per avere uno strumento utile a svendere un altro po’ dei ns. beni comuni?

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