DIETA E ALIMENTAZIONE DETOX: una spremuta di batteri può salvarci? Armando D’Orta

il DD Clinic Research Institute

Mi chiamo Armando D’orta, sono un biologo nutrizionista del DD Clinic Research Institute, Onlus che studia il rapporto tra le patologie degenerative, i tossici ambientali e cosa si può fare con l’alimentazione. Una parte del nostro gruppo è formata da giovanissimi biologi (circa una sessantina di colleghi che si arricchiscono di anno in anno), che raccolgono esperienze cliniche su tutto il territorio italiano, con lo scopo di condividerle con le università per stimolare progetti. Passiamo dunque dal territorio alla pratica clinica. Un altro gruppo della nostra Onlus studia la biologia positiva, cioè studiamo le persone longeve che però hanno la caratteristica di vivere in zone contaminate. Se io ho un ultracentenario che vive nella Terra dei Fuochi, o nei pressi dell’Ilva, o in alcune zone di Bologna, mentre nella palazzina accanto alla sua casa vivono cinque ragazzi vittime di linfoma, cerchiamo di capire il motivo del suo successo e di copiarne il metabolismo, le abitudini, le strategie di sopravvivenza urbana. Le mamme delle aree contaminate così possono andare dal dottore e chiedere se possono dare la frutta o la verdura al loro bambino. Ecco, nell’attesa che le istituzioni facciano il loro corso, che la politica dia una mano, il DD Clinic Research Institute, in base al territorio in cui si trovano i pazienti, cerca di dare delle risposte.

L’importanza del microbiota

The gut microbiome is required for full protection against acute arsenic toxicity in mouse models” è un bellissimo lavoro pubblicato il 21 dicembre 2018 su Nature, che dice quello che noi sosteniamo da tempo. Cos’hanno fatto? I batteri dell’uomo, cioè il microbiota umano, sono stati trasferiti nei topi e hanno visto che, anche iniettando l’arsenico, un metallo pesante, morivano di meno. Quindi un tipo di batterio intestinale, un certo pattern di microorganismi intestinali che noi possiamo copiare, è in qualche modo in grado di preservarci, di chelare, cioè di detossificare il corpo da un metallo.

Sappiamo che i metalli migrano, si muovono attraverso un campo diamagnetico o paramagnetico. Questi batteri sono capaci di identificare e di cambiare questo campo. Il punto è che se abbiamo metalli pesanti nelle ossa può non esserci nessun problema, ma se ad esempio abbiamo anche un nanogrammo di mercurio, che è neurotossico, nel neurone sbagliato, questo può dar luogo ad una patologia importante. Quindi il dato fondamentale non è sapere quanto metallo io abbia in corpo, ma dove si trova e se si muove.

I batteri sono i nostri parassiti o è il contrario?

Il problema è che questi batteri, di cui abbiamo tanto bisogno, non si possono vendere. Sono i cosiddetti anaerobi, che si trovano nel tratto intestinale. Noi come scuola abbiamo una visione intestino-centrica [ndr: anche in psicologia l’intestino viene comunemente definito il “secondo cervello”]. Nell’intestino abbiamo un numero di neuroni pari a quelli del cervello di un cane. Non solo: abbiamo soprattutto i quattro quinti dell’immunità residenziale (il grosso sta nella pancia, non nel sangue o nei linfonodi), e abbiamo quello che si potrebbe definire un “organismo”, che complessivamente pesa un chilo. Abbiamo più batteri che cellule (quindi non sappiamo se siamo noi i parassiti dei batteri o il contrario). I batteri fanno da collegamento tra i neuroni intestinali e il sistema immunitario. Per questo il crudo ha un enorme importanza: per quante capsule o bustine io possa prendere, non riesco mai a influenzare quello che in realtà mi protegge. I batteri più importanti sono quelli fecali, che poi distruggiamo con le terapie antibiotiche.

La barriera intestinale e le Tight junction

I metalli pesanti, che possono essere assunti dai farmaci, o attraverso l’alimentazione, passano per la classica barriera meccanica: le mucose e soprattutto la barriera epiteliale (la pelle). Quando la barriera meccanica dall’intestino è compromessa, con un allentamento delle Tight junction (complessi multiproteina di giunzione che prevengono selettivamente il passaggio di soluzioni o liquidi), si ha tra le altre cose la cosiddetta sindrome di permeabilità intestinale. Qualunque cosa arrivi alla mucosa intestinale e trovi un varco tra queste giunzioni che si sono in qualche modo allentate, anche di pochi nanometri, scatena una risposta immunologica complessa, fino ad arrivare a una infiammazione costante, subcontinua, che si chiama infiammazione minima persistente della sottomucosa. La sottomucosa è il calderone in cui la nostra tolleranza immunologica si sviluppa. Quindi tutto quello che io butto nel sacco influenza i batteri che possono proteggerci dagli elementi tossici e contribuisce a determinare se il mio sistema immune possa riconoscere una cellula che si trasforma. Quindi non veniamo più a dire che l’alimentazione non è importante!

Il problema del grano di oggi: il pane e la pasta sono sicuri?

Il pane e la pasta di oggi possono ancora considerarsi dieta mediterranea? Abbiamo evidenze in letteratura enormi. La distrazione immunologica o l’interferente endocrino dipendono molto dalla selezione del grano, che non è lo stesso di quello di 50 anni fa. Chi selezionava il grano nell’antichità? Il contadino: era la selezione massale. Una spiga è buona se è grossa, se resiste bene agli agenti infettivi, se ha più proteine per quantità di carboidrati. Questa selezione, che faceva il contadino, è stata poi fatta con gli innesti che hanno trasformato il genotipo del glutine. Sono state studiate le differenze nella composizione genetica e nella proteomica del glutine del grano moderno e del grano antico: sono stati messi una serie alleli (le due o più forme alternative dello stesso gene che si trovano nella stessa posizione su ciascun cromosoma omologo) ad alto peso molecolare, è cambiato l’indice glutemina-gliadina e sono scomparse tutta una serie di gliadine. È cambiato l’aspetto fenotipico del grano. Inoltre sono stati presi i polisaccaridi estratti dalla crusca del grano e li hanno dati ai topi, dopo averli immunosoppressi, per sollecitare il loro sistema immunitario. Ma nel momento in cui io introduco otto, nove, dieci microporzioni di questo cibo nella mia alimentazione, ho una stimolazione continua di tutte queste citochine che si trovano nella mia sottomucosa. Il glutine dei cosiddetti “grani moderni” presenta siti di restrizione diversi, frammentandosi in porzioni gliadiniche di peso molecolare diverso, dall’azione ancora oscura (si idrolizza con sequenze più piccole). Gli enzimi digestivi tagliano a peptoni, non tagliano a caso. Quindi se io vado a cambiare le sequenze e i siti di taglio, questi frammenti vengono spezzati in altre porzioni che probabilmente sono più piccole o diverse, passano dove non devono passare e cosa accade non lo sappiamo.

L’effetto è quello della distrazione immunologica della sottomucosa. Una volta che le barriere si sono allargate, può passare il metallo, o una diossina, e arrivare dove non avrebbe dovuto, essere assorbita per poi insediarsi nelle cellule e ci può essere un danno. Controllare questo meccanismo diventa fondamentale. La prima cosa da fare è ridurle, queste distrazioni immunologiche. Dobbiamo studiare i nostri cibi: quale è il nostro grano, quale è il nostro olio, quali sono i nostri legumi? E dopo averli studiati dobbiamo usarli per richiudere le barriere. Ma il grano deve essere italiano, e deve essere del centro-sud Italia, perché deve crescere in un clima che non è umido. Se importiamo grani canadesi o nordamericani, o il riso che viene dalla Russia, dove viene stoccato nei silos, al freddo, il cibo arriva pieno zeppo di funghi, di micotossine, tra tui una famosissima, la vomito-tossina. Mangiamo claudine o occludine che vanno ad allargare ancora di più queste maglie già allargate della barriera intestinale. Quindi dobbiamo mangiare grani autoctoni, antichi, e coltivati al centro-sud italia.

Il problema dell’intossicazione da diossina e metalli pesanti

Poi c’è anche il problema della diossina. Non potendo saggiare tutte le centomila sostanze che possono essere sepolte sotto a un campo, abbiamo bisogno di un biomarcatore. I minerali tossici, come il mercurio e il cadmio, sono semplici da dosare e monitorare nel tempo. Cos’abbiamo fatto noi? Siamo partiti da venti famiglie prese da zone ad alto rischio. Si tratta di un numero molto piccolo, statisticamente nullo (anche se ho visto studi condotti su due soli conigli quindi mi rassereno). Le abbiamo messe a dieta, secondo un sistema che prevede la modifica di alcuni batteri e l’attivazione dell’autofagia, cioè la riparazione cellulare che può avvenire solo con il digiuno.

La prima difficoltà che abbiamo riscontrato con questi soggetti, che si sono offerti spontaneamente, è che avevano paura di consumare frutta e verdura, e quindi si sentivano sicuri andando al supermercato e consumando solo merendine, o andare da Mc Donald, perché il messaggio era che lì almeno si disponeva di una tracciabilità certa, pur trattandosi di cibo spazzatura. La loro alimentazione per il 64% prevedeva pane, per il 52,4% formaggi, per il 31% carne bianca, per il 23,8% carne rossa, per il 23,8% dolci, e frutta solo per il 14,3%, mentre non prevedeva nessuna verdura, a meno che quella verdura non provenisse in maniera certificata ad esempio dalla Svizzera, cresciuta in serra e in coltivazioni idroponiche.

La centrifuga è stato un mezzo, durante i digiuni intermittenti prescritti, per concentrare il crudo, un altro tipo di sostanza con una premitura ricca di batteri che non posso somministrare tramite una compressa, in presenza di assunzione di cibo problematico, ricco di metalli. Si tratta di un protocollo che si può applicare anche, per esempio, ai pazienti chemioterapici, che hanno la necessità di liberarsi dei metalli assunti con i farmaci e che successivamente al trattamento non servono più.

La nostra Fondazione sta partecipando a progetti europei al fine di ricevere finanziamenti per avere un numero di persone statisticamente significativo (due o tremila persone). L’obiettivo è poter arrivare a dimostrare che un’alimentazione mirata funzione, al fine di poter dire a chi vive vicino all’Ilva, o a Bari, o nella Terra dei Fuochi, cosa deve mangiare e cosa no. Sarebbe auspicabile che gli universitari e le istituzioni studiassero questi meccanismi detox, che peraltro sono a costo zero perché si usano batteri e strategie di terapia alimentare, in previsione di tutti gli eventi che comportino un cambiamento del sistema immunitario, come ad esempio una gravidanza, o l’assunzione di farmaci importanti, così come gli episodi vaccinali.

Qui l’integrale del convegno “Vaccinare in sicurezza”, riprese venerdì 25 gennaio 2019 dalle telecamere di Byoblu, per oltre otto ore di girato: https://www.youtube.com/watch?v=qCkOyJphN3I

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