Il Trattato di Aquisgrana: nasce il nuovo impero franco-tedesco? Gianandrea Gaiani

Byoblu ha seguito per voi il seminario “L’Idea di Europa“, tenutosi alla sede del Parlamento Europeo a Roma. Qui di seguito l’intervento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, sul nuovo Trattato di Aquisgrana nel quale Macron e la Merkel hanno definito la nuova anima portante dell’Unione Europea, forse in previsione della sua dissoluzione, arrivando a definire una nuova cooperazione militare a tutela dei reciproci confini. 

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Io credo che a dare il colpo di grazia all’Unione Europea non saranno i sovranismi, i nazionalismi che adesso sono diventati il “babau“, il mostro cattivo da affrontare: sarà proprio l’ultimo trattato (che non è europeo, ma che è bilaterale), che è il trattato franco-tedesco firmato nel gennaio scorso. Di fatto sancisce che l’Europa resta, come Unione Europea, ma sarà inevitabilmente (dopo l’uscita della Gran Bretagna) a trazione franco-tedesca. F

Forse – potete dire – lo era anche prima. Sì, però stavolta vengono messe nero su bianco delle cose, nel Trattato di Aquisgrana, che ci dicono molto sul fatto che l’Europa sta morendo e viene uccisa da questo trattato. Perché Francia e Germania dicono: «Noi andiamo avanti per conto nostro, gli altri possono seguirci, dovranno seguirci». Guardiamola in termini geopolitici: Francia e Germania mettono insieme 140 milioni di abitanti, come la Russia, ma con un PIL che è tre volte o quattro quello italiano. Diventano di fatto un punto di riferimento. Potenziando la difesa europea.

E qualche problema ce lo dovremo porre anche noi italiani, perché abbiamo questa lunga trattativa per i cantieri navali che con i francesi fa fatica ad andare avanti. Fincantieri deve rilevare il cantiere STX e la cosa sta andando male. Non vorrei, ma sono malizioso, che ci sia stato un ripensamento e questa intesa la si possa fare poi domani con dei cantieri tedeschi. Non sono preoccupato dalla Francia o dalla Germania (che io considero Paesi amici, popoli amici): sono preoccupato dalle tendenze egemoniche, perché sono quelle che uccideranno il sogno europeo: lo sviluppo di programmi franco-tedeschi ed esclusivamente franco-tedeschi!

Noi è tanti anni che sentiamo parlare di un esercito europeo, di forze armate europee: siamo riusciti in questi anni a creare delle integrazioni industriali per produrre insieme aerei e  missili. Beh! Adesso Berlino e Parigi ci dicono che loro il cacciabombardiere di sesta generazione se lo fanno da soli e poi, se vuoi diventare sub-fornitore, come  ad esempio essere il produttore dei bulloni o anche semplicemente un cliente, tu Italia o chiunque altro sarai libero di farlo. Svilupperanno un carrarmato! Sarà fatto da loro: noi potremo comprarlo, magari metterci dentro qualche pezzo di ferro. Veicoli corazzati, artiglieria: quindi Francia e Germania vanno per la loro strada. E l’Inghilterra va per la sua strada. E l’Italia? L’Italia dovrà decidere se restare in coda ai franco-tedeschi o se sviluppare un’alleanza con i britannici in termini di prodotti militari che vuol dire però, comunque, metterci i soldi che per ora mi pare nessuno abbia voglia di metterci. Oggi più che mai, in termini militari, le idee espresse in questo accordo di Aquisgrana sono molto precise: “I due Stati si dichiarano” – leggo testualmente – “si dichiarano a favore di una cooperazione quanto più stretta possibile fra le loro industrie della difesa, basata sulla fiducia reciproca“.

È stato istituito poi il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza (la UE non c’entra nulla: solo “francesi e tedeschi“!), un “organo politico per orientare gli impegni reciproci che si riunirà al più alto livello“. Allora, vogliamo chiamarlo “direttorio“, “parlamento“? Ognuno lo chiami come vuole. È impossibile, però non notare che questo trattato viene firmato da due Governi che cercano in ogni modo di reprime le contestazioni e le opposizioni interne. Qualcuno ha fatto caso che in Francia c’è una forte repressione del movimento dei gilet gialli? Si sono dimenticati le banlieue, la “reconquête républicaine“, e c’è la forte repressione di questa contestazione interna. In Germania i servizi di sicurezza (della sicurezza interna) sono oggi più impegnati – ed è stato detto pubblicamente – a controllare quello che fa Alternative für Deutschland che non a controllare l’esplosione di presenze salafite, dove il boom dei reati compiuti a sfondo islamista, compiuti da immigrati e residenti, ha raggiunto dei livelli… quanto alti? Non si sa: il dato è stato secretato e non si può accedere.

Allora questo direttorio – che si basa anche sul controllo interno – mi impone di evidenziare una certa preoccupazione. Anche perché per chi si era illuso che l’Europa fosse un condominio dove tutti siamo uguali e paghiamo ugualmente le spese condominiali, il risveglio adesso è brusco. Qui siamo nella “Fattoria degli animali” di Orwell dove siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. E questo è un fatto che si può apprezzare, combattere, ma comunque dovremo affrontare con un certo pragmatismo. Del resto solo con molta ingenuità si poteva pensare che questo condominio esistesse davvero, bastava – ad esempio – far caso al fatto che alcuni Paesi sforano da anni il 3% del PIL e nessuno gli dice nulla, ma se noi andiamo oltre al 2% “siamo un Paese che vuole distruggere l’Unione Europea“.

Faccio un discorso da italiano, bastava forse vedere il trattamento riservato alla Grecia qualche anno fa. Qualcuno recentemente ha detto: «Beh! Forse con i greci abbiamo esagerato», “abbiamo esagerato!” [ndr: Juncker]. E poi? Questo qualcuno si è dimesso, dopo averlo detto? No! È ancora lì a pontificare! Allora queste cose, da italiani, da francesi, da europei dovremmo forse tenerle maggiormente in considerazione, perché anche la nostra sicurezza dipende da questa visione. Picchiamo i gilet gialli e lasciamo stare i salafiti, tanto fra qualche anno, quando avremo intere città col vessillo dell’ISIS qualcuno dirà: «Va beh! Ci siamo sbagliati…».

Resta da chiedersi, però: questo nuovo direttorio franco-tedesco quanto possa reggere, perché si tratta di due popoli diversi. In realtà, quello che ha sempre impedito all’Europa di essere un soggetto strategico è il fatto che abbiamo in comune solo una cosa: nessun paese europeo è più disposto a fare guerre! Guerre nel senso di mandare soldati a combattere e a morire. L’Afghanistan è un esempio, ma ce ne sono altri. Quanti soldati siamo pronti a perdere per stabilizzare – ipoteticamente – la Libia? I russi, che sono stati in grado di perderne 500, hanno vinto in Siria con 500 morti. L’altro aspetto che rende difficile una politica europea comune di difesa è che ovviamente abbiamo Governi diversi. In questo momento in Germania c’è un Governo che dice: “Facciamo il blocco delle esportazioni di armi all’Arabia Saudita“. Una parte di questo Governo – che è la CDU – è fermamente contraria, ma se la grossa coalizione vuole continuare, allora questo è il diktat. Ai francesi non piace, ai britannici ancora meno, anche perché molte delle cose che noi europei esportiamo – anche in termini di armi – sono prodotte insieme. La Gran Bretagna sta firmando il contratto per dare altri 48 cacciabombardieri Typhoon ai sauditi (è lavoro per gli italiani, per gli spagnoli, per i britannici, per i tedeschi), ma se i tedeschi dicono: «noi non esportiamo» come si fa? Le reazioni di alcuni industrie sono molto forti. La Francia ha risposto molto duramente a questa linea tedesca minacciando di bloccare tutte le cooperazioni militari. Quindi quegli accordi di cui abbiamo parlato prima, siglati a gennaio – due mesi fa -, che prevedevano che i franco-tedeschi facessero tutto da soli, sono già messi oggi in discussione dal fatto che in quel trattato di Aquisgrana c’era anche l’intesa per esportare e aumentare l’export militare. Allora, vedete, addirittura alcune aziende come Airbus stanno valutando di togliere dai loro aeroplani le componenti prodotte in Germania, per poter continuare a vendere questi prodotti. Ovviamente non sarà possibile farlo con tutti.

In realtà i problemi che abbiamo per la difesa e per la sicurezza in Europa sono gli stessi che abbiamo su tutti i fronti. Abbiamo differenti visioni e abbiamo un rischio di egemonie. Le differenti visioni ci consentono di mantenere delle autonomie nazionali, che sono – credo – il sale dell’Europa: sono la ricchezza, la forza dell’Europa. Abbiamo, però l’esigenza di integrare il più possibile gli sforzi per fare massa critica competitiva con le grandi potenze. Al tempo stesso – e concludo – rischiamo che gli egemonismi ci portino a periodi storici passati molto negativi per l’Europa, perché egemonismi di alcuni Paesi europei li abbiamo già vissuti, ci sono stati imposti per alcuni anni e hanno comportato un prezzo da pagare molto alto per tutti.

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