Qual è il problema con Greta Thunberg? Risponde Marco Rosa-Clot, del CRS4

Una questione delicata e seria come quella ambientale, sull’onda del fenomeno “Greta”, si è trasformata in uno scontro fra tifoserie acritiche e rumorose. Per rimettere ordine e riportare la vicenda sui binari del merito e del ragionamento, abbiamo intervistato il prof. Marco Rosa-Clot, già cattedratico di Fisica all’Università di Firenze ed ex direttore scientifico del CRS4, il Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori di Cagliari.

Cosa c'è che non va con Greta Thunberg

In questi giorni il fenomeno Greta ha rimesso al centro del dibattito la questione ambientale. Esiste effettivamente un problema o siamo di fronte a una gigantesca operazione di marketing?

Risposta affermativa ad entrambe le cose: esiste un problema ambientale e siamo davanti a una gigantesca operazione di marketing. Il dibattito sui media ha spostato la discussione su un tema totalmente irrilevante, creando stupide lotte tra “gretini” e “antigretini”. Qualcuno forse ci guadagna, ma non è ancora ben chiaro chi. Il problema non è quello ma:

a) la crescita della domanda di energia cui non vogliamo e non dobbiamo rinunciare;
b) la necessità per ragioni economiche ed ambientali di limitare l’uso dei fossili;
c) il reperimento di nuove risorse senza creare danni nel futuro (anche immediato).

“La natura va persuasa, non forzata”
(Epicuro 300 BC).

 

Spesso sentiamo previsioni apocalittiche, che pronosticano immani ed imminenti tragedie se l’uomo non modifica il suo modello di sviluppo. Queste profezie di sventura, in genere, poi non si verificano mai (endemicamente i cosiddetti “esperti”, ad esempio, prevedono l’imminente inondazione di molte città costiere). Questo tipo di allarmismo ricorrente ha basi scientifiche, oppure è parte di una strategia comunicativa e politica?

Senz’altro se faccio “bau!”, qualcuno si spaventa e forse arrivano più finanziamenti al mio gruppo di ricerca. Ma la verità è che non abbiamo una sufficiente comprensione di cosa veramente stia succedendo. In altre parole la scienza non ha – ad oggi – un modello adeguato alla descrizione dell’estrema complessità del pianeta e della sua interazione con il sole. Affermarlo non è una rinuncia ad analizzare il problema. Disponiamo di strumenti sempre più sofisticati e di una visione globale di molti dei parametri che regolano il clima, ma le nostre capacità di previsione restano molto limitate. Estenderle e cercare di capire è un obiettivo importante e richiede uno sforzo coordinato a livello planetario. Non avremo però la risposta domani!

 

I cambiamenti climatici sono influenzati realmente dall’uomo?

In parte sì. Il pianeta ha sue dinamiche spesso imprevedibili (nel senso che non abbiamo sufficienti dati e teorie per prevedere cosa succederà fra sei mesi, figuriamoci tra dieci anni); a queste si aggiunge l’effetto antropico che solitamente è una componente assai limitata dell’intero problema. Su scala locale e per quanto concerne i danni che ci auto-infliggiamo, abbiamo enormi problemi legati alla gestione dei rifiuti, dell’acqua e dell’aria che possono portare ad effetti disastrosi sulla durata e sulla qualità della vita. Su scala planetaria, però, l’effetto antropico è un problema aperto e non ancora chiarito.

 

L’inquinamento ambientale, anche senza metterlo in relazione ai cambiamenti climatici, rappresenta comunque un problema. Qual è oggi la situazione?

Le mode, come nel caso dell’estremo interesse dei media per il caso Greta, invadono il grosso degli spazi di dibattito e impediscono un approccio scientifico al problema. Solo per fare un esempio, all’inizio del 2000 la moda spiegava che il diesel è la macchina del futuro (falso come vediamo oggi), che il motore è più efficiente (vero) e che conviene orientarsi verso diesel con controllo di emissione (dubbio). Oggi il diesel è un mostro da abbattere, ma le polvere sottili esistevano già nel 2000. Lo stesso vale per l’auto elettrica che oggi riempie le colonne dei giornali e gli spazi dei media con il suo effetto rivoluzionario su energia e ambiente. Non è così, e ci sono congressi e molte pubblicazioni scientifiche che ne sottolineano i profondi limiti: avremo un maggior consumo energetico, maggiori problemi di decomissioning e un sistema più costoso. Ma la moda è moda e siccome c’è di mezzo il volano possente delle case produttrici che ci vedono un grossissimo affare, allora forza con l’auto elettrica.

 

Il petrolio rischia davvero di finire o siamo di fronte a un’altra suggestione ascientifica?

Le risorse fossili sono limitate per definizione e il consumo, specie con l’affacciarsi sulla soglia della società industriale di tre miliardi di persone in Asia (per non parlare dell’Africa, specie se li aiutiamo a casa loro), non potrà che crescere. Vero è che si trovano sempre nuove risorse e lo shale gas negli USA ne è un esempio. Però il limite si sposta, ma rimane e la crescita – per ora esponenziale – dei consumi non perdona. Tutti concordano sul fatto che questo secolo vedrà la fine di gas e petrolio (non del carbone), quindi pensiamoci per tempo e io credo che questo dato sia incontrovertibile.

 

L’Italia è all’avanguardia o in ritardo sulla questione delle energie rinnovabili?

L’Italia non ha mai fatto una seria programmazione delle energie rinnovabili. I decreti emessi negli ultimi 20 anni (da Scajola a Pecoraro Scanio fino ai successori più recenti) sono stati improvvisati e dettati non da analisi, ma dalla ricerca di consenso politico. La confusione regna sovrana e non c’è alcuna strategia energetica (non diversamente da quello che è successo negli anni ‘70 per il piano energetico di Donat Cattin, amici DC e contigui). Tuttavia una strategia va pensata. In Italia c’è molto idroelettrico con una storia centenaria e abbiamo la fortuna di avere un’ottima insolazione, quindi un’espansione programmata del fotovoltaico sarebbe necessaria. Col vento siamo messi male in quanto la ventosità media è la metà di quella del nord Europa e quindi l’energia ricavabile da una turbina eolica un ottavo, ma guarda caso si parla più di eolico che di fotovoltaico. Inviterei chi ci governa, a prescindere dalle collocazioni politiche, a fare un’analisi fisico-economica del problema e a scegliere, di comune accordo con chi nella contingenza sta all’opposizione, una strategia di intervento da gestire con continuità nei prossimi 20 anni. Sottolineo con continuità e senza cambi di linea contestuali al periodico e fisiologico cambio del colore dei diversi governi.


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Credo nell'articolo 21, odio giornali e TV generaliste (non possiedo nemmeno il televisore e non guardo la TV da 21 anni), voglio un'informazione affidabile alternativa. Grazie per tutto quanto state facendo.

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2 commenti

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  • Se compri per casa un kWh lo paghi 0,16€ se lo vendi da casa ti pagano 0,03 €.
    Qual’è quell’autolesionista che si mette a produrre energia fotovoltaica da vendere?
    Il trasporto non lo puoi comprare di fatto perché esiste un sostanziale monopolio delle linee.
    I venditori di idrocarburi (olio e metano) vedono il fotovoltaico come il fumo negli occhi.
    Il fotovoltaico in Italia non è commercialmente autosostenibile. Punto.
    Dove vogliamo andare?
    Voi sapete dov’è un piano energetico nazionale validato governativamente?
    Credo che l’ultimo sia degli anni ’70 o giù di lì.
    Daltra parte perché facciamo la guerra in Libia contro i Francesi?

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