Perché non si parla più del caso Palamara – Antonio Ingroia

Antonio Ingroia, ex magistrato, si è occupato delle più importanti indagini della storia recente d’Italia. È considerato il padre del processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, filone di inchiesta che finì con il lambire anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Con Ingroia abbiamo cercato di ricostruire un pezzo oscuro della storia recente d’Italia per arrivare fino al caso Palamara, prima deflagrato con forza e poi improvvisamente finito nel dimenticatoio.

Via D’Amelio strage di Stato Antonio Ingroia

di Francesco Toscano

La Procura di Firenze ha riaperto le indagini sulle stragi del 1993. L’ex premier Silvio Berlusconi risulta indagato. È sorpreso?

Sono sorpreso della sorpresa semmai. Renzi si è detto addirittura sbalordito da questa indagine che, a sua avviso, non è avvalorata da “nessuno straccio di prova”.

In realtà da almeno dieci anni sono stati acquisiti elementi di prova che rendono doverosa l’apertura di un’indagine che accenda i riflettori in prima battuta su Marcello Dell’Utri e in seconda battuta su Silvio Berlusconi.

La strategia stragista del 1993 perseguiva un preciso obiettivo politico: azzerare i vecchi referenti, a partire da quelli della Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti. Gli stessi erano infatti oramai ritenuti inaffidabili agli occhi del sistema mafioso e non solo mafioso: bisognava quindi puntare su nuovi uomini da inserire nella fase di “ristrutturazione” – a cavallo tra prima e Seconda Repubblica – del sistema politico nel suo complesso. Questa fase inizia con l’omicidio di Salvo Lima, già ambasciatore di Andreotti in Sicilia per i rapporti con Cosa nostra.

Dentro questo scenario Marcello Dell’Utri, come si evince dalla lettura delle carte processuali, lavorava alla costruzione di un soggetto politico fin dal 1992, per poi divenire nel 1994 tra i protagonisti della nascita di Forza Italia. È plausibile ritenere allora che Maurizio Costanzo sia stato oggetto di un attentato perché, fra i diversi consiglieri di Berlusconi, era uno di quelli che spingeva affinché il capo di Mediaset non entrasse in politica. Esercitava questo ruolo proprio mentre il sistema criminale – per il tramite di Dell’Utri – era alla ricerca spasmodica di nuovi riferimenti. L’attentato a Costanzo potrebbe essere stato un avvertimento che, recepito da Berlusconi stesso, finì con il favorire lo scioglimento dei dubbi del Cavaliere.

Pochi giorni prima della discesa in campo ufficiale di Berlusconi era in programma un sanguinoso attentato a Roma, alla stadio Olimpico, contro i carabinieri. Quell’attentato fallì per una fortunata casualità e non venne più riproposto perché nel frattempo fu evidentemente trovato un accordo complessivo. Il boss di Brancaccio Graviano riferì al pentito Gaspare Spatuzza queste circostanze, circostanze tra l’altro confermate dallo stesso Graviano, intercettato in carcere mentre discuteva con un altro detenuto: «Quelle stragi erano un favore per Berlusconi», disse.

Per queste ragioni, con buona pace di Renzi, la riapertura delle indagini è doverosa anche se ritengo che, passati molti anni da allora, sarà quasi impossibile ricostruire la verità per via giudiziaria.

 

Viene naturale chiedersi, però, come mai vengano nominate solo le stragi del 1993, mentre quelle del 1992 che uccisero Falcone e Borsellino restano sullo sfondo. Bisogna quindi ritenere che le bombe del 1992 e quelle del 1993 siano figlie di progettualità e dinamiche distinte e diverse? L’uccisione di Falcone avvenuta il 23 maggio del 1992, mentre era in corso la votazione in Parlamento per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, determina di fatto il ritiro di Andreotti aprendo la strada del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro.

Bisogna fare una premessa che riguarda la competenza. La competenza per le stragi del 1992 è della Procura di Caltanissetta, mentre quella per le stragi del 1993 è della Procura di Firenze. Fino ad ora sembra attiva solo la Procura di Firenze, non sappiamo se quella di Caltanissetta abbia riaperto le indagini o meno (per una coincidenza la notizia della riapertura delle indagini è arrivata poche ore dopo l’intervista rilasciata da Ingroia, ndr). È vero che la strategia è unitaria, ma io ritengo che queste stragi abbiano moventi e mandanti plurimi.

Rispetto al 1992 l’obiettivo principale era quello di azzerare il passato per costruire il futuro. Per questo finiscono nel mirino i “riferimenti tradizionali”, e per questo muore Salvo Lima. È chiaro che la strage di Capaci serviva per fare fuori Andreotti dalla lotta per il Quirinale. Brusca, quello che schiacciò il pulsante che azionò la bomba contro Falcone, disse che «era come prendere due piccioni con una fava».

Dall’altro lato quelle bombe avviano la fase della trattativa che nel 1993-1994 trova riscontro in Berlusconi e Dell’Utri. Prima furono battute altre strade: quella indipendentista di Sicilia Libera, l’abboccamento con la Lega di Bossi subito naufragato, immediatamente l’opzione con pezzi vecchi di Prima Repubblica da riciclare… insomma ci furono diversi tentativi falliti prima di realizzare i nuovi equilibri politici definitivi, quelli del 1994.

 

Le inchieste sulla strage di via D’Amelio, incanalate intorno alle parole del finto boss Scarantino, furono deviate. Uno dei protagonisti principali di questo mastodontico depistaggio sembra essere stato l’ex prefetto Arnaldo La Barbera. Sbagliò in buona fede La Barbera, solo perché incapace, oppure è lecito sospettare qualcosa di diverso anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo che disse di essere stato avvicinato prima della strage di Capaci proprio da uomini dei servizi mentre si trovava recluso in un carcere inglese? Si tratta di mere congetture, fantasie e millanterie, oppure no?

Bisogna cominciare con il dire chi era Arnaldo La Barbera, che non era solo il dirigente della squadra mobile di Palermo. Non a caso fu posto anche a capo della scorta che per lungo tempo “proteggeva”- o sarebbe meglio dire “controllava” – Giovanni Falcone; ma era anche (si è scoperto dopo) un uomo a libro paga dei servizi segreti (agente “Rutilius”, ndr). Questo suo ruolo ambivalente, uomo della polizia e al contempo membro dei servizi segreti, acquisisce un valore importante proprio adesso che si sospetta un intervento di alcuni uomini organici a precise agenzie di intelligence nella consumazione dell’attentato di via D’Amelio.

È lecito quindi sospettare che il depistaggio che ruota intorno alla figura di Scarantino non sia stato frutto di un semplice errore da dilettanti, alla luce del fatto che l’attenzione su Scarantino fu indirizzata dall’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, poi condannato con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma La Barbera e Contrada erano solo pedine dentro un gioco più grande di loro. Alle loro spalle c’era uno Stato che aveva interesse a depistare le indagini su Borsellino. Uno Stato che agiva evidentemente per salvare se stesso. Via D’Amelio è una strage di Stato.

 

È vero che per un magistrato che insegue solo la verità è più difficile indagare a “sinistra” che a “destra”? Quando si tirano in ballo i nomi dei soliti noti – Dell’Utri, Berlusconi e compagnia – è difficile finire sulla graticola. Quando invece si accendono i riflettori sui politici di sinistra le resistenze in genere sono maggiori. Tutti ricordano, ad esempio, le polemiche contro la Procura di Palermo quando osò pronunciare il nome di Giorgio Napolitano in merito alla Trattativa Stato-Mafia. A proposito di Napolitano: è casuale lo scoppio delle bombe romane del 1993 nelle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, luoghi che ricordano i nomi dei Presidenti delle Camere dell’epoca Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini?

Non è di per sé più difficile indagare sui politici di sinistra che su quelli di destra. La destra è sempre contro le indagini, a prescindere dal fatto che nel mirino finiscano politici conservatori o progressisti. Mentre quelli di sinistra, se indaghi su Berlusconi e Dell’Utri, ti applaudono con enfasi, ma se indaghi su qualcuno di loro – penso al caso Mancino, agli accertamenti che hanno sfiorato Napolitano oppure agli approfondimenti che hanno riguardato Luciano Violante – ti attaccano in preda al doppiopesismo. Se indaghi su politici di destra ti attacca solo la destra, ma se indaghi su politici di sinistra ti attaccano sia la destra che la sinistra. Questa mi sembra la differenza sostanziale più evidente.

Per quanto riguarda la scelta dei nomi delle chiese, che richiamavano Napolitano e Spadolini, io ho sempre ritenuto che contenessero un messaggio, che ci fossero quindi dei suggeritori molto raffinati dietro quelle bombe; è impensabile ritenere che i Graviano, i Brusca, i Bagarella e altri avessero la sottigliezza intellettuale per fare cose del genere. Questa pista non ha ancora ottenuto riscontri in nessuna sentenza, e io rimango personalmente convinto che si tratti dell’ennesimo buco nero, di una delle tante zone d’ombra che aleggiano lugubri su quella stagione.

 

Chiudiamo con un caso recente. Che idea ti sei fatto sul caso Palamara? Stranamente non se ne parla più…

Del caso Palamara si possono dire oggi due cose:

  1. la prima cosa è che ho fatto bene a lasciare la magistratura nel momento in cui ho capito che era insostenibile il peso del correntismo giudiziario e del condizionamento della politica sulla carriera dei magistrati. Tanti miei ex colleghi hanno fatto e fanno brillanti carriere proprio coltivando rapporti incestuosi con la politica che la vicenda Palamara ha chiaramente smascherato.
  2. In secondo luogo capisco solo oggi perché il caso Palamara è scomparso con la stessa velocità con la quale era arrivato. All’improvviso, guarda caso, si erano tutti accorti che c’era qualcosa che non andava nei rapporti fra i magistrati e i politici. Poi però tutti zitti.

Cosa se ne deduce? Se ne deduce che il caso Palamara serviva solo a stroncare la nomina a procuratore capo di Roma di Marcello Viola, oggi procuratore generale a Firenze. Per via di una serie di veti incrociati Viola, che fra tanti altri godeva pure del sostegno di Palamara, stava per essere nominato capo di una Procura così sensibile pur non essendo un uomo “di garanzia” per il sistema di potere dominante. Per fermarlo allora si è pensato bene di enfatizzare al massimo il ruolo di Palamara quale elemento decisivo della sua imminente nomina. Il risultato è stato raggiunto. Il Csm ha infatti deciso di azzerare l’attività istruttoria che aveva fatto la Commissione per il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi del Csm e così Viola non approda più a Roma.

Ora il Csm può riprendere in silenzio a lavorare una vecchia pratica. Il favorito per la carica di capo della procura di Roma – stando a quanto scrivono i giornali – è adesso Michele Prestipino, magistrato molto vicino a Giuseppe Pignatone che si è sempre distinto in tutta la sua carriera per la sua felpata prudenza nelle indagini che riguardavano la politica. Passato il rischio di ritrovarsi un magistrato non omologato né condizionabile come Marcello Viola a capo della Procura di Roma, il caso Palamara è uscito dai radar dei media perché non serviva più.

Tanto si può sempre distrarre la pubblica opinione parlando d’altro…


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