Cose turche e pantano siriano: dal caso Kashoggi ai rapporti con l’Unione Europea. I tanti dossier aperti del “Sultano” Erdogan

Valeria Giannotta è docente universitaria a Istanbul e direttrice dell’osservatorio Turchia del CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale). Esperta di questioni turche, ha pubblicato con Castelvecchi editore il libro “Erdogan e il suo partito”.

Valeria Giannotta 3 Siria Turchia

Pare che la Turchia abbia deliberato un attacco nel nord-est della Siria per colpire le postazioni curde. Come si spiega questa improvvisa accelerazione?

I grandi media raccontano di una “improvvisa accelerazione” quando in realtà in Turchia si discute da mesi di un possibile nuovo intervento oltre confine per “ripulire” –  così si esprimono i decisori turchi –  l’area ad est dell’Eufrate dalla “minaccia terroristica”. Per Ankara il principale pericolo per la sicurezza nazionale è rappresentato infatti dalle milizie curde dell’YPG (acronimo che sta per “Unità per la protezione del popolo”, ndr). Questa opzione per la Siria era nell’aria da moltissimo tempo e non rappresenta un elemento di sorpresa per nessuno. Stiamo parlando inoltre del terzo ingresso promosso dai turchi in Siria, dopo quelli avvenuti nel 2016 e nel 2018 con le operazioni “scudo dell’Eufrate” e “ramoscello d’ulivo”. Il vero elemento di novità è ravvisabile, semmai, nel nuovo approccio sposato dall’amministrazione americana che non sembra ostacolare adesso le strategie turche nell’area. Nell’ultimo anno le diplomazie di Washington e di Ankara hanno lavorato intensamente per pianificare la creazione di un “corridoio” al confine fra Turchia e Siria. Fino a ieri però un accordo non era stato trovato. Gli americani sostenevano che il controllo di questo corridoio doveva essere affidato ai curdi dell’YPG, mentre per i turchi questa ipotesi risultava assolutamente indigeribile. Per l’establishment turco l’YPG è la “costola siriana” del gruppo terroristico PKK, organizzazione contro la quale Ankara combatte da più di trent’anni.

 

Nel 2016, al tempo del tentato golpe contro Erdogan, i rapporti fra la Turchia e gli Stati Uniti di Obama sembravano essere molto tesi. Non a caso Ankara chiese inutilmente alla Casa Bianca la consegna del politologo Fethullah Gulen, considerato la mente del fallito attentato da anni residente in Pennsylvania. Con l’arrivo di Trump le relazioni fra Stati Uniti e Turchia sono migliorate? Come si spiega inoltre l’acquisto da parte di un Paese Nato come la Turchia del sistema antimissilistico S-400 di produzione russa?

La Turchia, proprio per la sua posizione geostrategica, tende a proteggere prioritariamente il proprio interesse nazionale e la propria stabilità interna. Considerato che la Turchia condivide con la Siria una lunghissima linea di confine, tutto quello che accade dall’altra parte condiziona la stabilità della Turchia. Uno dei motivi che più di ogni altro ha provocato frizioni fra i turchi e gli americani riguarda proprio il sostegno garantito dagli americani in Siria alle milizie curde. I turchi mal sopportano alcune ambiguità statunitensi. Da un lato, infatti, Washington riconosce ufficialmente il PKK quale organizzazione terroristica, dall’altro però la Casa Bianca non si fa scrupolo nell’armare l’YPG, braccio siriano del PKK sostenuto proprio dagli americani. Stati Uniti e Turchia fanno parte dell’alleanza Nato, certo, ma da parte turca esiste una certa frustrazione nei rapporti con Washington. Questa frustrazione era fortissima ai tempi dell’amministrazione Obama. Con l’arrivo di Trump i rapporti bilaterali fra i due Paesi erano in un primo momento lievemente migliorati. La vittoria di Trump era stata accolta con favore nelle stanze del potere turco. L’ ottimismo però è svanito presto. Il caso Gulen ad esempio, tuttora autoesiliato in Pennsylvania, non si è sbloccato con l’arrivo di un nuovo Presidente alla Casa Bianca. Dopo l’arresto da parte delle autorità turche del pastore evangelico statunitense Andrew Brunson, poi, i rapporti fra i due Paesi avevano raggiunto il minimo storico. Trump ha avviato una violenta campagna mediatica contro la Turchia minacciando ritorsioni, e proprio a seguito di un tweet dello stesso Trump, nell’Agosto del 2018, la lira turca è pesantemente crollata. Anche per queste ragioni la Turchia – che difende sempre con convinzione i propri interessi nazionali – si è avvicinata al cosiddetto “gruppo di Astana” (Russia e Iran, ndr). Il gruppo di Astana è riuscito a garantire per un lungo periodo il cessate il fuoco nella zona di Idlib. Contestualmente però Ankara ha continuato a dialogare con Washington per trovare una soluzione con riferimento all’area critica di Manbij, dove le milizie turche e quelle curde – supportate dagli americani – stavano per scontrarsi. La Turchia ha quindi ritenuto conveniente trovare con la Russia un accordo per la consegna del sistema missilistico S-400. Questa scelta è diretta conseguenza del rifiuto dell’ex Presidente Obama di consentire ai turchi l’utilizzo del sistema difensivo “Patriot”. Resta il fatto che la Turchia è ancora oggi sanzionata dagli Stati Uniti sui beni relativi all’alluminio e all’acciaio, e i turchi sono stati recentemente invitati pure ad uscire dal programma F-35 guidato dagli Stati Uniti. La diplomazia turca fa spesso a “zig zag” fra le due superpotenze, Stati Uniti e Russia. Ad oggi, con il ritiro delle truppe americane e l’avvio di una nuova offensiva turca, i vincitori sembrano essere quelli del gruppo di Astana a discapito delle potenze occidentali. La partita comunque rimane ancora aperta. I turchi sono anche alle prese con una urgenza non rinviabile che riguarda non solo le minacce “militari”, ma anche il possibile aumento del flusso dei rifugiati. Se la situazione in Siria sfugge di mano rischiano di arrivare in Turchia almeno altri 3 milioni di profughi, che andrebbero ad aggiungersi ai 4 milioni di rifugiati già presenti dentro i confini turchi. Per questo Erdogan pretende di “stabilizzare” l’area, anche al fine di poter in prospettiva creare un corridoio dove promuovere il successivo rimpatrio dei profughi.

 

Come vive il Presidente della Siria queste endemiche “scorribande turche” sul suo territorio? E quali sono i rapporti fra Assad ed Erdogan?

In passato certamente non erano brillanti, anche alla luce delle accuse rivolte ad Ankara rispetto al finanziamento più o meno occulto degli islamisti radicali dell’Isis, prima quotidianamente presenti sulla grande stampa occidentale e oggi di fatto usciti dai radar dei media più importanti.

Lo scontro fra Siria e Turchia formalmente prosegue. Nel momento in cui però la Turchia, per ragioni di pura convenienza, si allinea alla Russia su alcuni dossier siriani – non su tutti – avvia questa operazione forte del sostanziale assenso dei russi e, per riflesso, dello stesso Assad. Nell’attuale contesto il grande vincitore della sfida siriana è Putin insieme al suo alleato Assad. Questa incursione turca, come le precedenti del 2016 e del 2018, non potrebbe avere luogo senza il permesso dei russi. È possibile che Assad protesti in pubblico per denunciare la violazione dell’integrità territoriale di uno Stato sovrano, ma dietro le quinte i patti sono stati sicuramente già siglati. Negli anni passati la narrativa che evidenziava il sostegno della Turchia allo stato islamico era molto forte, anche adesso è in voga, ma con toni molto affievoliti. Sicuramente tra Ankara e lo stato islamico ci sono stati dei contatti. In Turchia molti affiliati dei gruppi islamisti hanno trovato riparo. L’establishment turco è stato probabilmente “benevolo” nel consentire il rifornimento di armi a beneficio di gruppi dell’Islam radicale nel corridoio turco verso la Siria. Tutti i principali attori oggi presenti in Siria sono però adesso accomunati dall’ostilità nei confronti dello Stato islamico che rappresenta una minaccia diretta anche per la stabilità turca. È pur vero che sono esistiti ed esistono legami e cointeressenze, anche valoriali e culturali, fra una parte della classe dirigente turca e diversi gruppi islamisti più o meno radicali. Questo è un dato di fatto innegabile.

 

Parliamo ora di un caso che ha recentemente scosso la pubblica opinione mondiale, quello del giornalista Kashoggi ucciso dentro un consolato saudita in Turchia. Erdogan aveva denunciato violentemente questo crimine puntando il dito contro il principe saudita Bin Salman. Ci sono stati sviluppi nel merito?

La questione continua ancora ad essere seguita. La scorsa settimana si è celebrato l’anniversario della morte del giornalista Kashoggi con un evento al quale hanno partecipato non solo la fidanzata turca del giornalista scomparso ma anche tanti protagonisti politici. Nelle prossime settimane ci sarà un summit internazionale ad Istanbul promosso dalla maggiore emittente televisiva turca, dove una sessione intera sarà dedicata proprio al caso Kashoggi. Le cronache interne riferiscono che il consolato dove è avvenuto il massacro è stato recentemente venduto dai sauditi. Erdogan e i suoi continuano a chiedere giustizia e ad accusare il principe Bin Salman. In ogni caso esistono solidi interessi economici tra Arabia e Turchia, in parte disturbati da queste schermaglie diplomatiche.Questa storia ha assunto a tratti i contorni di un film di spionaggio, molti collaboratori del principe saudita sono stati infatti uccisi o sono morti in circostanze misteriose.

 

Quali sono oggi i rapporti fra la Turchia e l’Europa? Non si parla più di un ingresso di Ankara nella Ue. Questa ipotesi è da considerarsi definitivamente naufragata?

Il rapporto fra Ue e Turchia è “un grande bluff”. Questo dialogo è iniziato negli anni ‘60. Nel 1999 – al summit di Helsinki – alla Turchia venne concesso lo status di “Stato candidato” e nel 2005 cominciò un percorso negoziale nato male fin da subito. La questione cipriota ha contribuito ad esacerbare gli animi. A seguito del tentato golpe del 2016 si è creata una sorda incomunicabilità fra la Turchia e la Ue. Ankara si sarebbe aspettata maggiore solidarietà da parte di alcune cancellerie europee mentre Bruxelles mostrava un crescente disappunto nei confronti di una Turchia ritenuta autoreferenziale e in via di progressivo allontanamento dai “valori liberali” cari all’establishment continentale. Il Parlamento Europeo ha quindi congelato il negoziato. Il processo di adesione è nei fatti giunto ad un punto morto. A livello commerciale e con riferimento ai flussi migratori, al contrario, i rapporti fra Ue e Turchia rimangono invece importanti e indispensabili. Le interconnessioni fra Unione Europea e Turchia restano decisive, ma di sicuro non sfoceranno nel breve periodo in una piena “membership”.

 

I media atlantici dipingo sovente Erdogan alla stregua di un dittatore. È  forzata questa chiave interpretativa? Ed è ancora alto il consenso popolare intorno alla figura carismatica del Presidente e del suo partito?

Nei vari report dell’Unione Europea si delinea una Turchia che arretra rispetto al consolidamento dei valori liberali. Nel 2018 è entrato in vigore un sistema presidenziale “alla turca” che contempla un forte accentramento di potere e un debolissimo sistema di pesi e contrappesi. Erdogan viene chiamato non per nulla il “Sultano”, vertice di controllo finale di molte strutture di potere. L’attuale Presidente è stato certamente in grado di cambiare la Turchia, Paese dove esistono molte luci, ma anche pesanti ombre. Alcuni decreti emergenziali varati dopo il tentato golpe, ad esempio, sono stati rivisti trasformandosi in decreti presidenziali. Una grande criticità è rappresentata dalle norme sul contrasto al terrorismo, considerate “illiberali” dagli osservatori europei. La Turchia sicuramente non è la Corea del Nord e non è uno “Stato canaglia”; è un Paese dove si assiste a un accentramento di potere, un Paese che conosce cambiamenti molto rapidi e veloci, un Paese che deve fare passi in avanti nella difesa della democrazia sostanziale e della libertà di espressione.


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