Il Ceta? Va rivisto. Ed ecco perché il primo Governo Conte non poteva andare avanti – Gian Marco Centinaio

centinaio ceta europa canada Gianmarco Centinaio, ministro dell’Agricoltura del primo Governo Conte, è considerato un fedelissimo e sostanziale braccio destro dell’ex ministro Matteo Salvini. In esclusiva per Byoblu spiega le ragioni della rottura con i pentastellati, le manovre antileghiste di alcune cancellerie europee e critica alcuni aspetti del Ceta.

 

A distanza di mesi, passata l’emotività del momento, riconoscete di avere fatto un errore a staccare la spina al governo gialloverde in pieno Agosto? Vi ha spiazzato la fulminea convergenza trovata in Parlamento tra il Pd e il M5S o siete oggi più convinti che mai di avere fatto la cosa giusta?

Era indispensabile chiudere il prima possibile quell’esperienza perché la fiducia tra alleati, e in particolare fra noi leghisti ed il Premier Conte, era venuta meno. L’azione del governo era assolutamente paralizzata. Siamo stati costretti a fare questo tipo di scelta, non si può quindi parlare di “errore”. Certamente nessuno di noi si aspettava che il M5S e Renzi andassero a braccetto in così breve tempo al fine di formare insieme una nuova maggioranza in Parlamento. Evidentemente il desiderio di continuare a spartirsi le poltrone è stato così forte da superare qualsiasi limite di opportunità, coerenza e buon senso. Questa “manovra di palazzo” è stata consumata sulla pelle degli italiani. Il compito della Lega è ora quello di denunciare in tutte le sedi questa palese incongruenza che vede alleate forze che non hanno nulla in comune e che stanno insieme per ragioni di puro interesse.

 

Effettivamente l’abbraccio rapido fra Pd e M5S ha destato scalpore. È possibile immaginare l’intervento di forze esterne e straniere a sostegno della nascita del Governo Conte bis? In questi giorni, ad esempio, è divampata la polemica con riferimento al fatto che il Premier Conte ha consentito a W. Barr, ministro della Giustizia del Governo Trump, di incontrare il capo dei servizi segreti italiani Gennaro Vecchione per ricevere informazioni sulla genesi del Russiagate. C’è un nesso fra queste due vicende apparentemente così distinte?

Io credo che se intervento esterno c’è stato per imporre la permanenza di Conte al potere in Italia, tale intromissione sia opera non di Trump, ma semmai di altri leader. C’è una parte importante di Europa che non vedeva di buon occhio l’esistenza in Italia di un governo a trazione leghista. Ricordate quel video nel quale Conte prometteva a Merkel che avrebbe “fermato” Salvini? Ecco, quel filmato spiega molto. Non credo invece ci sia stata una relazione fra la nascita del nuovo governo e la decisione di Conte di permettere al ministro americano Barr di incontrare i vertici dei nostri servizi segreti.

 

Passiamo a un altro argomento. Lei è stato fino a pochi mesi fa ministro dell’Agricoltura. È tornato d’attualità il cosiddetto Ceta, ovvero il trattato di libero scambio fra la Ue e il Canada. Non è sempre facile capire la posizione della Lega in tema di economia visto che al vostro interno convivono anime molte diverse tra di loro. Questo accordo è positivo per l’Italia oppure no? Va difeso o va stracciato?

Sul Ceta, come su tutti gli accordi di libero scambio, la posizione della Lega è una posizione non ideologica. Noi cerchiamo di studiare ogni singolo accordo per capire se, nel merito, è utile per l’economia italiana. Per quanto riguarda questo specifico caso, noi abbiamo assunto una posizione molto critica perché il Ceta presenta evidenti punti di debolezza che noi in più di un’occasione abbiamo sottolineato. Pensate, ad esempio, al fatto che non vengano tutelati i marchi: è fuori da ogni logica consentire la coesistenza fra il Parmigiano Reggiano e il Parmesan. Come si fa a mettere in concorrenza i grandi marchi dell’agroalimentare italiano con prodotti palesemente contraffatti? Contestiamo inoltre l’esiguo numero di prodotti che sono stati accolti all’interno del Ceta. Il Ceta deve essere necessariamente rivisto. C’è un momento, chiamato di “midterm”, all’interno del quale sarebbe ancora possibile intervenire per sistemare questi punti di debolezza. Senza interventi migliorativi il nostro sistema andrà probabilmente incontro a problemi seri. Siamo anche convinti che una definitiva posizione, favorevole o contraria all’accordo, debba maturare anche sulla base dei risultati effettivi che le nostre imprese otterranno dentro il mercato canadese: non siamo infatti nemici degli accordi di libero scambio per partito preso. L’accordo con il Giappone, per esempio, ha funzionato a meraviglia. Il Giappone però, a differenza del Canada, riconosce le etichettature e rende più difficile le contraffazioni.

 

Tutti questi Trattati di libero scambio sono coerenti con la difesa di un mondo imperniato sui valori della “globalizzazione”, fenomeno che promuove la libera circolazione di merci, capitali e uomini. Anche l’euro è un tassello di questo costrutto geopolitico. La Lega viene spesso dipinta dai media principali come una forza “sovranista” anche se in realtà, come si evince pure dalle sue risposte, non si palesa una preconcetta ostilità contro il liberoscambismo. Siete ancora dell’idea che bisogna cambiare l’Europa dall’interno o intendete riprendere la battaglia contro l’euro anche alla luce della nomina di Van Der Leyen a capo della Commissione europea?

Noi continuiamo a dire che bisogna cambiare un’Europa oggi troppo invadente nei confronti dei singoli Stati membri. Tutti dicono che questa Europa non funziona: non solo gli “euroscettici”, ma perfino gli “euroentusiasti”. Ci sono troppi ipocriti in giro che in campagna elettorale parlano di cambiamento e una volta eletti stabilizzano invece i pessimi assetti di potere esistenti. Noi vogliamo rifondare l’Europa secondo lo spirito che era dei “padri fondatori”, vogliamo cioè un’Europa dei popoli e non degli speculatori.

 

È ancora forte quella parte di Lega delle origini che ambiva all’indipendenza della Padania o alla trasformazione “nazionalista” imposta da Matteo Salvini: è ormai un dato di fatto dal quale non si tornerà più indietro? Alcuni governatori del nord, penso a Zaia o a Fontana, sembrano ancora idealmente ancorati alla prima Lega, quella di Bossi e Maroni. È così?

La Lega è adesso un partito nazionale. Il percorso intrapreso è definitivo e nessuno ha voglia di tornare indietro. Tantissimi amministratori del sud stanno entrando nel Movimento, tanti nostri eletti rappresentano le istanze della Lega anche nelle regioni del Mezzogiorno. La linea è tracciata in via definitiva. I governatori Zaia e Fontana non sono affatto contrari al processo di espansione nazionale della Lega. La richiesta di autonomia avanzata da alcune regioni del nord non è contro il meridione. Anche dal sud potrebbero arrivare legittime richieste di maggiore autonomia. È normale che Zaia e Fontana facciano gli interessi delle Regioni che amministrano, ma sarebbe normale anche se rappresentassero i cittadini dell’Abruzzo, della Sardegna, o della Basilicata. Il progetto dell’autonomia e del regionalismo serve all’Italia intera e accomuna tutta la classe dirigente leghista da nord a sud.

 

Sono recentemente entrati nella Lega alcuni professori con un profilo molto marcato, penso a Bagnai, Borghi e Rinaldi ad esempio. Questi nuovi ingressi hanno cambiato l’immagine esterna della Lega in senso più anti-establishment e anti-europeo. È pur vero però che a fianco di queste figure permangono, in posizione apparentemente dominante dentro la Lega, elementi come Giorgetti, politico individuato – a torto o a ragione – da parte della pubblica opinione quale rappresentante dei soliti “poteri forti”. Esiste questa ambiguità?

Come in ogni gruppo politico degno di questo nome, anche nella Lega ci sono varie anime e posizioni diverse che dividono quelli più “moderati” dai più “intransigenti”. Il punto forte del Movimento resta in ogni caso la capacità di fare sintesi per il tramite di un confronto serrato e quotidiano. Avere al nostro interno personalità diverse è un arricchimento per tutti. La Lega resterà sempre e in ogni caso un punto di riferimento per il mondo imprenditoriale italiano. Giancarlo Giorgetti, Roberto Calderoli e in parte anche il sottoscritto costituiscono la memoria storica del Movimento. La nostra presenza è una garanzia anche per i nuovi arrivati, perché solo grazie alle lezioni imparate tramite l’esperienza sul campo è possibile evitare nel presente e nel prossimo futuro di commettere gli stessi errori fatti nel passato.


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