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La parabola dell'”Italietta”: da grande potenza padrona del Nord Africa a Paese periferico. Russiagate, Siria, Gheddafi… il focus di Marco Giaconi.

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Marco Giaconi, docente allo Iassp, è un esperto di questioni di intelligence. Già consigliere nel 2000 del ministro della Difesa Antonio Martino, è dal 2003 consulente presso la Presidenza del Consiglio. Con Giaconi abbiamo affrontato tutti i più scottanti argomenti di geopolitica ora sul tappeto.

 

Dopo una lunga gestazione è infine scoppiato anche da noi il cosiddetto scandalo “Russiagate”. Molti esponenti apicali dell’attuale amministrazione statunitense sono recentemente venuti in Italia per approfondire la questione insieme ai vertici dei nostri servizi segreti. Si tratta di una prassi normale?

No, siamo obiettivamente di fronte a una questione certamente “eccezionale”, giustificata dalla estrema delicatezza della vicenda in oggetto. Qualcosa di molto grosso bolle in pentola. Naturalmente non conosco il contenuto del dialogo intercorso fra il ministro della Giustizia del Governo Trump, Barr, e i massimi dirigenti dei servizi di sicurezza italiani. So però che esiste una fortissima spaccatura dentro l’intelligence americana intorno alla figura dell’attuale Presidente. Questa spaccatura si riverbera e condiziona a cascata anche i nostri equilibri interni, acuendo non solo lo scontro fra politica e apparati di sicurezza, ma anche quello intraspecifico che riguarda i diversi sistemi di intelligence che agiscono sul nostro territorio.

 

È pur vero che il ruolo dell’Italia, per quanto concerne la genesi di questo presunto complotto contro Trump, non pare marginale. Una figura centrale è quella dell’enigmatico professore maltese Mifsud, già collaboratore della Link Campus University fondata dall’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Chi è Mifsud?

Mifsud è di sicuro un signore che ha ricevuto importanti incarichi dal governo maltese forte anche di robuste entrature dentro alcuni prestigiosi organismi sovranazionali. Da qui a dire che Mifsud sia organico e operi – o abbia operato – in nome e per conto di una precisa agenzia di intelligence però ce ne passa…

 

La Link Campus University – secondo alcune ricostruzioni giornalistiche – sarebbe il sostanziale luogo di formazione della classe dirigente grillina. È vero?

È una semplificazione che diventa mistificazione. Il mondo dei 5 Stelle è composito e variegato, non è un monolite. I loro dirigenti, anche dal punto di vista delle competenze, seguono canali diversi. Non credo poi che la Link Campus sia organicamente collegata ai grillini. Alcuni importanti dirigenti del Movimento 5 Stelle sono effettivamente passati dalla Link Campus, ma questa circostanza non dimostra niente di particolare.

 

Sul ruolo di Vincenzo Scotti aleggia un alone di mistero…

Scotti è un uomo intelligente. È stato un ottimo ministro dell’Interno in momenti molto delicati della politica italiana e della storia d’Italia. Probabilmente ha riversato nella Link Campus anche il suo impianto relazionale e operativo acquisito al tempo in cui guidava il Viminale. Ricordo che Cossiga diceva un gran bene di Scotti. In ogni caso è un uomo di valore, non certo un improvvisato.

 

Questa storia del Russiagate ha generato frizioni – per ora in parte dissimulate – fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. L’evoluzione del “Russiagate” può incrinare in prospettiva gli equilibri che reggono l’attuale maggioranza?

È possibile. Questa storia non finirà tanto presto perché presenta al proprio interno diverse sfaccettature perlopiù sconosciute. Tutta la classe politica italiana mantiene rapporti superficiali con i grandi poteri internazionali. Siamo quindi in balia degli eventi. Le continue esternazioni in rete di Papadopoulos (ex collaboratore di Trump finito al centro dello scandalo “Russiagate”, ndr), per esempio, in gergo si chiamano di “intossicazione informativa”. Sono naturalmente pensate con il fine di destabilizzare il nostro quadro politico. Più di quanto non lo sia già naturalmente.

 

Esistono delle cointeressenze fra la nascita del nuovo Governo Conte e l’arrivo in Italia dei vertici della Cia venuti per indagare sul “complotto” contro il Presidente in carica?

Credo di sì. Queste cose navigano nell’ombra, ma in filigrana si può intravedere un rapporto di causa ed effetto che diventerà più visibile con il passare del tempo.

 

I grandi media nazionali prima dipingevano Conte come una figura scialba e inutile, mero esecutore del contratto di governo redatto dai “dioscuri” del precedente Governo di Di Maio e Salvini. Ora ne parlano come se fosse un grande statista. Mentivano prima o mentono adesso?

Esagerazioni comunicative. Conte è stato molto abile a inserirsi nel vuoto di potere esistente. Ha lanciato un’Opa sul Movimento 5 Stelle che ha avuto successo perché i grillini sono estremamente frammentati al proprio interno. Tutti – chi più e chi meno – riescono ad approfittare della crisi dei 5 Stelle, tranne quelli del Pd che vivono sempre fuori dalla realtà.

 

Parliamo ora dell’altro “Russiagate”, quello che ha riguardato Salvini e Savoini. C’è un legame fra il Russiagate originale e quello in “salsa padana”?

Non si può escludere. La Lega è entrata non del tutto consapevolmente nel novero degli agenti di influenza della Russia. Anche se si tratta del partito più “antico” del panorama italiano, la Lega è certamente il movimento politico – fra quelli esistenti – più sprovveduto sul piano della conoscenza dei fenomeni geopolitici e della politica internazionale in genere. Al Metropol di Mosca, per un mix di inettitudine e ingenuità, sono caduti dentro un trappolone che qualcuno ha organizzato. Tutti sanno che parlare al Metropol è come parlare in piazza, non esiste “riservatezza” in quel posto. Non è certo casuale che Salvini abbia “mollato” i 5 Stelle proprio in concomitanza con il deflagrare dello “scandalo Savoini”. Probabilmente pure il “Capitano” ha immaginato che ci fossero “strane impronte” dietro l’intera faccenda. Questa storia però dimostra una cosa: quelli che non conoscono per niente la logica e il funzionamento dei servizi segreti italiani e stranieri prima o poi scivolano sul ghiaccio.

 

Parliamo in conclusione della situazione in Medio Oriente. La Turchia è entrata in Siria, si rischia l’escalation?

Non credo. Gli Stati Uniti hanno dato a Erdogan un sostanziale lasciapassare, mentre russi e iraniani sono rimasti per ora equidistanti. È probabile che i curdi e i siriani trovino infine un accordo per salvaguardare i rispettivi interessi sul petrolio. Non dimentichiamo infine che i curdi sono ottimi amici di Israele. Questo aspetto alla lunga peserà nel definire i futuri equilibri dell’area.

 

L’Isis in tutto questo cosa farà? È vero che il Califfato era ed è poco più che una creazione dei servizi segreti occidentali?

È vero solo che l’Isis ha usato strumenti, armi e tecnologia forniti dagli occidentali. Mi fanno comunque sorridere quelli che parlano di “islamisti moderati”. Un ossimoro.

 

L’Italia con chi sta?

L’Italia ha una difficile politica estera. In Libia stiamo con Al Sarraj che è in estrema difficoltà: se crolla restiamo senza riferimenti credibili. Al Sarraj  è sostenuto dai turchi e dalla fratellanza musulmana, in più è ben visto dai “globalisti progressisti”. Haftar invece è l’uomo dell’Egitto, dell’Arabia Saudita, della Francia e della Federazione Russa, più altri attori minori. Gli Stati Uniti si tengono volutamente distanti dallo scenario libico.

 

La cacciata di Gheddafi ha minato gli interessi italiani?

Sì, grandemente. L’ex Presidente Napolitano ha costretto il governo guidato allora da un recalcitrante Berlusconi a fare una guerra insensata e autolesionista. Ci siamo dati la zappa sui piedi. Non avevamo nulla da guadagnare nel fiancheggiare un’operazione pianificata da Francia e Inghilterra. Hanno ucciso Gheddafi con il nostro pavido consenso. L’ex capo della Libia non solo era amico dell’Italia, ma era stato posto al potere a suo tempo proprio in seguito a una famosa riunione dei nostri servizi segreti ad Abano. Gheddafi fu una nostra “invenzione”, insomma.

 

Anche il recentemente scomparso ex Presidente tunisino Ben Ali era una “proiezione” italiana?

Sì, anche Ben Ali era arrivato al potere grazie all’intervento italiano e contro il volere dei francesi. Non a caso l’ex Presidente tunisino offrì ospitalità al Bettino Craxi esiliato ai tempi di Mani Pulite. La sua era una forma di riconoscenza.

 

Quindi l’Italia svolgeva in passato un ruolo decisivo nel determinare gli equilibri di potere in Nord Africa e in Medio Oriente. Come si concilia questa fattualità storica con la ricorrente retorica dell’ “Italietta” che deve aggrapparsi all’Europa per non finire alla deriva?

Ma quale“Italietta”, eravamo padroni nel Nord Africa e le altre potenze ci vivevano con grande fastidio, irritazione e perfino invidia. Con Mani Pulite è iniziato, purtroppo, il nostro inesorabile declino che continua ancora oggi. I nostri margini di ripresa adesso sono estremamente limitati e ridotti. Da potenza media ci stiamo tristemente trasformando in un “Paese periferico”.


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