Odio online? Favorisca i documenti – Debora Billi

Liliana Segre è uno dei nostri senatori a vita, la quinta donna a ricoprire tale carica. Ma soprattutto, è una persona che porta un numero tatuato sull’avambraccio: un numero che ha segnato la sua vita, la sua storia, e anche la storia del mondo. Liliana è una degli ultimi sopravvissuti italiani dei lager nazisti.

Nella sua attività di senatrice la Segre si è sempre battuta per la conservazione della memoria, e contro ogni legge discriminatoria. Come accade per quasi tutti gli esponenti politici ha ricevuto per questo approvazione e critiche, che però in alcuni casi sono arrivate all’insulto personale. Il che, nei confronti di una persona con il suo vissuto, è doppiamente riprovevole.

In questi ultimi giorni si è così avviato un intenso dibattito sugli insultatori della Rete ed è stata proposta l’istituzione di una Commissione Parlamentare “contro l’odio online”, subito appoggiata da vari esponenti politici.

Ma tale Commissione Parlamentare era già stata istituita nel maggio del 2016. Si chiamava “Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”, e non era di facciata: si è riunita ben 13 volte ed ha audito 31 persone. Come in altri casi, ad esempio la Commissione Ecomafie che rinasce ad ogni legislatura, sarebbe bastato riaprirla. Ora si parla invece di istituire la Commissione sull’”odio” come se fosse una novità assoluta, nata per un’esigenza del momento.

Il dibattito in Rete è furibondo. Ci si chiede come sia possibile stabilire cosa sia “odio”, visto che la diffamazione, le minacce o le ingiurie sono già normate dalla legge. Inoltre, come può un politico definire o normare un sentimento, senza essere guidato dalla propria ideologia? La “Commissione sull’Odio” non suona poi così diversa dal “Ministero dell’Amore” di orwelliana memoria, e infatti c’è chi sui social si spinge oltre invocando sistemi di controllo degni di “1984”.

Come Gabriele Muccino o Luigi Marattin, che finiscono in trending dopo aver twittato che per avere l’accesso ai social dev’essere obbligatorio un documento di identità. Molti replicano che si tratta di un provvedimento degno di una dittatura: tante persone sono infatti costrette all’anonimato non per avere libertà di insulto, ma semplicemente per essere libere di esprimere le proprie opinioni conservando il posto di lavoro. Ma al di là di tali polemiche, qualcuno ricorda come la cosa sia concretamente irrealizzabile: sul web ci sono mille modi per bypassare tale obbligo, e soprattutto i giganti del web, come Facebook o Twitter, avranno molto da obiettare davanti ad un’emorragia di migliaia di utenti costretti a chiudere i profili. Per tacere del fatto, probabilmente ignorato da Marattin e Muccino, che molta informazione e opinioni passano ormai per i canali di messaggistica come Telegram o Whatsapp, controllabili dalle Forze dell’Ordine ma non certo dal pubblico.

Insomma, pensare di fermare “l’odio online” significa pretendere di definire l’astratto, e poi fermarlo con l’aria. Una vera mission impossible.  «Gli haters sono persone di cui si deve avere pena», ha dichiarato Liliana Segre. E forse, è questa la strategia più saggia.


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1 commento

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  • Premetto che sono contrario all’istituto del senatore a vita. Oltretutto sono perlopiù sempre schierati da una certa parte, come in questo caso.
    La signora ha detto ” ..l’esibizione di simboli religiosi, che a me fanno effetto, sono un farsesco e pericoloso revival del ‘Gott mit uns’ (‘Dio con noi’, motto nazista del Terzo Reich, ndr)”. Con tutto il rispetto per una signora, secondo me ha detto un’emerita str….. Ricordo che la DC ha esibito clamorosamente il crocefisso per più di cinquant’anni e a nessuno, neppure a lei, è mai venuto in mente di fare accostamenti del genere. Ci voleva Salvini a quanto pare…. .
    Quanto all’iniziativa per una commissione sulle discriminazioni ( ce n’era già una dal 2016) mi rifaccio fideisticamente alle parole di Nordio:
    https://www.ilmessaggero.it/editoriali/carlo_nordio/commissione_segre_tribunale_del_bene_un_pericolo_da_evitare-4833458.html

    Tribunale del bene che ricorda molto il Ministero dell’amore di “1984”

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