Cose che non sai sulla canapa – Matteo Gracis

 

La canapa o cannabis non è sempre stata illegale come siamo abituati a pensarla oggi e non è sempre stata usata solo per scopi ludici. Ci sono tante cose che non sappiamo di questa pianta, il cui uso risale addirittura al 2700 a.C.

C’era un tempo in cui con la canapa si costruivano reti da pesca, si stampavano libri, si ricavavano medicinali e poteva essere coltivata liberamente. C’era un tempo in cui l’Italia era la seconda produttrice di canapa al mondo.

Infatti forse non sapete che questa pianta può essere utilizzata per creare oggetti di plastica, vestiti, alimenti, carta, automobili, edifici e per curare gravi patologie. Insomma sono davvero tanti gli usi che ne possiamo fare. Ma allora perché è stata severamente bandita dalla nostra vita quotidiana?

In questa intervista Matteo Gracis, giornalista e fondatore della rivista “Dolce Vita“, autore del libro “Canapa, una storia incredibile“, e Marco Ternelli, farmacista galenista ed esperto di cannabis terapeutica, vi racconteranno tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulla canapa.


Accendi la Tv dei Cittadini anche a dicembre!

€7.855 of €30.000 raised

Grazie a voi abbiamo costruito il primo studio, a Milano. Ci vorrà un po’ di rodaggio, ma già da subito siamo operativi e iniziamo a trasmettere. Vogliamo costruire la nuova informazione: l’alternativa al mainstream, ma soprattutto una tv che sia dei cittadini. Avrà un palinsesto, andrà tutta in diretta, si potranno rivedere i programmi, andrà anche sul digitale terrestre. Sarà di tutti e per tutti. E cambierà definitivamente le regole del gioco.

Adesso bisogna raccogliere la prossima sfida: dimostrare che siamo in grado di sostenere le spese vive, ogni mese. Ci sono 5 persone a Milano, 4 a Roma e alcune altre in telelavoro. Poi ci sono gli affitti, i servizi, le utenze, i materiali che si consumano, quelli ancora da comprare e tanti conduttori liberi e intelligenti da coinvolgere nel progetto. In televisione, per fare una sola puntata alla settimana ci vogliono decine di giornalisti e decine tra tecnici e registi. Ogni mese, per una sola trasmissione spendono centinaia di migliaia, se non milioni di euro. Byoblu costa solo 30 mila euro al mese. Come ci riusciamo? Lavoriamo con passione, dalla mattina alla sera, e non sprechiamo nulla.

Per continuare ad essere liberi e crescere, la nuova televisione dei cittadini essere sostenuta da te, e solo da te. Sei pronto a fare la tua parte? Sappiamo che non è facile, ma siamo centinaia di migliaia di persone a guardare ogni giorno Byoblu. È venuto il tempo di dimostrare che il desiderio di cambiamento non è soltanto una parola, ma una volontà di ferro.

Abbiamo già fatto tanto. È un’impresa storica. Trecentomila iscritti su Youtube, centinaia di migliaia sugli altri social network. Nessuno ne parla. Questa è la dimostrazione che siamo veramente liberi.

Che altro ti serve? Aiuta la nuova televisione dei cittadini a trasmettere anche questo novembre. Questa volta, la tua generosità sarà ricompensata.

Grazie!
Claudio Messora

Seleziona il metodo di pagamento
Informazioni Personali

Termini

Totale Donazione: €15,00 One Time

Anonymous User

Anonimo

€15,00 12 December 2019
mp

massimo paone

€9,99 12 December 2019

grazie ed andate avanti cosi

MR

Massimo Riguzzi

€30,00 12 December 2019
AS

Andrea Svampa

€25,00 12 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€15,00 12 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€15,00 12 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€30,00 12 December 2019
J

Joy Jovy

€9,99 12 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€25,00 12 December 2019
PC

Pasquale Cerroni

€5,00 12 December 2019

Sostengo un progetto che ritengo valido e pieno di buon senso. Sostengo un UOMO che dimostra ogni giorno tenacia ed obiettivita'.
FORZA CLAUDIO.

Anonymous User

Anonimo

€5,00 12 December 2019
AC

Andrea Castagnoli

€15,00 12 December 2019

Sostengo Byoblu dopo aver visto il video sul canale di Montemagno. Sostenevo byoblu già dalla critica al governo Monti. Felicissimo di sostenere questo nuovo progetto.

EA

Enzo ABBONDANDOLO

€10,00 11 December 2019
LL

LORENZO LAZZERINI

€9,99 11 December 2019
EB

Elena Bulgarelli

€9,99 11 December 2019

Claudio Messora stai facendo un grande lavoro di informazione e vai premiato per la tua perseveranza, puntualità, passione, preparazione! Ti stimo moltissimo e ti seguo con piacere! Bravi anche gli altri membri dello staff! Continuate così!

Anonymous User

Anonimo

€30,00 11 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€9,99 11 December 2019
ra

riccardo aglietti

€15,00 11 December 2019

grazie a voi

Anonymous User

Anonimo

€15,00 11 December 2019
Anonymous User

Anonimo

€20,00 11 December 2019

5 commenti

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Nel 1992 parlai con una persona che nel 1972 aveva fatto una marcia per la legalizzazione della canapa, Sono quasi cinquant’anni che ripetiamo le stesse cose, (anche con .cora, forum droghe ed un sacco di altre piccole associazioni) sto ancora pagando il mio impegno in questa battaglia, c’è stata abbastanza violenza nella repressione tra la fine degli anni 80 e gli anni 90, la canapa verrà legalizzata quando i motivi del mantenerla la proibita verranno sostituiti, hai detto il perché ma non chi (du pon, haslinger) per gli usi industriali, poi c’è il fatto che rappresenta una riserva di caccia per le forze dell’ordine (goode), scusa ma dopo tanti anni passati a ripetere le stesse cose ed aver pagato abbastanza caro questo impegno viene un po’ di ansia, due note, la vera birra la canapa dovrebbe essere fatta con luppolo innestato nella sua radice (campa cavallo che l’erba cresce) E questa pianta anche se è modificata nel tempo si adatta alle caratteristiche del posto in cui si trova per quello che la migliore e sempre la locale, mentre tutte quelle qualità sviluppate in Olanda dai californiani sono i frutti delle perversioni del proibizionismo, penso che tu l’abbia già visto comunque ti consiglio il documentario l’erba proibita completo ed esaustivo, molto ben fatto, mi piacerebbe fare due parole con te, potrebbe anche esserti utile, (la storia dei proibizionismi ed in particolare quello sulla canapa) comunque hai i miei dati . . . ciao egizio (savigliano)

  • Non usocarte di credito però un bonifico in banca ve lo faccio volentieri. Solo se mi girate l iban nella I mail

  • Scrivo qui, almeno qualcuno potrà dirmi, se vuole, cosa ne pensa.

    Siamo agricoltori, in piena pianura Padana.
    Ho settant’anni e non mi sono mai fatto una canna in vita mia (mio figlio non lo so), ma non lo considero un vanto, voglio solo dire che l’uso “ludico” della canapa è così lontano dai miei orizzonti quanto invece sono vicino alla possibilità di coltivare nei nostri campi canapa da fibra per attività manifatturiere.
    Sono dieci anni che ci pensiamo.

    Nel servizio di Byoblu si sono quasi esclusivamente analizzati gli aspetti legati all’uso del THC e altre sostanze medicali della canapa per uso prevalentemente umano/sanitario/ludico.
    Qui vorrei invece porre l’accento sulla reale possibilità di coltivare canapa, a tonnellate per singola azienda, per uso manifatturiero.
    Infatti è in questo settore che si orientano le produzioni agricole estensive (decine di ettari) di canapa (Francia).

    Le quattro piante per farsi lo spinello sono un’altra cosa, per quanto rispettabilissima.

    Sarebbe quello agricolo/manifatturiero il settore con maggiore reddito e posti/lavoro (concorrenza alla plastica).

    Ha perfettamente ragione chi afferma che l’Italia fino gli anni ’40 era il principale e più qualificato produttore di canapa in Europa.
    Se però si fornisce questa informazione nell’ambito di un discorso che, pur a pieno diritto, parla di uso medicale/ludico della canapa, la persona che ascolta pensa automaticamente che l’Italia fosse il principale e più qualificato produttore europeo di THC per uso medicale o come stupefacente.

    Occorre invece dire che fino a quel periodo l’Italia, e in particolare l’Emilia-Romagna, producevano la migliore canapa tessile (tele, corde, feltri, contenitori, olio, isolanti) , non solo, avevano le conoscenze e le attrezzature per produrre “la fibra” di canapa. Cioè sapevano macerarla e stigliarla.

    Sorge una domanda: perché la Francia oggi è il maggior produttore europeo di canapa tessile e derivati con 6.415 ettari (Russia 4.700 ettari)?
    La “criminalizzazione” della canapa è stato un evento mondiale che ha colpito anche la Francia. Come mai in Italia zero e in Francia 6.415 ettari?

    Cerco di rispondere.

    Il THC che costituisce il principale e più famoso principio attivo della canapa (con percentuali differenti per specie differenti) costituisce un elemento biologico con cui anche la pianta da fibra si difende e si sviluppa resistendo ai vari tipi di avversità.

    Se in Italia si limita il contenuto del THC per le specie di canapa da fibra sotto un valore minore che in Francia, non avremo mai la possibilità di fare concorrenza e quindi la produzione finirà ancor prima di ricominciare.

    Se dopo un disastroso periodo di criminalizzazione della canapa, quando un agricoltore parlando al bar dice che vuole produrre la canapa, tutti gli strizzano l’occhiolino, significa che chi farà le leggi pensa ancora così :
    1) che gli agricoltori venderanno stupefacenti
    2) che la regolamentazione della canapa da THC è di quella da fibra possano essere regolate dalla stessa norma

    Quindi la politica agricola per la canapa è una cosa molto diversa dalla politica socio/sanitaria della canapa medicale. Se le trattiamo allo stesso modo (sotto lo stesso titolo) non dicendo alla gente come stanno le cose, ci sarà una enorme confusione e non recupereremo l’uso della canapa in nessuno dei due settori.

    Non ho mai preso in considerazione la completa liberalizzazione in qualsiasi quantità, che non porrebbe alcuna restrizione, e quindi il mio discorso verrebbe a cadere. Ma non credo sia realistico oggi, per ricominciare a inserirla nel contesto attuale.

    Ora Byoblu dovrebbe invitare qualcuno preparato che illustri l’altro dei due rispettabili, utilissimi emisferi della canapa.
    Spero di essere stato chiaro.

  • Buongiorno. Sono d’accordo con ritenere la cannabis una pianta interessante, tuttavia ritengo sarebbe utile ridimensionare di molto le proprietà ad essa attribuite, specialmente in ordine industriale. La cannabis non è mai stata una risorsa in grado di competere a livello di mercato con l’industria delle materie plastiche o del petrolio in generale. Non poteva competere neanche con l’industria della carta da legno. L’industria della canapa ha continuato a vivere per tutto il corso del ‘900 in Unione Sovietica ed in Francia ed il motivo della sua scomparsa è dovuto alla bassa redditività economica nei confronti di altre materie. Credere nella “mitiche” potenzialità di questa risorsa è un’ errore grossolano. Può diventare una risorsa qualora ci fosse la volontà politica e culturale di renderla tale, magari per questioni ambientali. Questo comporterebbe uno sforzo che può nascere solo dalla ferma volontà di cambiare gli obiettivi prioritari in ordine sociale, politico ed economico, da una logica economicistica “estrattivo-predatoria”, completamente orientata al profitto immediato, ad una logica diciamo “umanistico-ecologica”. Chiaramente questo necessita di un cambiamento antropologico, una vera rivoluzione culturale, avvenuta la quale, il problema non sarà più quale risorsa usiamo, ma qualsiasi risorsa usassimo, sarà usata con una coscienza consapevole della complessità ecologica del nostro ecosistema. Per chi volesse approfondire incollerò di seguito una parte di una mia vecchia ricerca tesa a verificare la “teoria del complotto” relativa alla messa al bando della cannabis.
    Comunque sia grazie Claudio del tuo lavoro! Buona giornata e buona lettura!

    La pianta miracolosa e la teoria del complotto.
    […]
    Alla luce delle difficoltà illustrate precedentemente si potrebbe quindi sostenere che, pur trattandosi di una pianata da molti punti di vista effettivamente vantaggiosa, le potenzialità rispetto al suo uso appaiano sovrastimante.
    Attorno alla cannabis si è creata nel corso del tempo una retorica molto forte, che tende ad indentificare questa pianta come una soluzione facile alla crisi economica ed ecologica che affligge il pianeta. Il nucleo centrale di questa visione sostiene che siano state proprio queste sue qualità il vero motivo della messa al bando della canapa.
    E proprio questa visione ideologica è un elemento importante del ritorno della canapa in Italia. Antonio Rosati, amministratore dell’Arsial, una delle istituzioni pubbliche più attive nella reintroduzione della canapa, sostiene come questa politica sia sollecitata dal basso . Sono infatti associazioni e piccole imprese del mondo della canapa gli attori più dinamici in questo processo, ed è a questo livello che l’ideologia della canapa è ampliamente diffusa.
    Secondo questa visione, la canapa è una delle risorse più importanti della terra, e, nel corso del ‘900 è stata messa al bando in quanto, grazie alle nuove tecnologie, stava per essere sfruttata al meglio, rischiando di entrare in competizione con l’ industria del petrolio, quella della cellulosa da albero e quella dei medicinali sintetici.
    Questa teoria vede la canapa come la vittima di un complotto volto ad eliminare la sua esistenza dal pianeta, ordito dalle industrie del petrolio, della carta, dai grandi banchieri e dagli organi di polizia.
    Secondo la teoria del complotto, negli anni 30 stava per essere diffusa una macchina, il decorticatore, che avrebbe reso la lavorazione della canapa estremamente semplice permettendo di superare il processo di macerazione e strigliatura. Come pubblicizzato nella rivista Popular Mechanics uscita nel Febbraio del 1938, il decorticatore avrebbe reso la lavorazione della canapa altamente redditizia abbattendo i costi di produzione dei lavorati. Sempre nello stesso periodo, di fronte all’ avanzata della rivoluzione industriale, era nato in America il concetto di chemiurgia, utilizzato per indicare quella branca dell’industria che si occupa della preparazione di prodotti derivati da materie prime agricole naturali e rinnovabili. Un personaggio molte volte affiancato alla chemiurgia “è Henry Ford, spesso menzionato come uno dei fondatori della disciplina. La Ford avrebbe progettato un modello di automobile, la Hemp Body Car, completamente realizzato in fibre plastiche naturali ed alimentato da etanolo di canapa. La diffusione del decorticatore, unita ai principi della chemiurgia, avrebbe messo in discussione tutta l’industria delle plastiche e delle fibre di derivazione petrolchimica. In occasione della imminente diffusione del decorticatiore, la rivista Popular Mechanics definì la cannabis “the new billion dollar crop” prospettando un rilancio grandioso per questa coltura. Non tutti però vedevano di buon occhio il rilancio della canapa. All’epoca infatti il magnate del giornalismo William Randolph Hearst aveva costruito il suo impero su milioni di ettari di foresta da legname che intendeva utilizzare per produrre carta per i suoi giornali sempre più popolari. La meccanizzazione della lavorazione della canapa avrebbe reso grandi quantitativi di cellulosa a prezzi molto bassi, minando le basi della ricchezza di Hearst. Un altro gigante dell’ industria che si trovò direttamente minacciato dal ritorno della cannabis era Lamont Dupont, proprietario della omonima industria petrolchimica che aveva appena ottenuto i brevetti per la realizzazione di fibre sintetiche dal petrolio. Nylon, orlon, dacron, spugne sintetiche, cellophane, una intera gamma di prodotti sarebbe stata soppianta dai loro concorrenti fatti con la canapa. Oltre al rischio di perdere milioni di dollari Hearst e Dupont avevano un comune finanziatore: Andrew Mellon, uno dei più importanti banchieri dell’epoca nonché proprietario della Gulf Oil, una delle famose “sette sorelle”. In quel momento le industrie petrolifere si stavano espandendo in tutto il mondo ma rischiavano di vedere svanire nel nulla i loro investimenti miliardari di fronte alla cannabis che si presentava anche come un combustibile molto più pulito ed economico. Mellon aveva pesantemente finanziato la Dupont nello sviluppo delle fibre sintetiche e rischiava di vedere i suoi investimenti fallire. Si creò quindi una alleanza tra l’industria del tessile sintetico, del petrolio, della plastica e del legname per eliminare la cannabis. In quel periodo Mellon era anche ministro del tesoro. Mellon poté così nominare a capo dell’ ufficio della narcotici il suo futuro genero Harry Jacob Anslinger. Durante il proibizionismo Anslinger era un ispettore del Bureau of Prohibition e divenne, grazie a Mellon, il primo capo dell’ ufficio federale narcotici. Controllò insieme ad Edgar Hoover dell’ FBI, le forze dell’ordine di entrambi i dipartimenti per più di 30 anni. Anslinger riuscì ad ottenere il sostegno dell’industria cinematografica che, insieme a quella dalla carta stampata di proprietà di Hearst, avviò una vera e propria campagna di propaganda volta a demonizzare la marijuana. L’FBN lavorò con successo per confondere le cause con gli effetti, attribuendo all’assunzione di marijuana conseguenze criminali, antisociali e disturbi psichici gravi ed irreversibili. La campagna mediatica tesa a dimostrare gli esiti negativi della cannabis si basò principalmente su fatti emotivi di ordine morale; nelle scuole elementari degli Stati Uniti venivano proiettati documentari come “Refeer Madness” e “Marijuana, the Assassin of Youth”, in cui si mostrava, ad esempio, come fratello e sorella, dopo aver fumato uno spinello, iniziavano un incesto e poi finivano col buttarsi dalla finestra. Secondo i sostenitori della teoria del complotto, da quel momento in poi si cominciò ad usare il termine messicano “marijuana” per scollegare la sostanza dal termine hemp (canapa) che era conosciuta come qualcosa di familiare ed innocuo. Inoltre con il termine marijuana si poteva colpire la canapa in maniera indiretta, rendendo questa operazione incomprensibile ai più. Ed infatti così avvenne il 1° ottobre 1937 con il Marijuana Tax Act, una legge che di fatto proibiva la coltivazione della canapa in tutta la nazione, attraverso una tassa ed una pesante burocrazia nel caso in cui si decidesse di coltivare la cannabis. Secondo la teoria del complotto, la maggior parte dei senatori e deputati che approvarono la legge infatti non sapeva nemmeno che marijuana e canapa fossero la stessa pianta. E da questo momento cominciò ufficialmente la guerra alla cannabis che si diffuse in tutto il mondo e continua fino ai giorni nostri.

    Questa teoria è molto diffusa, e rimbalza di sito in sito, di documentario in documentario , di articolo in articolo, di testo in testo nelle più variegate forme. Alcune sottolineano maggiormente come la canapa sia una temibile concorrente del petrolio, altre come siano state le industrie farmaceutiche a volerne la fine . Quello che è certo è che la canapa è stata vittima di un complotto a causa del suo grandissimo potenziale di impiego.

    Se andiamo a ritroso alla ricerca delle fonti della teoria, scopriamo come tutte riportino al lavoro dell’ attivista antiproibizionista Jack Herer. È il suo The Emperor Wears no Clothers il testo centrale da cui si diffonde, nel mondo, questa visione cospirazionista.
    The Emperor Wears No Clothers venne scritto nel 1985, in piena guerra alla droga, e divenne in poco tempo un best seller arrivando ad essere conosciuto in tutto il mondo. Herer in questo testo fa una panoramica generale della storia della cannabis, dei suoi usi e delle sue potenzialità ritenendola essere quella pianta di importanza primaria il cui uso è capace di cambiare le sorti del mondo. Scrive infatti: “La canapa è, di gran lunga, la risorsa rinnovabile primaria della Terra. Per questo è tanto importante,[…] Se tutti i carburanti fossili e i loro derivati, così come gli alberi per la carta e per l’edilizia fossero vietati per poter salvare il pianeta, annullare l’Effetto Serra e fermare la deforestazione, allora ci sarebbe soltanto una risorsa annualmente rinnovabile conosciuta, in grado di rifornire il mondo di carta e tessuti; di soddisfare i bisogni globali dei trasporti, dell’industria e delle abitazioni; riducendo l’inquinamento, risanando il terreno e ripulendo l’atmosfera, tutto nello stesso tempo…E questa sostanza è la stessa che ha fatto tutto ciò in passato, la Cannabis… La Marijuana!” [Herer,1985].
    Possiamo dire che il rinnovato interesse verso i molteplici usi della canapa sia dovuto al lavoro di Herer, che rilancia l’ attenzione verso questa coltura elencandone enfaticamente il potenziale economico.
    Come abbiamo esaminato in precedenza, questo potenziale, all’ atto pratico, risulta essere assai difficile da sfruttare. Ci sono paesi come la Francia, l’Ungheria, l’ ex Unione Sovietica, la Iugoslavia o la Cina, dove la coltivazione della cannabis non è stata mai abbandonata. Tutti questi paesi hanno le capacità per meccanizzare la lavorazione e la coltivazione eppure le loro produzioni risultano assai modeste. Un paese come la Cina, un fortissimo importatore di petrolio, avrebbe decisamente interesse a trovare un sostituto se questo fosse economicamente vantaggioso. Ma non è così. La canapa in Cina è usata principalmente per la fibra ed il suo mercato è decisamente piccolo.
    Il problema è che la teoria di Herer presenta delle grosse lacune. L’autore insiste nel presentare la canapa come una coltura economicamente redditizia quando invece la storia dimostra che il suo abbandono fu causato proprio dalla scarsa redditività. Questo non vuol dire che non abbia un potenziale economico, ma che questo potenziale debba essere ridimensionato.

    Tra gli errori più evidenti della teoria del complotto di Herer possiamo elencare:

    • L’irrilevanza della coltivazione della canapa .
    Secondo molti autori, ai tempi del Marijuana Tax Act, negli Stati Uniti si producevano 2.000 tonnellate di fibra di canapa ed erano presenti all’ incirca 14.000 acri di terra ( circa 5.600 ettari) coltivati a cannabis [Dunning, 2014]. Secondo altri autori la quantità di suolo dedicato alla coltivazione di canapa era ancora più bassa. In una ricerca sulle fibre tessili del 1947, nel quinquennio 1934-1938 negli Stati Uniti erano coltivati a canapa solo 7.100 acri. Riportiamo di seguito una tabella che illustra l’andamento della coltivazione di canapa negli U.S.A. dal 1876 al 1940 [Mauersberger, 1947] :

    Produzione, acri e importazioni di canapa negli Stati Uniti
    Periodo di 5 anni Area coltivata (acri) Fibra prodotta (tonnellate) Fibra importata (tonnellate)
    1976-1880 15.000 7.000 Non registrato
    1881-1885 11.000 5.000 Non registrato
    1886-1890 16.000 7.500 Non registrato
    1891-1895 11.000 5.000 4.500
    1896-1900 10.000 4.500 5.000
    1901-1905 12.000 5.500 5.000
    1906-1910 10.000 4.500 6.000
    1911-1913 10.000 4.500 6.000
    1914-1918 10.500 8.500 5.000
    1919-1923 8.600 3.800 4.000
    1924-1928 4.300 1.800 2.000
    1929-1933 1.200 500 1.000
    1934-1938 7.100 600 740
    1940 241 0 0

    Sia che si tratti di 14.000 o di 7.100 acri, in entrambi i casi parliamo di quantità irrilevanti se confrontate con i milioni di acri delle foreste da legno ed i circa 10 milioni di acri coltivati a cotone. Bisogna ricordare inoltre che l’industria petrolifera USA nel 1938 era un gigante capace di sfornare 3,5 milioni di barili al giorno [Nicolazzi 2009] con prospettive di crescita incredibili. Il prezzo al barile era di 1.13 dollari equivalente agli odierni 18.67 dollari [Chartsbin, 2014]. Il petrolio ed i suoi derivati erano quindi estremamente competitivi sul mercato. A rigore di logica è difficile pensare che la canapa, con i suoi numeri e con le sue difficoltà, potesse impensierire un simile avversario tanto da fare ordire un complotto contro di lei.

    • L’esistenza di macchine per la separazione della fibra dallo stelo (decorticatore) che permettevano di evitare il processo di macerazione, fin dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo.
    Nel 1916 esistevano 5 tipi diversi di decorticatore nei soli U.S.A.[ Dewey, Merrill 2016], tra il 1861 ed il 1890 furono realizzati un gran numero di macchine separatrici, tuttavia la fibra da esse ricavata era di qualità scandente. Herer sostiene che il decorticatore sviluppato negli anni 30 producesse una buona fibra, al contrario delle macchine fino a quel momento utilizzate, tuttavia bisogna ricordare che ad oggi il procedimento della macerazione è un punto centrale per la realizzazione di fibra di qualità. Non a caso è ancora oggetto di studi come dimostra il progetto europeo SSUCHY . È difficile quindi pensare che la macchina del 1936 garantisse tali risultati. Se i decorticatori erano già presenti da decenni negli USA, viene meno quella “strana coincidenza” tra la messa a punto del decorticatore e la messa al bando della canapa.

    • La quantità di cellulosa contenuta negli steli.
    Secondo Herer “un acro di piante di canapa completamente cresciute può superare di 50 o 100 volte la cellulosa ricavabile dagli steli di mais, dal kenaf o dalla canna da zucchero. È la pianta annuale con i più alti contenuti di cellulosa.[…].Gli steli di canapa sono al 77% composti da cellulosa”. [Herer,1985]. Queste cifre sembra non corrispondano a verità. Secondo alcuni studi la percentuale di cellulosa contenuta nello stelo della canapa varia tra il 32 ed il 38% [Bedetti,Ciaralli,1976]. C’è da dire inoltre che la produzione di carta dalla canapa incontrava l’ostacolo (presente tutt’oggi) di necessitare di macchinari per la lavorazione della polpa che erano tecnologicamente inferiori a quelli utilizzati per la fibra di legno, inoltre la canapa necessita di stoccaggio annuale che ne aumenta i costi. Bisogna tenere a mente che all’ epoca negli USA e nel vicino Canada la disponibilità di legname era vastissima e il problema ambientale legato al consumo delle foreste non era minimamente avvertito.

    • L’alleanza tra Dupont e Mellon
    Semplicemente non esiste. Non ci sono prove a riguardo. Gli storici non hanno trovato connessioni tra Dupont e Mellon. In una intervista rilasciata per il blog Alternet [Steven Wishnia, 2008] Mark Mizruchi, professore di sociologia presso la Università del Michigan, ribadisce come non vi siano state connessioni tra Dupont e Mellon durante il periodo della grande depressione. Non se ne troverebbe traccia nemmeno nel dettagliatissimo studio “American Commercial Banks in Corporate Finance, 1929-1941: A Study in Banking Concentrations” dello storico giapponese Tian Kan Go.

    • L’impero di Hearst
    Nella teoria del complotto si ritiene che Hearst avesse pesantemente investito in terreni boschivi al fine di estrarre carta per i suoi giornali. Ma, secondo le ricerche di Brian Dunning, gli unici terreni posseduti da Hearst sono una tenuta di 270.000 acri a San Simeon in California che diventerà il sito del suo famoso “castello” e un immenso ranch di un milione e mezzo di acri a Babicora, in Messico destinato però all’allevamento di bestiame[Dunning,2014]. Secondo il biografo di Hearst, W.A. Swanberg, il suo impero mediatico era gravemente dipendente dalle importazioni di carta del Canada ed il rincaro dei prezzi del 1939 mise Hearst sull’orlo della bancarotta tanto che dovette vendere pezzi della sua collezione d’arte per sanare i debiti [Swanberg, 1961]. Hearst fece una sola operazione di rilievo nel mercato della carta. Nel 1920 comprò la Dexter Sulphite Pulp & Paper Company, una industria di lavorazione della polpa del legno con l’idea di produrre carta per i suoi giornali. Tuttavia l’azienda non riuscì a convertire la sua produzione alla creazione di carta da giornale, quindi venne ridestinata alla realizzazione di carta da imballaggio e fibra di legno. Dopo poco Hearst vendette l’azienda alla Kimberly-Clark Corporation.

    • Lo scopo della Marihuana Tax Act
    La Marihuana Tax Act sarebbe il fine ultimo del complotto. Con questa legge si impedirebbe di fatto la coltivazione della canapa tagliando le gambe alla sua nascente industria. Tuttavia se andiamo ad analizzare il testo scopriamo come questo sia composto di due parti, tra loro speculari. La prima parte si riferisce alla marijuana come narcotico, la seconda allo stelo, che era la materia prima usata nelle industrie per la creazione di fibra e cellulosa. Leggiamo infatti:
    “Il termine “marihuana” indica tutte le parti della Cannabis sativa L., sia in crescita che non; i semi della stessa; la resina estratta da ogni parte della suddetta pianta, ed ogni composto, prodotto, Sale, derivato, miscela o preparazione di tale pianta, i suoi semi o la resina – ma non comprende gli steli maturi della suddetta pianta, la fibra prodotta da questi steli, olio o torta fatta dai semi di tale pianta , qualsiasi altro prodotto, composto, sale, derivato, mistura o preparazione di tali steli maturi (tranne la resina da li estratta), fibra olio o torta o semi sterilizzati di tale pianta che siamo incapaci di germinazione.”
    Come possiamo notare, lo stelo ed i suoi derivati (tranne la resina, ma all’epoca ancora non si sapeva che lo stelo ne era privo) non sono soggetti a restrizioni legali. In tal senso è utile riprendere la testimonianza di Clinton Hester, General Counsel durante la stesura della legge che riferisce: “The form of the bill is such . . . as not to interfere materially with any industrial, medical or scientific uses which the plant may have. Since hemp fiber and articles manufactured therefrom are obtained from the harmless mature stalk of the plant, all such products have been completely eliminated from the purview of the bill by defining the term “marijuana” in the bill, so as to exclude from its provisions the mature stalk and its compounds or manufacturers.[…].There are also some dealings in marihuana seeds for planting purposes and for use in the manufacture of oil which is ultimately employed by the paint and varnish industry. As the seeds, unlike the mature stalk, 10 contain the drug [later shown to be untrue-dpw], the same complete exemption could not be applied in this instance. But this type of transaction, as well as any transfer of completed paint or varnish products, has been exempted from transfer tax.” [Dempsey, 1976]. É chiaro quindi come la legge americana distingueva un uso legale, quello industriale, legato allo stelo ed ai semi, ed e uno illegale, legato alla resina ed alle infiorescenze, e questo fino al 1970, anno in cui si mette definitivamente al bando la cannabis. La legge permetteva quindi alle industrie della canapa di continuare le operazioni e tuttavia permetteva anche agli agenti del Treasury Department di intralciare gli affari degli industriali della canapa attraverso una soffocante burocrazia. Le sorti della cannabis variarono di stato in stato, nel Minnesota e nell’ Illinois il business della canapa venne di fatto strangolato dalle continue ispezioni del FBN, mentre nel Wisconsin no. Tuttavia la prova che la Marijuana Tax Act non mise fine alla produzione di canapa, sta nel fatto che durante la seconda guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti avviò una campagna di propaganda per spingere i contadini a coltivare la cannabis. La guerra nel Pacifico aveva ridotto le importazioni di fibre dai paesi del sud-est asiatico di cui l’esercito aveva estrema necessità. Per questo motivo la produzione di canapa venne incoraggiata e, senza alcun cambiamento nella legge federale, più di 400.000 acri vennero coltivati tra il 1942 ed il 1945. Le necessità belliche fecero si che in quel periodo si costruissero 42 industrie di lavorazione della canapa in tutto il Midwest [West, 1998]. Gli impianti di lavorazione denominati “war hemp mill” erano fatti in serie e tutti disponevano di un centro di stoccaggio, un impianto di essiccazione, un decorticatore meccanico ed altri macchinari per la lavorazione della fibra . Un “war hemp mill” è visibile nel film di propaganda Hemp For Wictory. Con il finire della guerra, 28 dei 42 mills chiusero e i rimanenti continuarono la loro attività fino al fallimento dell’ultima azienda, la Rens Hemp Mill, nel 1958. Willard Rens, il proprietario, ricorda come sia stata la competizione con altre materie più economiche di derivazione petrolchimica o di importazione la causa della fine della sua impresa .

    Alla luce di questa breve analisi possiamo, ragionevolmente ritenere la teoria del complotto alquanto improbabile, e d’altronde ridotta alla sua essenza, l’idea che la canapa possa “salvare il pianeta” genera qualche perplessità per non dire che può risultare del tutto ridicola.
    Tuttavia questa narrazione è abbracciata da un gran numero di persone, convinte della sua validità. Solo in Italia, tra i suoi sostenitori più fedeli possiamo elencare il leader del più grande partito italiano, Beppe Grillo, il leader del più importante partito ecologista italiano, Nicola Vendola ed un premio Nobel, Dario Fò.
    Beppe Grillo nel 1997 nel suo spettacolo Cervello, si chiedeva: <> [Grillo, 1997].
    Anche Nicola Vendola ritiene che siano stati i grandi industriali del petrolio a volere la fine della coltivazione della cannabis. In una intervista a IlikePugliatv del 2014, riguardo la reintroduzione della canapa dice:
    <> [Ilikepuglia, 2014]
    In un’altra intervista del 2013 Vendola, ad una domanda sulle grandi qualità della canapa sostiene che:
    <> [Cana Puglia, 2013]
    Anche il premio Nobel Dario Fò è stato un sostenitore della teoria del complotto. Nel documentario “L’erba Proibita” in un suo intervento sentiamo:
    <> [Mazocca,Bortone 2002].

    […] Aggiungo una possibile causa della guerra alla marijuana:

    […]…Oltre a ciò l’abrogazione del Volstead Act (la legge che proibiva l’uso di alcolici) creò dei problemi all’interno del FBN che vide ridurre una buona parte dei finanziamenti a suo favore. La crisi di legittimazione favorì quindi l’avvento di una nuova moral crusade il cui principale propugnatore fu proprio il nuovo capo dell’ FBN Harry Anslinger. “Secondo diversi studiosi, la vicenda che ha determinato la proibizione legale della cannabis in USA è il tipico esempio di una legge che viene direttamente promossa dalle istituzioni destinate ad applicarla, con il risultato (intenzionale o no) di accrescere la loro sfera di influenza”[Arnao, 1993]. Anslinger fu molto abile nel comprendere il potenziale dei media per creare consenso in merito alla pericolosità della marijuana che cominciò ad essere bollata come la killer weed, il mostro Frankenstein, la devil weed with roots in hell, ed altri nomignoli, mentre una martellante propaganda mediatica la dipingeva protagonista di efferati delitti e causa di degenerazioni .

Top