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Il chirurgo di Codogno: il nostro ospedale ha fatto bene: i tagli alla sanità invece no! Ezio Scarpanti

L’infezione da Coronavirus in Italia è partita, almeno mediaticamente e politicamente, dal lodigiano. A Codogno, dove si trova l’ospedale accusato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte di non avere seguito le procedure corrette, un medico chirurgo, Ezio Scarpanti, ha affidato il suo sfogo a un video, nel quale denunciava le condizioni assolutamente inadeguate nelle quali i suoi colleghi e il personale infermieristico erano costretti ad operare, grazie ai tagli alla Sanità e ad una insufficiente preparazione nei confronti di un’emergenza annunciata.

Edoardo Gagliardi lo ha chiamato per voi. Ecco cosa ci ha detto. Nel video l’intervista integrale.

Quel è la situazione adesso a Codogno?

Siamo in isolamento volontario da sei giorni. Sono uscito questa mattina per essere sottoposto al tampone, e rispetto ai primi giorni c’è qualche persona in più in giro. Tutti muniti di mascherina o sciarpe avvolte intorno al viso. Ci si saluta da lontano. Nessun bacio, nessun abbraccio. Una situazione surreale. A parte i negozi che vendono generi di prima necessità, gli altri sono tutti chiusi. La chiesa è chiusa. Ci sono persone in coda soltanto davanti alle farmacie, che erogano il servizio ma a battenti chiusi. Non possiamo superare la fantomatica linea rossa che comprendo i comuni coinvolti dal decreto.

Il presidente Conte ha detto che una cattiva gestione dell’emergenza all’ospedale di Codogno avrebbe creato maaggiori problemi. Qual è la sua opinione?

Pur non lavorando in ospedale sono un medico di Codogno, sono nato a Codogno, amo la mia città, conosco tutti i colleghi che lavorano in ospedale e so con quanta professionalità operino, secondo scienza e coscienza. Mi hanno infastidito – per dirla in modo edulcorato – alcune affermazioni fatte addossando la responsabilità agli altri. Già paghiamo dazio per essere la cittadina dove si è trovato il caso numero uno, sentire poi un’alta carica dello Stato che fa certe affermazioni non è corretto. Ci sono state ritrattazioni, ma una volta che è stato detto, non si può più tornare indietro.

I tagli alla sanità come hanno influito sugli ospedali nella gestione di questa crisi?

Abbiamo poco personale e abbiamo pochi presidi. Non è certamente colpa né dei medici né degli infermieri. Il personale infermieristico dell’ospedale di Codogno, del reparto di rianimazione, ha potuto riabbracciare le loro famiglie solo oggi, a distanza di sette giorni. Per sette giorni sono stati 24 ore su 24 a disposizione della cittadinanza. Tagliano, tagliano, tagliano… e poi ci ritroviamo in questa condizione, ma questi tagli non li abbiamo né voluti né fatti noi.

Adesso, in questo momento di emergenza, si vedono le conseguenze di questi tagli…

Esatto… Esatto! Tutti i nodi prima o poi arrivano al pettine.

Se non ci fossero stati i tagli alla sanità, cosa avrebbe potuto funzionare meglio, oggi?

Quando la coperta è corta, o da una parte o dall’altra si rimane scoperti. Però ci sono dei settori nella vita della popolazione che devono avere la priorità su altre cose, e la sanità è uno di questi. Io sono abituato a parlare sempre molto chiaro. Che questo virus sarebbe prima o poi arrivato in Italia lo sapevamo tutti, non nascondiamocelo. Anzi io credo che girasse già da prima: noi siamo stati solo i primi a diagnosticarlo. Però, visto che lo sapevamo, mettere in atto tutta una serie di modalità e di attrezzature, se ne avessimo avuto la possibilità e la disponibilità prima, ci avrebbe sicuramente aiutato a non arrivare a questo punto. I famosi pre-triage che stanno facendo adesso quasi tutti gli ospedali andavano fatti prima. Queste tende pronto soccorso, montate fuori dall’ospedale, in cui ci sono medici e personale infermieristico con attrezzature adatte, per valutare i pazienti che arrivano e dirottarli in un reparto piuttosto che un altro, piuttosto che a casa, andavano messe subito. Non si può chiudere la stalla quando oramai hanno portato via i buoi..

Lei ha fatto un appello sulla stampa perché siano resi noti i nomi dei malati di Coronavirus.

La situazione è talmente complicata che la situazione ideale in questo momento non ce l’ha nessuno. La mia è una considerazione molto generale: una volta individuato un paziente positivo, cercare di capire, andando a ritroso in tutti i contatti che ha avuto, è praticamente impossibile. Se io le chiedessi di indicarmi tutte le persone che ha incontrato negli ultimi tre giorni, anche il panettiere, il tassista, il conducente di autobus, lo saprebbe dire? Credo che in questa situazione la privacy potrebbe essere messa da parte. Non c’è mai nessuna malattia di cui vergognarsi, a maggior ragione questa che ha una forma di contagiosità simile all’influenza: la via di trasmissione è aerea, quindi nessuna vergogna. Forse, una volta che si individua un paziente positivo, dare i suoi dati e permettere a tutti quelli che hanno avuto contatti con questa persona di segnalarlo e sottoporsi così al test potrebbe essere una soluzione. Non sono un virologo ma credo che in certe situazioni il buon senso possa essere meglio di tanti protocolli. Io ho fatto il test e sono negativo, ma se fossi risultato positivo non avrei avuto nessun problema a comunicarlo ai miei pazienti, e a suggerire a chi è venuto a contatto con me negli ultimi 15 giorni che è meglio che presti attenzione al suo stato di salute e, se dovessero comparire dei sintomi, sottoporsi al test o chiedere l’aiuto del medico.

La limitazione di alcune libertà può essere positiva, in questi casi di emergenza?

Assolutamente sì, non ci sono dubbi! Mi sembra un po’ superficiale il modo di gestire queste situazioni, però: i bar aperti fino alle 18 e poi chiusi. O li chiudi o li lasci aperti! Alcune attività prima aperte, poi chiuse… Mi sembra che ci sia molta confusione, mentre in una situazione del genere l’informazione dovrebbe essere univoca e chiara, altrimenti poi la gente ovviamente si spaventa. Se tu dici: ‘guardate, è una semplice influenza‘, e poi venite nella mia zona, arrivate ad un certo punto e trovate l’esercito che vi ricaccia indietro, è normale che una persona dica: ‘Mah, io di influenze ne ho viste tante nella mia vita, ma una cosa del genere non mi è mai capitata!‘. Il panico, o quanto meno la diffidenza nella popolazione, è inevitabile quando non c’è un’informazione chiara ed univoca.

C’è un po’ di confusione anche tra i virologi: chi dice che è una situazione molto seria, di cui preoccuparsi, e chi dice che si stia esagerando. Chi ha ragione?

La mia opinione personale è che ci sia stato un po’ di allarmismo. È un virus che non conosciamo, tant’è che qualche giorno fa si diceva che i bambini non fossero sensibili a questa infezione, e poi si è scoperto che alcuni bambini erano stati infettati. Stiamo parlando di un nemico che non conosciamo. Forse si è esagerato un po’ nel presentare questa patologia, che probabilmente è un’influenza che si trasmette nello stesso modo, solo un po’ più cattiva. Anche continuare a dire che muoiono soltanto le persone anziane… è vero: capita anche nelle influenze che vediamo stagionalmente, ma non dev’essere l’alibi per non prestare attenzione. Io credo che sia un’influenza cattiva – definiamola così – con un numero di complicanze in alcuni soggetti maggiori rispetto ad altre.

Fanno bene quei Paesi che consigliano ai cittadini di non recarsi in Italia, o che addirittura bloccano i voli dall’Italia?

Sono un po’ scandalizzato. Ci vuole il buon senso. Noi abbiamo sempre il pudore di non urtare la sensibilità degli altri. Quando poi ci accorgiamo che gli altri se ne fregano altamente di noi, che chiudono i voli, blindano i confini e ci trattano come se fossimo gli untori del 2020… questo dà molto da pensare.

Cosa potrebbe accadere adesso? Dicono che ci potrebbe essere un vaccino.

Io credo che nel medio termine la situazione non cambierà. Per quanto riguarda il vaccino sono certissimo che i colleghi riusciranno a mettere a punto un vaccino efficace, ma non certamente con i tempi che ci aspettiamo, perché un vaccino prima di poter essere utilizzato su un uomo deve essere sperimentato e deve dimostrare la sua efficacia. Questo richiede un tempo che non è le due o tre settimane di isolamento. Attualmente c’è una situazione talmente confusa che non so quando si deciderà di sbloccare tutto. È vero che prima di tutto viene la salute, ma anche dal punto di vista economico il danno è ingentissimo per tutti.


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L'Umanità ha una lunga storia di verità velate e/o nascoste da una strategia di comunicazione fuorviante mirante alla manipolazione delle menti impregnate di crisi e di paure ininterrotte. Fino ad un certo punto ci si premuniva almeno di salvare la faccia, ora, viene fatto spudoratamente. Grazie a voi è possibile almeno poter manifestare la non condivisione.

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