Epidemiologo della Sapienza: isteria Coronavirus ingiustificata – Stefano Petti

L’allarmismo intorno al Coronavirus è comprensibile ma ingiustificato. Con queste parole si esprime l’epidemiologo della Sapienza, Stefano Petti, Professore del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive. Con Petti cerchiamo di capire la genesi del Coronavirus e perché virus come questi nascono spesso in Asia e in Cina. I virus si diffonderebbero maggiormente nei luoghi sovraffollati e umidi, dove le persone stanno più a stretto contatto. Per tale motivo si impone anche una riflessione sulla possibilità di armonizzare la costruzione degli edifici con le misure profilattiche per prevenire la diffusione dei virus. Intanto sulla questione tamponi circolano notizie secondo le quali i tamponi non sarebbero efficaci per individuare il coronavirus. “Effettivamente – spiega Petti – è difficile capire la positività o negatività al test con tamponi, perché non c’è, al momento, un test di verifica dell’efficacia dei tamponi stessi“.

In questa settimana si parla molto del Coronavirus, che idea si è fatto della situazione?

Questa epidemia nasce come zoonosi, un’infezione che passa dall’animale all’uomo. Questo tipo di infezioni si verificano spesso, nell’ordine di diverse decine ogni anno. Le cose che accadono sono due. In alcuni casi il virus passa dall’animale all’uomo ma non si modifica e può passare da uno o più esseri umani. Questo è quello che è accaduto, per esempio con la SARS. Se invece un microorganismo subisce delle mutazioni – che sono sempre di tipo casuale – succede che la propagazione al genere umano diventa molto maggiore. Tale propagazione può arrestarsi dopo qualche tempo, oppure continuare ad estendersi ulteriormente. La differenza sta in questo: nel primo caso avremo pochissimi casi di infezione, tutti gravi. Perché chi prende l’infezione è un individuo suscettibile. Nel secondo caso avremo più individui infetti, anche totalmente asintomatici. Tali individui avranno l’infezione ma non mostreranno i sintomi. Nel secondo caso il virus – paradossalmente – è meno pericoloso ed è quello che starebbe accadendo con il Coronavirus. L’aumento dei casi di infezione, in tal senso, non può che essere interpretato come una buona notizia.

Quindi Lei pensa che questa psicosi collettiva intorno al Coronavirus sia ingiustificata?

Assolutamente sì. Se io fossi positivo ad un organismo che non si diffonde nella popolazione, vuol dire che sono io suscettibile a quel virus. Potrei ammalarmi e anche, in alcuni casi, morire. Se invece fossi suscettibile ad un microorganismo più diffuso nella popolazione e allora il rischio è più basso.
Faccio un esempio per capire meglio questo concetto.
Pensiamo all’epatite A, un’epatite di tipo alimentare. Negli anni ’70 a Roma il 90% della popolazione adulta aveva avuto un’infezione da virus dell’epatite A. Contemporaneamente i casi di epatite A erano stati soltanto alcune decine e i morti praticamente non ci furono. Quindi in questo caso abbiamo tante infezioni, un numero limitato di casi e nullo di morti.

Perché questi virus si diffondono soprattutto in Asia e dall’Asia si propagano?

Queste malattie, come anche l’influenza in generale, si possono raggruppare nella categoria di malattie da affollamento umano. La caratteristica di questi microrganismi è di trasmettersi tramite l’aria ma di non resistere a lungo nell’ambiente esterno. Quando parliamo, non solo tossiamo o starnutiamo, emettiamo piccole goccioline che contengono il virus. Si capisce quindi come in luoghi affollati il rischio di raccogliere tali goccioline sia più elevato. Accanto a questo il problema sono anche gli ambienti umidi, che non fanno evaporare le goccioline con i microrganismi. In Cina vi è una presenza di tutti questi fattori che portano alla diffusione di tali virus. Infatti nel Paese asiatico le polmoniti fanno parte delle dieci maggiori cause di morte nella popolazione. In Corea invece è la sesta causa.

Lei crede che sia possibile ridurre la pericolosità e la diffusione dei virus già in partenza, oppure è impossibile?

Se parliamo di virus, chiaramente noi non sappiamo quando può scoppiare un’epidemia. Se invece ci soffermiamo sui fattori che ho citato prima nella loro interezza, è chiaro che si possono mettere in pratica delle misure per evitare che i virus possano propagarsi velocemente. Per esempio, aumentare l’altezza dei soffitti, per areare maggiormente i luoghi affollati; oppure installare impianti di aria primaria, che immettono nei luoghi chiusi aria proveniente dell’esterno. Facendo queste cose si può ridurre l’incidenza di questo tipo di infezioni.

Spostiamoci in Italia. Secondo Lei le procedure messe in atto nel nostro Paese sono efficaci, oppure no? Mi riferisco all’uso dei tamponi.

Se l’obiettivo è tracciare il passaggio del microrganismo da una persona ad un’altra, senza dubbio si stanno facendo troppi tamponi. Se c’è un malato che presenta dei sintomi, gli viene fatto il tampone e poi si cerca di risalire ai contatti del malato, per capire la diffusione del virus e da dove proviene. Questo può essere certamente utile. Estendere la pratica del tampone ad un numero di persone più vasto può essere interessante dal punto di vista epidemiologico, ma c’entra poco con la tracciabilità della malattia.

Circolano molte notizie da una settimana a questa parte, una di queste ci informa sul fatto che i tamponi non sarebbero precisi nel rilevare il virus.

Ogni test che si esegue ha tante variabili, una di queste si chiama potere predittivo dei positivi. Altre parole: con quante probabilità il test positivo corrisponde ad una reale infezione? Questo dato – il potere predittivo dei positivi non c’è, perché non è stata fatta una verifica sul test. Al momento non sappiamo che percentuale di positivi sia realmente positiva e, viceversa, che percentuale di negativi sia veramente negativa.

In questo periodo circola anche la classica influenza stagionale. Per questo Le chiedo, come si può distinguere dall’infezione da Coronavirus?

La sintomatologia del Coronavirus è comune a moltissimi microorganismi. Quindi io posso pensare di essere infetto da Coronavirus, ma non posso certamente basarmi sulla sintomatologia per capire se effettivamente si tratta di Coronavirus oppure no. Anche perché ci possono essere persone infette ma completamente asintomatiche.

In conclusione, Lei ritiene che la reazione della gente in questi giorni sia esagerata?

La reazione della gente è assolutamente comprensibile. Il cortocircuito è avvenuto nella comunicazione. Da un lato ci viene detto di mantenere la calma, di stare tranquilli e dall’altro ti parlano di 200, 300 infettati. Cominciamo invece a dire i casi confermati dall’Istituto Superiore di Sanità. Cominciamo a dire quanti di questi casi non hanno neanche un sintomo. Il pericolo quindi non è il singolo virus, in questo caso il Coronavirus, ma la totalità dei microrganismi.


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