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DONNE IN CATENE – # Byoblu

Byoblu ha seguito per voi “Donne incatenate”, un evento svoltosi a Roma il 27 febbraio 2020 e organizzato dall’artista Rachel Dea, che vive da molti anni all’interno della società israeliana e che denuncia anche a titolo personale i soprusi che vivono le donne nei paesi di cultura e religione integraliste. L’evento è stato presentato e coordinato dal professor Foad Aodi, presidente dell’AMSI (Associazione Medici Stranieri in Italia) e fondatore del movimento “Uniti per Unire”, di cui anche Dea fa parte, e che si occupa della tutela dei diritti umani in generale e di quelli delle donne in particolare e che promuove un progetto di pace duratura fra Israele e Palestina – #Byoblu

Di seguito una panoramica dei temi trattati e dei professionisti intervenuti.

Rachel Dea

Il suo nome se lo è scelto da sola e non certo per caso: Dea è un nome provocatorio, audace, pretenzioso e perfino blasfemo nel mondo patriarcale delle religioni monoteiste integraliste, ma è anche un progetto di vita, nella convinzione che la divinità sia all’interno di ognuno di noi. 

Ha scelto di togliersi pubblicamente il velo, obbligatorio per le donne sposate secondo la legge ebraica, per dichiarare formalmente la sua ferma volontà di divorziare dal marito, andando incontro ad una serie di pesanti conseguenze a livello sociale sia per lei che per le sue due figlie di sette e nove anni. 

È stata isolata, abbandonata dai suoi amici e additata dalla società come non degna di farne parte, e se dovesse presentarsi a prendere le sue figlie a scuola senza il velo le sue bambine verrebbero espulse dall’istituto. 

Per la legge ebraica è solo il marito che può concedere il divorzio alla moglie, che spesso non viene concesso se non attraverso ricatti, soprusi ed estorsioni, e finché questo non accade la moglie non può avere una relazione con un altra persona perché verrebbe condannata come adultera dalla legge ebraica col rischio concreto di perdere la custodia genitoriale dei figli; eventuali altri figli, maschi o femmine, generati da una relazione al di fuori del matrimonio, vengono dichiarati dalla stessa legge come “manzer”, ossia “bastardi” e come tali non potrebbero sposarsi con altri ebrei. 

Dea ci spiega che Israele è un paese spietato nei confronti di una donna sola, senza un clan che la protegge, ma che come donna e come artista sente il dovere morale di condividere e denunciare certe esperienze, usando l’arte come strumento di questa battaglia. Definisce l’artista come la voce della coscienza della sua epoca che ha il dovere di parlare ed esprime la sua ferma volontà a diventare un motore della solidarietà femminile, sottolineando l’importanza delle conquiste delle donne occidentali, che vanno condivise e comprese ancora più a fondo attraverso il dialogo con le donne di cultura mediorientale, al fine di ottenerne un arricchimento reciproco. Un altro aspetto fondamentale è la necessità di un ritorno all’equilibrio fra maschile e femminile, per risanare il rapporto fra questi due poli a cominciare da quello presente all’interno di ognuno di noi.

Questa questione non riguarda solo la società israeliana, ma anche molti altri paesi di cultura e religione integraliste, come la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Afghanistan, gli unici due paesi al mondo in cui il velo è obbligatorio per tutte le donne non solo secondo le leggi religiose, ma anche per la legge dello stato.

In Iran le donne che si sono pubblicamente tolte il velo per protestare hanno subito una pena dai 6 ai 10 anni di carcere e il loro avvocato, un’altra donna che ha cercato di difenderle legalmente, è stata a sua volta arrestata, procurandosi una condanna di 148 frustate o 35 anni di detenzione. 

Non ci si dimentica altresì, che molte altre donne sono fiere ed orgogliose di portare il velo, anche a testimonianza della loro identità culturale diversa da quella occidentale, il che porta ad interrogarsi sul vero significato del verbo “scegliere” e di quanto i condizionamenti sociali, culturali e religiosi possano condizionare la vera identità di un individuo.

Di questo ed altro ancora hanno parlato Tiziana Ciavardini, antropologa culturale e giornalista, Andrea Pandolfi, ricercatore presso l’Università Roma 3, Federica Federici, avvocato e e presidente fondatore dell’associazione “Nuove Frontiere del Diritto”, Claudio Rossi, sociologo e Camel Latouche, segretario generale dell’associazione CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia). 

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Avanti tutta!!!

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