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ADOLESCENZA DIMENTICATA, FRA PAURA E SOGNI SGRETOLATI #Byoblu24

Nell’emergenza del lockdown gli adolescenti hanno rappresentato la fascia della società che più di tutte ha subito metamorfosi, negative: dai sogni interrotti, alla regressione personale, senza tralasciare le paure suscitate dai media e la sensazione di essere in guerra di fronte ad un nemico invisibile. Perché non ci si è occupati di loro? 

Ci raccontano come hanno vissuto questo lungo e difficile periodo chi li ha incontrati come il Professor Alberto Pellai, chi ha dato loro le istruzioni corrette come la dottoressa Nadia Teresa Muscialini e chi li ha supportati, Gloria Di Capua e Maurizio Lambardi. Tutti dalla parte dei ragazzi, per permettere di poter riacquisire ciò che spetta loro di diritto: diventare adulti seguendo le orme di un percorso evolutivo che non deve essere bloccato. 

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di VALERIA MERLINI

Nessuno si sarebbe aspettato un’emergenza simile a quella che abbiamo vissuto. Eppure lo spirito osservativo che ci contraddistingue ci porta a dire che, tra le tante anomalie gestionali che sono emerse, non si è ancora prestata la dovuta attenzione a chi fa parte della nostra società come termini numerici non da sottovalutare.

Sono oltre otto milioni, hanno una struttura fisica che permette loro di vivere e ragionare. Possono dire di aver vissuto e ragionato il periodo che li ha visti segregati in casa da quel 24 febbraio 2020, prima nella sola Lombardia esteso poi al resto d’Italia a partire dai primi giorni del mese di marzo. 

Sono gli studenti d’Italia, i nostri figli, fratelli, nipoti, amici. Gli stessi studenti che hanno usufruito della DAD, la didattica a distanza che non si è dimostrata democratica, ma classista sia per la carenza in molti casi di mezzi tecnologici adatti a supportare le lezioni online che di adeguata connessione. Il 6% degli studenti ne è rimasto escluso. 
Primo fatto.

Il secondo fatto da non trascurare è la fascia di età, quella che ampliando lo spettro va dai 12 ai 19 anni e che rientra ora in una nuova categoria: quella dei Dimenticati, figure perfettamente delineate dal Prof. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, che ha detto di questi ragazzi che “sono stati invisibili perché è stata data una priorità assoluta alle norme di prevenzione prima e alla ripresa economica poi, in seguito alle quali non c’è stato nessun genere di attenzione ai loro bisogni”. 

I bisogni legati alla ripresa di una normale attività per i ragazzi sono anche vincolati alla routine che, come spiega sempre il Prof. Pellai “in età evolutiva è importante perché intanto conferisce la struttura e una sorta di ritualità alla giornata. Se invece è tutto lasciato al caso, tutto viene destrutturato, e ci si sente come una barca in mezzo alla tempesta senza punti fermi”.

Ecco allora che è bastato dare la parola a chi li ha issati a bordo per condurli in un porto sicuro nel momento peggiore: quello buio del Covid. Perché nessuno se ne è (abbastanza) reso conto, ma era un passaggio doveroso e obbligato per arginare un malessere difficile da definire. 
I punti fermi di questa fascia della società sono in primo luogo i genitori, ma essendo questa una fase in cui molto spesso vince la ribellione sull’accettazione sono entrate in scena altre figure.

Come la Dott.ssa Nadia Teresa Muscialini, psicoanalista e dirigente psicologa SSN da oltre trent’anni all’interno dell’ospedale San Carlo di Milano, oltre ad esperta di tematiche nell’età evolutiva, secondo la quale “il disagio che i ragazzi hanno vissuto in questo periodo è rimasto silente perché non tanto facile da definire. Per esempio A., un ragazzo di 18 anni, raccontava come questo per loro sia stato un momento spiazzante: è stata a tutti gli effetti una guerra contro un nemico invisibile che ha generato traumi e paura. Ma anche subdolo perché è stato sempre detto che il nemico poteva essere tra chi avevi di più caro. Ecco allora che questa paura li ha portati a rinchiudersi optando per questa soluzione come la più appropriata (n.d.r. e suggerita)”.

E si sono così trasformati nei Dimenticati anche per i vari percorsi di vita interrotti, dallo studio alla vita quotidiana. Sostanzialmente nessuno ha spiegato loro, perché nessuno lo sapeva, cosa poteva succedere nel mentre e dopo il periodo di emergenza e questo è stato un po’ sentirsi abbandonati.
Dimenticati appunto. 

Lo raccontano anche Gloria di Capua e Maurizio Lambardi, formatori e docenti di Life & Relationship Coaching: “G., 19 anni è una ragazza che da Roma era partita per andare all’università di Trieste, lontano dalla famiglia e felice di poter iniziare questo nuovo percorso sola. Tanta voglia di fare, ma improvvisamente si è vista bloccare il sogno. È stato un salto verso l’ignoto in cui il momento del lockdown ha destabilizzato e si è ritrovata a casa con i sogni infranti, senza riuscire a studiare, scambiando la notte con il giorno, in una forma iniziale di depressione. Stiamo ora lavorando su un programma di autodisciplina con la riorganizzazione del tempo”.

Se da un lato l’adolescenza è il momento della vita legato alla socialità, i genitori sono per principio quelli che vanno contestati. Ma poiché è stato detto che anche i coetanei potevano essere fonte di pericolo, di paura, di spavento ognuno di loro si è ritagliato il proprio spazio di comfort per superare questo periodo. 

E si arriva al terzo punto, l’introduzione alla fase regressiva in molti adolescenti. Prosegue la d.ssa Muscialini: “A questo ritirarsi va aggiunto l’essersi ritrovati in un momento regressivo, quello della cuccia, nella dimensione domestica che è esattamente il contrario di quello che solitamente fanno in questo momento evolutivo”.

“Un bisogno di protezione come quello ricercato da V., 17 anni, in pieno scontro con la mamma”, aggiunge la d.ssa Muscialini, “ma che la convivenza forzata ha portato ad un riavvicinamento iniziando dal contatto fisico che la ragazza si è presa, come a voler sottolineare un momento di recupero ecco perché parliamo di regressione ad una dimensione più affettiva con i genitori”. 

Tanto che quando si è ricominciato ad uscire i ragazzi non lo hanno fatto subito, come anche spiega il Prof. Pellai si è trattato di una sindrome della tana: “Quando si sono aperte le porte la gran parte di loro non è andata da nessuna parte, soprattutto perché le uscite erano limitative e regolate da tutta una lista di cose che non si potevano fare. Poiché l’adolescenza è il tempo dell’aggregazione e non della solitudine (ndr dove invece si entra nel discorso della sindrome di hikikomori, termine coniato in Giappone che significa stare in disparte) ecco il motivo per cui inizialmente sono rimasti nascosti: era stato decretato qualcosa che andava contro la natura del loro momento evolutivo”.

Decretato…  Termine interessante, meno l’abuso che ha subito per tutto quello che ci è stato detto prima con il chiaro intento di imporlo. 
Partendo dal fatto che nella fase di chiusura forzata è subentrato lo spavento, che sono regrediti ad una fase anteriore rispetto all’età che avevano, hanno dovuto riapprendere ad avere quel coraggio che li ha fatti tornare ad essere adolescenti e non più bambini protetti dai genitori. Ma come lo hanno fatto?
Arriviamo al quarto punto.

Prosegue la d.ssa Muscialini: “non dare ai genitori strumenti su come organizzare la giornata dei figli è stata una mancanza non indifferente. A Wuhan, quando è scoppiata l’epidemia il Governo ha stilato delle linee guida che ha poi fatto avere alle famiglie, ai ragazzi considerata la categoria più a rischio, dicendo che per la tutela della salute fisica e mentale sarebbero bastati piccoli accorgimenti dello stile di vita, ad iniziare dall’avere ritmi regolari sonno-veglia, dal fare attività fisica, senza dimenticare la scuola e le possibili attività di svago in casa. Io ho preso questo piccolo decalogo e l’ho tradotto mettendolo a disposizione delle famiglie per i loro ragazzi, distribuendolo anche in ospedale”. 

Ecco perché ancora oggi si parla di Dimenticati, perché qui da noi nessuno si è preoccupato di dare loro semplici istruzioni, quando si poteva ben immaginare che gli effetti dell’isolamento potevano avere anche esiti a lungo termine.
Del resto la dr.ssa Muscialini cita anche una ricerca di Sprang e Silman (ndr Sprang G, Silman M “Postraumatic stress disorder in parent and youth after health-related disasters. Med Public health prep, 2013, 7:105-10) che dimostra “come i punteggi dei livelli di stress post traumatico in bambini che sono stati obbligati alla quarantena sono quattro volte più alti di quelli non sottoposti a quarantena”.

Si è parlato in più momenti della paura.  
Torniamo allora ad affrontarla domandando alla dr.ssa Muscialini da dove deriva questa paura, chi l’ha messa in circolo? “Le informazioni trasmesse attraverso i media sono quelle che hanno alimentato il panico. Anche non volendo interessarsi alla questione morti e contagiati comunque i ragazzi ne hanno sentito, accendendo la tv, leggendo il giornale. La paura era percepibile ovunque, ma mentre io in ospedale toccavo con mano qual era la situazione mi rendevo conto che fuori avevano solo queste notizie e attraverso i media fa più paura perché sembrava che la morte aleggiasse ovunque”. 

E la scuola in tutto questo come è intervenuta? Appare ovvio che non ci sia stato un pensiero unitario su quello che doveva essere privilegiato, non tanto in termini di apprendimento quanto di capacità di affrontare il vissuto di questo periodo e usare la fase critica come processo di crescita e di cambiamento di relazioni tra pari. 

Nessuno ha preso in considerazione che la scuola in Italia non ha mai rappresentato la priorità di nessun governo degli ultimi trent’anni. Non per niente il prof. Pellai parla della nostra nazione come quella “dove ci sono le classi pollaio associate ad una riduzione delle figure docenti che non hanno permesso di progettare la scuola in maniera analoga agli altri Stati dove le lezioni sono infatti riprese nel mese di maggio”. 

Per tirare le somme, se da una parte non possiamo che auspicare per l’immediato futuro di “ricompensarli innanzitutto per come si sono responsabilizzati. E per quello che riguarda settembre la certezza che le loro vite torneranno negli ambienti e nelle attività che gli sono congeniali con limiti ma non con totale deprivazione”, afferma il Prof. Pellai, dall’altro è auspicabile che perdano definitivamente la paura e riprendano così il percorso evolutivo di crescita. 

Il rischio è lasciare questa esperienza senza senso, senza che l’adolescente possa esprimere cosa è stato per lui e che quindi rimanga un’area traumatica irrisolta che ogni tanto si fa sentire e causa un blocco nello sviluppo della crescita. Come evitare che ciò accada? Rivolgendo la domanda (o passando la palla) al Governo, in particolare alla Salute e all’Istruzione. 

“Nel caso della Salute” conclude la d.ssa Muscialini, “non va dimenticato che stiamo parlando ormai già di prevenzione secondaria perché il trauma è avvento su tutta la popolazione e a maggior ragione negli adolescenti in cui un trauma, se non superato, può poi influire nel processo evolutivo. Senza tralasciare l’Istruzione perché è il luogo deputato all’apprendimento sì, ma anche e soprattutto dove l’adolescente deve potersi esprimersi, parlare di sé, poter essere attivo”.                                                        


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buon lavoro,siete grandi,rimanete cosi.un abracio

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Anonimo

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2 commenti

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  • Mia figlia è invece stata salvata dal DAD.

    Da mesi bullizzata ed ostracizzata (e non abbiamo ancora capito perché) – e non solo dai compagni di classe, ma anche dagli insegnanti. Nessuno in classe le parlava. Insegnanti le hanno abbassato i voti di mezzo grado. Una vergogna assoluta. Non ha aiutato l’incontro con gli insegnanti, la direzione, le autorità, l’avvocato, la stampa locale si è rifiutata pubblicare qualunque cosa. Per fortuna c’è stata DAD – e lei ha potuto tranquillamente e con meno stress finire le scuole d’obbligo (con ottimi risultati, tra l’altro).

    Grazie, scuola a distanza. La presenza fisica a scuola non è sempre positiva e non tutti i bambini sono degli amici e bravi compagni di classe. Non tutti gli insegnanti sono dei bravi professionisti, lasciamo perdere delle qualità umane.

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