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JULIAN ASSANGE RISCHIA 175 ANNI DI CARCERE, PER ECCESSO DI VERITÀ IN UN MONDO DI BUGIARDI #Byoblu24

Gli Stati Uniti vogliono la testa di Julian Assange. Si è riaperto a Londra, dopo la pausa del lockdown, il processo contro il fondatore di Wikileaks per decidere sulla sua sorte, per stabilire se può essere estradato e subire così un processo in America dove, secondo la giustizia di Washington, rischia fino a 175 anni di carcere. Lo accusano di cospirazione e spionaggio per aver diffuso oltre 700 mila documenti riservati fornendo notizie scottanti in particolare sull’impegno degli USA e di altre potenze occidentali in Iraq e Afghanistan, ma non solo, provocando forti reazioni e tensioni internazionali.

IL CASO WIKILEAKS

È il 2010 quando Julian Assange pubblica su Wikileaks i primi documenti riservati che mettono in imbarazzo il governo americano: sono 250 mila fascicoli etichettati come “confidenziali” o “segreti”. La sua talpa è Chelsea Manning, un’attivista ex militare statunitense accusata di aver trafugato decine di migliaia di documenti mentre lavorava nell’intelligence e seguiva le operazioni militari in Medio Oriente. Ma c’è di più. Vengono fuori email tra capi di Stato, servizi segreti, alti apparati diplomatici che riguardano numerosi dossier aperti che fanno tremare l’establishment: dalla rivolta tibetana in Cina allo scandalo petrolifero in Perù, dalle esecuzioni extra giudiziarie da parte della polizia keniota alle purghe del governo Erdogan.

Assange diventa così il nemico numero uno, ma la sua è un’operazione Verità. Un’attività giornalistica e investigativa senza precedenti che ha toccato le corde giuste, o forse quelle sbagliate a seconda dei punti di vista. Eppure del suo caso se ne parla sempre meno, quasi a voler spegnere i riflettori su un personaggio che ha creato troppo imbarazzo a tutti i livelli. L’informazione, in gran parte guidata da editori vicini proprio a quei pezzi più alti dello Stato, sfiora appena l’argomento anche in uno dei giorni cruciali per Assange, la ripresa del suo processo che deciderà l’estradizione. 

7 ANNI CHIUSO IN AMBASCIATA POI L’ARRESTO

La vita da recluso Assange l’ha già fatta ma senza una condanna. Dall’agosto del 2012 all’aprile del 2019 ha vissuto nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Il governo sudamericano gli aveva concesso asilo politico; fuori la sede dell’edificio turni di agenti della polizia pronti ad arrestarlo se avesse varcato la soglia. Ha vissuto così sotto lo stretto controllo di chi già voleva la sua testa perché si è scoperto che tutti i suoi incontri, con amici e avvocati, erano registrati, spiati all’insaputa dello stesso governo ecuadoregno. Ma qualcosa poi dev’essere accaduto. Nell’aprile del 2019 l’Ecuador decide di ritirargli lo status di rifugiato politico: è il via libera al blitz della polizia britannica. È la mattina dell’11 aprile 2019 quando la polizia metropolitana di Londra fa irruzione nell’ambasciata e preleva di forza Julian Assange che viene trasferito presso il carcere HM Prison Belmarsh, definito la “Guantanamo britannica”. Viene arrestato per aver violato i termini della libertà su cauzione nell’ambito di una inchiesta nata in Svezia che lo vedeva imputato per stupro, inchiesta poi archiviata. Secondo molti sarebbe solo un pretesto. Assange viene trattato come il peggiore dei criminali mentre dagli Stati Uniti si attivano subito le procedure per la richiesta di estradizione per i presunti reati commessi con la pubblicazione dei documenti americani riservati sulla piattaforma Wikileaks.

Nel dicembre 2019 un gran numero di giornalisti di quasi 100 nazioni firma la petizione “Speak up for Assange” chiedendone la sua liberazione e sottolineando che il reale motivo per cui rischia di essere processato e condannato è quello di aver portato alla luce crimini di guerra: punire questa azione, si spiega nel documento, sarebbe un grave precedente per la libertà di stampa.

Anche oggi 7 settembre 2020, giorno in cui è ripreso il processo a Londra, sono in molti ad essere scesi nelle piazze europee per protestare chiedendo la scarcerazione dell’attivista. Byoblu era a Roma per seguire la manifestazione “Italiani per Assange”. Fra i presenti Vincenzo Vita di Articolo 21, lo scultore Davide Dormino e Alessandro Montesi di Amnesty International sentiti ai nostri microfoni. Ma questa è solo l’ultima delle molteplici manifestazioni svoltesi nella capitale in difesa di Assange.

LO HANNO TORTURATO?

La “Guantanamo britannica”, così come viene definito il carcere di massima sicurezza dove Julian Assange è rinchiuso da quasi un anno e mezzo, ha duramente provato l’attivista. Dimagrito, indebolito e visibilmente invecchiato, il 49enne australiano secondo molti sarebbe stato vittima di torture. I suoi avvocati hanno più volte denunciato di non essere riusciti ad avere colloqui con lui. Fatti duramente stigmatizzati e criticati anche dall’Human Rights Institute che non ha esitato a definire “incompatibile” il trattamento carcerario a cui è sottoposto Assange con la Convezione delle Nazioni Unite contro la tortura.

Le proteste non sono servite a nulla, e d’altronde è difficile immaginare anche solo uno dei Paesi occidentali schierarsi dalla parte del fondatore di Wikileaks, lui che ha svelato intrecci pericolosi senza risparmiare nessuno. Chi dovrebbe prendere le sue difese?

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