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PESCATORI ITALIANI PRIGIONIERI IN LIBIA: LI ABBIAMO ABBANDONATI?

Da circa un mese otto pescatori italiani risultano essere prigionieri in Libia, insieme ad altri dieci pescatori di altre nazionalità. Secondo l’accusa libica, i pescatori sarebbero colpevoli di aver sconfinato nelle loro acque territoriali, ma il diritto internazionale nega la legittimità di questa pretesa. Notizie sul loro stato di salute? Poche. Iniziative da parte del Governo italiano per riportare a casa i connazionali? Nessuna.

Noi di Byoblu a questo proposito abbiamo voluto sentire la testimonianza dell’armatore Marco Marrone che ha lavorato fino al mese scorso con i pescatori che oggi sono rimasti prigionieri in territorio libico.

Il curriculum mediocre del Ministero degli Esteri italiano

La vicenda dei pescatori dimenticati, per quanto possa sembrare all’apparenza marginale, è in realtà emblematica per comprendere la difficoltà cronica del nostro Ministero degli Esteri nell’affrontare qualsiasi situazione di sua competenza. Innumerevoli sono infatti gli esempi di analoghi che hanno visto protagonisti italiani rapiti, tenuti in ostaggio o prigionieri all’estero.

Dai marò, bloccati in India per circa cinque anni, fino a Silvia Romano, liberata dopo quasi due anni di trattative e dietro il probabile pagamento di un riscatto da parte del Governo italiano. Fino ad arrivare alla vicenda di Giulio Regeni, con il Governo di Roma che ancora brancola nel buio per trovare i colpevoli del suo omicidio, avvenuto in Egitto nel 2015.

La vicenda degli 8 pescatori di Mazara del Vallo è quindi solo la punta di un iceberg di un problema che affligge la nostra politica estera da circa tre decenni e che rischia oltretutto di aggravare la già debole posizione italiana in Libia.

Il ricatto di Haftar per far rilasciare i pescatori italiani

“I pescatori italiani saranno sottoposti a un procedimento da parte della Procura generale competente e saranno giudicati secondo la legge dello Stato libico”. Così si è espresso il generale Khaled al-Mahjoub, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar.

Dalla Libia sembrano quindi essere intenzionati a mantenere salda la propria posizione, con l’obiettivo finale di utilizzare i pescatori come pedina di scambio per il rilascio di un gruppo di libici tenuti prigionieri a Catania per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dalla Libia non sembrano avere il minimo timore reverenziale nei confronti di un Paese, l’Italia, che dovrebbe avere un ruolo di primo piano nel Mediterraneo.

L’ennesimo segnale di debolezza che può attrarre gruppi criminali

D’altronde le risposte arrivate dal nostro Ministero degli Esteri italiano sono state più che timide. Il Ministro Di Maio si è infatti finora limitato a pronunciare le classiche frasi di circostanza. “I pescatori stanno bene, stiamo facendo il possibile. Tratteremo con i libici” e niente di più.

Quello che sappiamo è però che la Farnesina non sta trattando direttamente con le milizie di Haftar, ma avrebbe chiesto l’aiuto di Russia e Turchia per risolvere la vicenda.
Se le premesse sono queste, se l’Italia non è in grado di esporsi direttamente e con fermezza per il rilascio di connazionali, imprigionati arbitrariamente da uno Stato fantoccio, allora dobbiamo aspettarci che situazioni simili si ripetano continuamente nel tempo.

Perché un segnale così forte di debolezza, di soggezione al ricatto, non può che rappresentare un invito a nozze non solo per Paesi in cerca di rivalsa, ma anche per tutti quei gruppi criminali a caccia di ostaggi e di soldi facili dei riscatti.

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