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LA CORSA ALLA CASA BIANCA DI DONALD TRUMP SI GIOCA ANCHE SULL’IMMIGRAZIONE

LA CORSA ALLA CASA BIANCA DI DONALD TRUMP SI GIOCA ANCHE SULL’IMMIGRAZIONE

Torna alla carica Donald Trump. Ora si dichiara “immune” e guarito dal Covid-19 e chiede di poter presenziare al prossimo incontro con lo sfidante Joe Biden. Il dibattito era programmato per la serata del 15 ottobre, ma è stato rinviato a causa delle condizioni di salute di Trump. I sondaggi non sorridono al Presidente: lo danno infatti in forte svantaggio rispetto al rivale Biden, le ultime rilevazioni di Washington Post e Abc fotografano un distacco di 12 punti a livello nazionale. Tuttavia il tycoon americano non si arrende e bolla i sondaggi come “fake news” propagandistiche tese a sfavorirlo nella corsa alla Casa bianca. “Vinceremo in modo ancora più forte che nel 2016” – avverte Trump.

La sfida per la presidenza degli Stati Uniti tra Donald Trump e Joe Biden si gioca anche sul campo dell’immigrazione. Se facciamo un passo indietro e torniamo al 2016, buona parte della vittoria di Trump sull’allora sfidante Hillary Clinton fu data dalle promesse di limitare l’immigrazione, soprattutto quella illegale. E allora proviamo a ripercorrere che cosa ha davvero fatto Trump per mantenere quella promessa. 

La politica trumpiana sull’immigrazione

Una delle argomentazioni principali della politica trumpiana sulla limitazione dell’immigrazione negli Stati Uniti poggiava sulla necessità di proseguire nella costruzione del muro al confine con il Messico. Nel 2017 i messicani comprendevano il 47% degli immigrati illegali negli States. Appariva evidente che limitare l’immigrazione significava limitare principalmente quella dal Messico. Per questo motivo Trump nel 2016, durante la campagna elettorale, annunciava che avrebbe, in caso di vittoria, proseguito con la costruzione del muro e che per essa avrebbe dovuto contribuire il governo messicano.

L’azione di Trump

Quello che accadde invece fu che Trump firmò l’Ordine esecutivo 13767, nel gennaio del 2017, che autorizzava i lavori per la costruzione del muro, che però non partirono per mancanza di fondi. In realtà la barriera tra gli Stati Uniti e il Messico non è un unico muro, si tratta di una serie di ostruzioni chiamate ‘recinzioni’ o ‘muri’. In alcune parti in cui non sono presenti barriere, ci sono telecamere e sensori che rilevano il passaggio degli immigrati illegali.

A giugno 2020 il presidente Trump si reca in Arizona per festeggiare la costruzione di 320 km di ‘muro’, la stampa parla di un Presidente che è tornato da dove era partito, cioè dalla questione immigrazione, uno dei suoi cavalli di battaglia più sensibili per l’elettorato.

Giudicata nella sua complessità, l’operazione muro di Trump sembra non aver sortito un grande successo: la barriera infatti, al 2020, non è stata completata ed è ben lontana dall’essere considerata impenetrabile. Secondo il Pew Research Center gli immigrati illegali dal Messico si attestano al 47% del totale nel 2017 (4,9 milioni) mentre erano il 57% nel 2007 (6,9 milioni). Restano ancora quasi la metà di tutti gli immigrati illegali presenti negli USA. 

L’immigrazione legale

Se la restrizione dell’immigrazione illegale sembra un processo più difficile da contenere, le cose stanno diversamente sul fronte di quella legale. Tra il 2016 e il 2019 il numero di immigrati che sono diventati residenti a tempo indeterminato è calato del 13%, da 1,18 milioni a 1,03 milioni. L’area geografica che evidenzia di più questo calo è l’Asia: l’immigrazione è calata del 21%, da 450,000 a 350,000 persone.

Il muslim ban

La paura del terrorismo e la diffidenza verso l’Islam radicale ha improntato le politiche delle ultime amministrazioni americane, in particolare quella di Trump, ad una maggiore restrizione per l’immigrazione dai Paesi a prevalenza musulmana. Sempre tra il 2016 e il 2019 gli arrivi dallo Yemen si attestano ad un -71%; dall’Iraq a -67%; dal Buthan a -63%; dall’Iran a -53%; dalla Somalia a -40%; dal Pakistan a -29%; dall’Afghanistan a -16%.  Questi dati sono la conseguenza dei travel ban (divieto di spostamento) conosciuti anche come i muslim ban, gli ordini esecutivi del Presidente Trump per limitare gli ingressi negli Stati Uniti di potenziali terroristi da Paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Somalia, Libia, Sudan, Siria e Yemen (Ordine esecutivo 13769 e 13780).

Aumentano gli immigrati dall’America latina

Per quanto concerne l’America centrale e latina si assiste ad una tendenza inversa: gli immigrati legali subiscono un incremento, tra il 2016 e il 2019, del 14%, da 77,000 a 88,000. Gli arrivi maggiori si sono registrati dal Venezuela, +44%; dal Brasile, +43%; dall’Honduras, +20%; da El Salvador, +19%. Stessa tendenza dall’Africa, in particolare dalla Repubblica democratica del Congo. Da questo Stato africano gli immigrati sono stati 13,800 nel 2019, mentre 7,700 nel 2016.

L’Immigration Act del 1924

La politica restrizionista di Donald Trump si riallaccia idealmente a quella adottata dalle amministrazioni americane: dal 1924, anno in cui fu promulgato l’Immigration Act, fino al 1965, quando un nuova legge cancellava la precedente e rendeva più facile spostarsi negli Stati Uniti.

La cittadinanza americana si divide sul tema immigrazione, tendendo a far prevalere l’opinione secondo la quale gli immigrati vanno ad occupare posti di lavoro che gli americani non vorrebbero fare. Secondo un recente sondaggio il 77% degli adulti americani ritiene che gli immigrati illegali vanno a sopperire alla mancanza di manodopera in lavori che gli americani rifiutano.

Se l’immigrazione illegale permette di essere controllata e ridotta, non si può dire la stessa cosa di quella illegale. Per questo motivo la partita per la rielezione alla Casa Bianca si giocherà su che cosa il prossimo presidente degli Stati Uniti riuscirà a fare per contrastare un fenomeno, seppur in calo, ma sempre minacciosamente presente.

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