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DPdCM: DIRITTO PRATICO DEL COMANDO MAGICO – Avv. Vincenzo Giarmoleo 

DPdCM: DIRITTO PRATICO DEL COMANDO MAGICO

Tradurre ogni atto, ogni comunicazione, ogni iniziativa del potere o del governo (legittimo per definizione) sul piano puramente normativo, può essere un grosso errore. Come è noto, la norma giuridica esprime un dover-essere che, di per sé, dovrebbe sgombrare il campo da ogni possibile condotta incompatibile con quel dover-essere. Nel senso che esso si propone questo fine: un dover-essere è, per definizione, diretto a evitare un male (o ad arrecare benefici: bene e giustizia – direbbero i Greci – alla collettività). 

Ma ciò pare non accada più: anzi, poiché spesso risulta, come in questi giorni, poco chiaro il senso, incerta la ratio dispositiva di quel dover-essere (cioè della specifica norma giuridica) per conseguenza emerge altrettanto distintamente quanto l’escludere ogni altra possibilità di azione, da parte di quel dover-essere, possa costituire un incaglio semantico. 

Guai, poi, se si comincia a disquisire sull’ampiezza dei poteri garantiti da un “superpotere” – c.d. stato di emergenza – che il governo di un paese democratico, o presunto tale, si attribuisce, anche se in forza di una pre-esistente norma giuridica. 

Per logica (se usare la logica ha ancora un senso): lo stato di emergenza, oggi, è – di nuovo – norma. Tuttavia, il suo prolungarsi, il suo estendersi nel tempo (un anno, due anni?) ne contraddice l’essenza, il significato. 

Se lo stato emergenziale dura troppo a lungo – perdura – ecco che l’eccezione s’è fatta norma. Ovvero, tutto ciò che eccede l’ordinarietà è norma: sia la previsione, che l’esclusione. Un esempio pratico? Esiste una norma di legge (art. 85 T.U.P.S. – Regio Decreto n. 773/1931, ma anche art. 5 Legge 152/1975 e successive modifiche) che impone di uscire senza coprirsi il viso, in luogo pubblico o aperto al pubblico, in modo da rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, senza giustificato motivo. Ciò perché – e questo da sempre – nascondere il viso desta allarme sociale: chi occulta i propri connotati lo fa, di solito, per poter operare anonimamente e quindi potenzialmente per intraprendere azioni riprovevoli o ingiuste. 

La norma, infatti, è assistita da severe sanzioni (arresto fino a due anni). 

Nell’emergenza sanitaria, al contrario, coprire il volto con la mascherina (e così rendendosi irriconoscibili) diventa norma; attenzione: non soltanto condotta lecita (ciò che potrebbe costituire giustificato motivo che evita di ricadere nella fattispecie di reato prima prevista) ma condotta obbligatoria (dover-essere), con un pre-scritto del tutto opposto alla preesistente – e tuttora vigente – norma (che soccombe rispetto alla successiva, nel quadro dell’emergenza, per ragioni tecnico-normative che qui tralasciamo, seppur non siano di secondaria importanza) che impone di non uscire col volto coperto. 

Normalità: vietato non connotarsi, per esigenze di ordine pubblico. 

Emergenza: obbligatorio non connotarsi, per un fine sanitario (che si assume) come superiore. 

Una condotta (usare la mascherina) sola, due norme opposte. Vigenti entrambe. 

Il discrimine in base al quale si applica l’una piuttosto che l’altra è il regime di eccezione, lo stato di emergenza: l’a-normale. 

Unico discrimine? Kronos, il Tempo (1). Ma un solo segno: l’ambivalenza dell’essere, che tollera due dover-essere confliggenti. Due norme inconciliabili che, seppur chiare nelle rispettive finalità, incrementano il tasso di distonia e lanciano un messaggio schizofrenico alla collettività: quanto a lungo possiamo e dobbiamo non-connotarci? Oppure, al contrario: quanto a lungo dobbiamo osservare una condotta (normalmente) contraria al buonsenso, socialmente riprovevole e persino anti-igienica? 

Se (non soltanto sul piano linguistico) l’eccezione o emergenza – ciò che emerge rispetto all’ordinario – diventa norma, l’atto stesso del normare rischia di perdere di senso. 

Ecco, allora – magia! – che dal nulla normativo, appare (nell’emergenza) la raccomandazione. Ma la raccomandazione (che non è un comando, ma un atto di affidamento) mal si presta a essere veicolata da una norma giuridica (l’ultimo DPCM, che peraltro vorrebbe essere un comando).

Non entriamo, solo per pudore, nel dettaglio di questa raccomandazione, nata oltretutto come norma cogente nell’intenzione originaria del governo e rivelatasi, a una più attenta (quirinalizia) analisi, obbligo giuridico del tutto irricevibile sia costituzionalmente che logicamente (c.d. criterio di ragionevolezza, più volte impiegato dalle Alte Corti per dirimere questioni – per la verità ben più complesse di questa – di bilanciamento tra principi giuridici confliggenti). 

Il contrario dell’emersione, etimologicamente, è il tuffo. Occorre tuffarsi per riemergere. Ma per tuffarsi, ci vuole un atto di coraggio. Invece, il coraggio è proprio ciò che manca. Questo è il paradosso del giorno, dell’anno e – forse – del nostro tempo ingannevole. 

Avvocato 

Vincenzo Giarmoleo 

 

NOTE

(1) “Principio delle cose che sono ha detto l’àpeiron […] di dove è la nascita per le cose che sono, in tal direzione ha luogo anche la loro distruzione, secondo il dovuto: essi infatti scontano reciprocamente la pena e il fio dell’ingiustizia in base alla disposizione del Tempo (Anassimandro, frammento 1, VI secolo a. C.). 

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