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LE MANI DEL PD SULLA COSTITUZIONE

 

«Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni», diceva Umberto Terracini in una seduta dell’Assemblea costituente nel 1947. Il giurista e padre costituente paventava i rischi connessi a una riduzione del numero e delle funzioni dei parlamentari. Chissà se immaginava che l’organo rappresentativo del popolo sarebbe stato svilito nel suo ruolo come ormai avviene da tempo.

 

Il disegno di legge costituzionale del Partito democratico

Dopo la vittoria del sì al referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari a 600, un gruppo di senatori del Partito democratico ha depositato un disegno di legge costituzionale. La logica e la prudenza dei pesi e contrappesi avrebbero suggerito un rafforzamento delle funzioni del Parlamento e invece no. La direzione è quella di un rafforzamento del potere esecutivo.

 

Aumentano i poteri del Presidente del Consiglio dei Ministri

Il progetto di riforma aggiunge all’articolo 92 della Costituzione il potere del Presidente del Consiglio di proporre al presidente della Repubblica la revoca di un ministro.
Oggi non è così, un ministro può essere sfiduciato solo dal Parlamento. Nella storia repubblicana l’unico ministro sfiduciato dal Parlamento è stato Filippo Mancuso, guardasigilli del governo Dini nel 1995. La prassi è stata sempre quella delle dimissioni, forzose o meno, dei ministri.
Attribuire però ufficialmente al presidente del Consiglio il potere di proporre la revoca dei ministri sottopone questi ultimi al ricatto e alla volontà del capo del Governo.

 

Le modifiche al Senato

Il disegno di legge costituzionale del Pd ripropone qualche idea contenuta nella riforma Renzi-Boschi, che era stata bocciata dall’elettorato nel referendum del 2016. Il nuovo Senato a 200 membri viene infatti integrato da un senatore eletto a maggioranza assoluta da ogni Consiglio regionale. Saranno quindi 21 i senatori eletti dai Consigli regionali se dovesse passare questo progetto.

 

Un nuovo iter legislativo

Il Senato viene indebolito attraverso un nuovo procedimento legislativo: il bicameralismo temperato. In base alla riforma l’approvazione delle leggi spetta alla Camera dei deputati, ma il Senato può intervenire nel corso dell’iter legislativo. Su richiesta di un quinto dei suoi componenti, il Senato può disporre, entro 15 giorni dalla trasmissione del testo da parte della Camera, l’esame del disegno di legge. Entro i successivi 20 giorni, il Senato può deliberare proposte di modificazione sulle quali la Camera si pronuncerà definitivamente.

Da questo bicameralismo temperato sono escluse: le leggi di revisione costituzionale, le leggi costituzionali e le leggi elettorali che seguono l’iter paritario tra le due camere.

 

Il Parlamento in seduta comune

Vengono aumentate poi le funzioni del Parlamento in seduta comune che si occuperà anche delle leggi di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali, delle leggi di approvazione di bilanci e consuntivi, delle leggi di conversione dei decreti legge, di autorizzare il ricorso all’indebitamento ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione e di accordare o revocare la fiducia e la sfiducia costruttiva.

 

La sfiducia costruttiva

Si introduce infatti anche l’istituto della sfiducia costruttiva. In base ad esso un decimo dei componenti del Parlamento può chiedere di sfiduciare l’esecutivo indicando al Presidente della Repubblica una persona incaricata di formare un nuovo governo. La mozione di sfiducia è approvata a maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento in seduta comune.

 

Addio alla Repubblica parlamentare

In base alla proposta di riforma il Governo potrà presentare una questione di fiducia motivata non solo sull’approvazione di un disegno di legge, sul mantenimento di un articolo o su un emendamento, ma anche su un ordine del giorno, una mozione o una risoluzione in discussione in una delle camere.
Un’ulteriore aggiunta che, se dovesse passare, sbilancerebbe l’ago della bilancia dei poteri verso il Governo e farebbe dire addio alla forma di governo della Repubblica parlamentare.

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