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TERAPIA SHOCK. GLI EFFETTI DEL NEOLIBERISMO IN RUSSIA

TERAPIA SHOCK. GLI EFFETTI DEL NEOLIBERISMO IN RUSSIA

Nel 1989 una particolare euforia permeava le vite di milioni di persone nell’Est Europa. In quei giorni si avviava alla conclusione il ‘socialismo reale’, ovvero l’applicazione storica del marxismo-leninismo.

La fine della storia

Per la Russia post-sovietica e i paesi satelliti c’era già pronto il nuovo modello di società, quella neoliberista. Proprio in quegli anni il politologo Francis Fukuyama si apprestava a pubblicare ‘La fine della storia’ (1992), testo in cui prefigurava la vittoria finale del capitalismo, la stabilizzazione dell’economia di mercato nel mondo e, di conseguenza, la fine della storia come successione di sistemi economico-politici. Tuttavia quello che sembrava essere l’avvento di una nuova era di prosperità e benessere per tutti, si è presto rivelato essere l’esatto contrario.

Conosciuto con il nome di ‘terapia shock’, l’applicazione del neoliberismo in Est Europa fu rapido e radicale. Non sono pochi quelli che ancora oggi ricordano le pesanti conseguenze di quella terapia, che anziché curare finì per distruggere il tessuto sociale ed economico di numerosi paesi.

Cerchiamo di analizzare dunque quali furono le conseguenze del neoliberismo selvaggio in Russia.

La crisi demografica e sanitaria

Con l’arrivo dell’economia di mercato in Russia molti pensavano che finalmente i frigoriferi si sarebbero riempiti di prodotti e che ci sarebbe stata piena occupazione. La realtà dice il contrario. Tra il 1991 e il 2015 emigrano dal paese 5,3 milioni di abitanti, la gran parte per ragioni economiche e sociali.

Nel 1988 l’aspettativa di vita in Unione Sovietica era di 69,4 anni. Nel 1994, dopo l’introduzione delle nuove dottrine neoliberiste, l’aspettativa cala a 64,4 anni.

In uno studio pubblicato nel 1998 sul British Medical Journal dal titolo ‘Economic change, crime, and mortality crisis in Russia: regional analysis’, si legge:

“Il calo dell’aspettativa di vita in Russia negli anni ’90 non può essere attribuito semplicemente all’impoverimento. Al contrario, l’impatto della transizione sociale ed economica, aggravato dalla mancanza di coesione sociale, sembra aver giocato un ruolo importante.”

In sostanza la transizione economica, lontana dal portare benessere, si è risolta in un impoverimento generale della popolazione con pesantissime conseguenze di natura sanitaria e demografica.

Lo studio mette in evidenza anche che il rapido cambiamento della società, dal sistema socialista all’economia di mercato, ha aumentato significativamente la pressione psicologica sulle persone in età da lavoro.

L’aumento dei suicidi

Le conseguenze di tale pressione risultano in un aumento dei suicidi. Nel 1988 su 100mila persone si registravano il 27 suicidi; nel 1995 saranno 41.

In un articolo pubblicato nel 2015 sul Journal of Socialomics, dal titolo ‘What Accounts for the Differences in Suicide Trends Across Countries of the Former Soviet Union?’, Yury Evgeny Razvodovsky, psichiatra dell’Università statale di Grodno in Bielorussia, scriveva: “La rapida privatizzazione di massa e l’aumento della disoccupazione sono fattori determinanti per l’aumento della mortalità in Russia negli anni 90”.

Zoya Khodkina, dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali ed economici russi, affermava nel 2003: “Le cause principali dei suicidi negli ultimi dieci anni sono i problemi sociali ed economici collegati al fatto che le persone non riescono ad adattarsi alle nuove condizioni dalla caduta dell’Unione Sovietica”.

Lo stesso scenario in Bielorussia?

L’applicazione del capitalismo selvaggio in Russia ed in Est Europa non avrebbe portato il benessere sperato. L’accanimento con cui buona parte del mondo occidentale si rivolge oggi alla Bielorussia fa pensare che lo stesso schema ‘terapia shock’ possa ripetersi anche con i bielorussi. L’opposizione al presidente Alexander Lukashenko già parla di necessità di liberalizzare. L’economia di mercato applicata in poche settimane potrebbe portare la Bielorussia sull’orlo del baratro, come la Russia negli anni ’90.

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