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TORNANO LE MINACCE DEL FINANCIAL TIMES: “CI ASPETTIAMO CHE L’ITALIA FACCIA I COMPITI A CASA”

Tornano le minacce della stampa straniera contro l’Italia. Questi pizzini finanziari arrivano infatti sempre in concomitanza di importanti appuntamenti politici, puntuali come un orologio svizzero.

I compiti a casa dell’Italia secondo il FT

Questa volta l’avvertimento è arrivato direttamente dal Financial Times, il giornale britannico di riferimento dell’establishment finanziario occidentale. “Ci aspettiamo che l’Italia esegua i suoi compiti a casa: Draghi e il Recovery Fund”, questo il titolo solenne scelto per introdurre un articolo tripla firma.

La redazione di uno dei più importanti quotidiani economici del mondo ha quindi scomodato ben tre editorialisti per stilare una lista di avvertimenti perentori per l’Italia. Nell’incipit del pezzo si racconta la vicenda di tale imprenditore Olaf Bussink che ha lamentato le difficoltà riscontrate nell’aprire un’attività in Italia, elencando i relativi costi a livello burocratico.

Nel testo si arriva a parlare di “tassa burocratica” che le imprese straniere sarebbero costrette a pagare rispetto alle aziende italiane.

Un’analisi economica superficiale

Curioso notare come un semplice aneddoto da bar, senza alcun preciso riferimento giuridico specifico, sia il pretesto utilizzato da un giornale come il Financial Times per criticare con supponenza il sistema italiano. L’economia del Belpaese ha certamente dei difetti, ma in un articolo economico ci si aspetterebbe maggiore puntualità, invece che spacciare semplici aneddoti per dati assoluti.

Questa storiella, che ovviamente non può essere verificata, ha così l’intento pedagogico di introdurre una lista di compiti a casa che, secondo il Financial Times, l’Italia di Draghi dovrebbe adottare. Si tratta del solito campionario di “riforme strutturali” che ritornano nella retorica mainstream a cadenza stagionale.

Insomma quando una redazione non ha niente da dire può riesumare la storia che l’Italia deve fare le riforme e il buco giornalistico è stato temporaneamente toppato.

Il Recovery Fund non prevede fondi per la giustizia

Anche in questo caso però stupisce la superficialità con cui il giornale britannico mescola l’argomento delle riforme con quello del Recovery Fund. Tra le priorità elencate dal Financial Times per l’Italia c’è infatti la sempreverde riforma della giustizia. Bellissimo, applausi, bis.

Saremmo tutti d’accordo con le nobili intenzioni delle penne britanniche, non fosse altro che tra le voci di spesa a cui la Commissione europea ha vincolato i fondi del Recovery Fund non compaia la riforma della giustizia.

C’è la digitalizzazione dell’economia, c’è la transizione ecologica, c’è la sanità, c’è l’istruzione e infine l’inclusione di genere. Ora, a meno di non pensare di dotare i tribunali di pannelli fotovoltaici e pale eoliche o di prevedere quote rosa nell’assunzione di avvocati e magistrati, difficilmente si potranno giustificare eventuali fondi europei spesi per una riforma della giustizia.

L’ossessione del FT per l’Italia

Sembra che l’intenzione del FT sia quella di far passare una visione favolistica dell’Europa, come se fosse un’istituzione pronta ad elargire generosamente fondi a quegli Stati che irresponsabilmente non sono stati finora in grado di fare le riforme.

Sappiamo bene invece che i fondi del Recovery Fund non solo siano rigidamente vincolati a settori stabiliti dalla Commissione europea, ma siano un insieme di prestiti e partite di giro che alla fine porteranno probabilmente ad un saldo quasi zero per l’Italia. In pratica quello che l’Italia riceverà dal Recovery Fund sarà tutto restituito all’Europa da qui ai prossimi vent’anni. Quella del FT nei confronti dell’Italia è però un’ossessione storica.

Già nella tarda primavera del 2018 il giornale britannico ci regalava una sua personale interpretazione del concetto di democrazia, descrivendo come “barbari” i due partiti, Lega e Movimento 5 Stelle, usciti dalla tornata elettorale con la maggioranza dei voti.

Cosa si può fare quindi di fronte a un giornale che mescola aneddoti e dati, prestiti e riforme e insulta gratuitamente la volontà espressa dei cittadini, solo perché contraria ai desiderata dell’elitè finanziaria londinese?

Bisogna rispedire con fermezza al mittente queste minacce, velate da un tono paternalistico di chi pensa di vivere ancora nell’epoca vittoriana, quando da Londra si decidevano le sorti delle popolazioni dell’Impero.

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