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DRAGHI SCEGLIE GIAVAZZI COME CONSIGLIERE: IL TEORICO DELL’AUSTERITÀ ENTRA NEL GOVERNO?

DRAGHI SCEGLIE GIAVAZZI COME CONSIGLIERE: IL TEORICO DELL'AUSTERITÀ ENTRA NEL GOVERNO?

Potrebbe essere Francesco Giavazzi il nome scelto dal Primo Ministro Mario Draghi come principale consigliere economico. Non si tratta di un nome conosciuto all’apparenza, ma guardando il suo curriculum ci arriva un’altra chiara indicazione su quale sarà la strategia economica del nuovo Governo.

Il contributo dato per le privatizzazioni 

Giavazzi è attualmente professore di politica economica all’Università Bocconi, la culla del pensiero neoliberista italiano ed è stato, tra le altre cose, relatore della tesi del figlio di Mario Draghi.

L’amicizia tra Draghi e Giavazzi è da fare però risalire agli anni ’90, quando entrambi si ritrovarono a lavorare per il Ministero del Tesoro. Entrambi in quel periodo hanno maneggiato i dossier che portarono alla privatizzazione delle principali aziende pubbliche italiane.

“Un vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica italiana” era stata la definizione data dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rispetto all’operato di Draghi e del suo ministero. “Come è stata svenduta l’Italia” è il titolo emblematico del libro dell’ex funzionario del Ministero del Bilancio Nino Galloni che descrive proprio il periodo di quelle privatizzazioni.

Giavazzi e l’aiuto al Governo Monti

Quello degli anni ’90 non è stato l’unico periodo controverso vissuto come protagonista da Giavazzi. Il professore della Bocconi è stato infatti membro del team di esperti che ha lavorato con il Governo Monti nel 2012. In pratica la politica economica del Governo che ha introdotto ufficialmente l’austerità in Italia è stata in parte suggerita da Francesco Giavazzi.

E lo stesso professore della Bocconi, anche editorialista del Corriere della Sera, proprio nel 2012 illustrava le sue idee sul mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro italiano è diventato molto più flessibile: il risultato, con buona pace di chi pensa che più flessibilità significhi più disoccupazione, è che molte più persone lavorano.

Per dovere di cronaca è giusto ricordare che proprio nel periodo preso in considerazione da Giavazzi il tasso di disoccupazione in Italia è raddoppiato, passando dal 6% nel 2007 a oltre il 12% nel 2013, proprio al termine dell’esperienza Monti.

Privatizzazioni, flessibilità e riduzione del debito pubblico, sono questi quindi i tre pilastri della visione economica di Giavazzi, che sembra avere una buona dose di influenza su Draghi, come dimostrato nel discorso fatto dal premier al Senato.

Il discorso di Draghi copiato da Giavazzi

Le parole usate da Draghi sembrano infatti una copia in carta carbone di un articolo di Giavazzi risalente al giugno scorso. Ecco quello che ha detto Draghi:

Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta.

Ed ecco quello che scriveva Giavazzi il 30 giugno:

Questa osservazione ha due conseguenze. Innanzitutto non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta.

E ancora Draghi diceva in Senato che:

Inoltre, le esperienze di altri Paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta.

Un concetto molto simile, troppo simile al pensiero di Giavazzi:

La seconda lezione è che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, persone che conoscono bene che cosa può accadere se si cambia un’imposta.

C’è quindi un economista neoliberista, teorico dell’austerità e delle privatizzazioni pronto ad entrare a Palazzo Chigi, dove avrà un posto di primo piano.

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1 commento

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  • Nel mio pc, dal 2008, c’è una cartella dal nome Giavazzate, con 5 o 6 suoi articoli di quegli anni, da mio punto di vista stupidaggini, argomentazioni fuor di logica, e grosse manipolazioni.
    Un paio di stalci da articoli dell’estate 2008, quando la crisi doveva ancora manifestarsi pienamente:
    Giavazzi: “Prima sciocchezza: la crisi dimostra che gli strumenti finanziari che consentono di diversificare il rischio sono il cancro del capitalismo. Non è vero: diversificare il rischio protegge i deboli perché sono i poveri i più esposti alle fluttuazioni dell’economia. Chi soffrirebbe meno se venissero aboliti i mercati finanziari sono i ricchi: un grande proprietario agricolo può usare la sua ricchezza per far fronte ad una cattiva stagione, ma un piccolo coltivatore quando il raccolto va male, può solo tirare la cinghia.”
    E ancora:
    Altro che uno strumento per arricchire ancor più i ricchi: i mercati finanziari sono innanzitutto un’opportunità per i poveri. Basta chiedere ad un agricoltore indiano che cosa significa per lui poter vendere il suo prodotto su un mercato a termine e così assicurarsi contro fluttuazioni nel prezzo. Certo, questi strumenti debbono essere regolati e comunque non sostituiranno mai le assicurazioni pubbliche (ad esempio contro la disoccupazione). Ma appunto: regolati, non vietati.”

    Ci sono molte altre corbellerie o meglio mantra neo-liberisti, difesi con acrobazie (non) logiche, che mi da fastidio rileggerle.
    Lucio Brovedan

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