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I TITOLI DI STATO ITALIANI CONTINUANO AD ANDARE A RUBA: PERCHÉ IL GOVERNO NON LI COLLOCA?

I TITOLI DI STATO ITALIANI CONTINUANO AD ANDARE A RUBA: PERCHÉ IL GOVERNO NON LI COLLOCA?

Le manifestazioni in tutta Italia di imprenditori e liberi professionisti ci stanno dicendo una cosa ben precisa: gli aiuti dello Stato sono insufficienti.

I dati che confermano l’inadeguatezza dell’intervento statale

E in effetti dall’inizio dell’emergenza sanitaria ad oggi il quadro del Paese che emerge dai dati dell’ISTAT è impietoso. Più di 70.000 aziende hanno chiuso i battenti nel 2020 e si prevede che quasi 20.000 di queste non riapriranno più.

Per i dipendenti la situazione è ancora più grave perché nell’ultimo anno quasi un milione di persone sono diventate disoccupate. Questo avviene nonostante il blocco dei licenziamenti e a dispetto delle promesse dell’ex Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. L’assenza di sostegno adeguato da parte dello Stato è dovuta ad una reale scarsità di risorse oppure si tratta di una deliberata scelta politica?

I titoli di Stato italiani vanno a ruba

Per rispondere potrebbe essere interessante osservare le aste dei titoli di Stato italiani, quel meccanismo che permette al Paese di raccogliere soldi sul mercato. Soldi che poi dovrebbero servire proprio per interventi pubblici come il sostegno alle imprese.

Bene, dal 5 gennaio ad oggi si è registrata una domanda per i titoli di Stato italiani, Btp che vanno dai 7 ai 50 di scadenza, per un totale di quasi 400 miliardi di dollari. Una domanda importante che certifica come gli investitori internazionali ritengano i nostri titoli molto affidabili ed appetibili, oltre a ritenere l’Italia un Paese in piena capacità di solvenza verso i creditori.

Tuttavia a fronte dei 400 miliardi richiesti, il Dipartimento del Tesoro italiano ha proceduto ad una collocazione dei titoli decisamente timida. Da gennaio ad oggi sono stati collocati Btp per un valore di appena 45,5 miliardi, che equivalgono ad appena l’11% della domanda ricevuta.

E tale andamento è stato confermato anche nell’asta più recente, quella del 7 aprile, durante la quale sono stati richiesti 130 miliardi di euro, ma il Tesoro ne ha collocati solo 12.

L’occasione persa da parte del Tesoro italiano

Certo è quasi impossibile che un asta di titoli di Stato porti alla vendita di tutto quanto viene richiesto dal mercato. Ci sono tanti fattori da considerare, come per esempio un’offerta per i Btp ritenuta inadeguata da parte del Tesoro italiano.

Tuttavia non si può non considerare la costante tendenza a centellinare queste possibili entrate in un momento in cui i soldi in circolo possono fare la differenza per il futuro di un’azienda o di un lavoratore.

Inoltre il Dipartimento del Tesoro dovrebbe considerare la particolare congiuntura storica che permette oggi ai titoli italiani di essere così appetibili sul mercato e che potrebbe non durare a lungo.

La grande richiesta dei Btp è infatti in parte anche dovuta al programma straordinario di acquisto dei titoli di Stato da parte della BCE. In pratica l’istituto di Francoforte sta comprando importanti quote dei debiti pubblici dei Paesi membri, favorendo così la diminuzione dello spread e la conseguente appetibilità dei titoli italiani. Questo programma però non sarà eterno e una sua prossima conclusione potrebbe causare la fine della corsa ai Btp.

I motivi dietro alla timidezza del MEF

Perché quindi il Dipartimento del Tesoro sceglie così di non sfruttare pienamente questa situazione?

Forse perché si preferisce aspettare le risorse del Recovery Fund, se mai arriveranno, piuttosto che fare da sé, o forse perché si vuole applicare quella ricetta economica che Draghi ha espresso in un documento del Gruppo dei 30 e che porterà alla fine dei sostegni per quelle imprese che non saranno riuscite a riadattarsi al nuovo contesto economico.

In ogni caso i pochi sostegni alle imprese, l’abbandono dei liberi professionisti e i posti di lavoro persi sembra siano il risultato di una precisa scelta politica. E allora sarebbe giusto che di fronte alle ondate di proteste gli autori di questa scelta si assumano pubblicamente la loro responsabilità.

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