Alessandro Di Battista e quelle quattro parole sparite dai giornali

Caro Alessandro,
ho appreso ieri sera tardi delle tue condizioni di salute. E come per tutti, è stato un fulmine a ciel sereno. Scrollando, ho letto commenti di tutti i tipi. Chi ti augurava una pronta guarigione, chi diceva di pregare, chi coglieva l’occasione per pubblicare le sue foto con te, chi si spingeva in dietrologie e complottismi. Io ho aspettato. La corsa a chi scrive per primo non mi è mai piaciuta, e il dolore spesso abita in una dimensione privata che non deve essere necessariamente ostentata in un feed. Non voglio dire che chi ti ha espresso vicinanza l’abbia fatto solo per apparire: dalla mole dei commenti traspaiono un affetto autentico e un grandissimo riconoscimento dei tuoi meriti, del contributo che sai dare a questa società e al dibattito pubblico. In poche parole, è stato anche rivelatorio. Sei molto amato, e questo momento drammatico ha avuto, se non altro, l’effetto collaterale di renderlo evidente a tutti. Certo, qualcuno che ci avrà marciato c’è – magari facendosi aiutare dall’AI per sembrare più profondo – ma questo è inevitabile. Tu lo sai bene e non sposta di una virgola il resto del discorso (anche se talvolta è un po’ fastidioso).
Ho atteso anche perché noi non ci siamo mai frequentati molto. Abbiamo condiviso la fase parlamentare del primo Movimento Cinque Stelle, ma senza entrare molto in contatto. Poi ci siamo scambiati un paio di messaggi whatsapp in tutto, e una breve telefonata qualche mese fa. Non si può dire un rapporto stretto, e mi sono chiesto se questo potesse giustificare il mio accodarmi al coro sperticato degli elogi. Certo, gli auguri si possono sempre fare, ma non so quanto senso abbia scriverli pubblicamente e non, come forse converrebbe, con un messaggio privato. Questo non significa certo che io non sia profondamente scosso da quello che ti è successo, e che non mi auguri con tutto il cuore che tu possa riprenderti e tornare alla tua dimensione innanzitutto affettiva (che è la cosa più importante, mi pare che tu abbia dei bimbi), e poi alla tua vita sociale, che di certo registrerebbe un grave vuoto in tua assenza. Anzi, sono molto addolorato. Alla mia maniera. Silenziosa. Peraltro, oltre a questo, io credo che tutti – chi più chi meno – condividiamo un tempo. Un tempo che un giorno – come tutti gli altri tempi – farà parte dei libri di storia. E forse un futuro professor Barbero ne parlerà davanti a una audience interessata. Tu di questo tempo sei un protagonista, e noi tutti dovremmo ringraziarti di averlo voluto condividere con noi, alla tua maniera, a modo tuo, perché l’apporto di ognuno a questa grande famiglia che è quella sociale è prezioso e insostituibile. Tutto ciò premesso, ancora tuttavia non mi sembrava di avere un buon motivo per accodarmi alle mille testimonianze affettuose, talune di circostanza, altre accalorate e genuinamente sentite, alle quali mi pareva di non poter aggiungere niente se non il mio trascurabile ego.
Poi, questa mattina, leggendo i principali quotidiani che ci aggiornano sulle tue condizioni di salute, sentivo come una nota stonata. C’era qualcosa che non mi tornava. E non capivo cosa. Tutti i buoni articoli, oltre al dato di cronaca, riportano sempre un profilo personale che tenta di riassumere il dato biografico, la cifra dell’impegno pubblico del protagonista della storia di cui si legge. E così, sia il Corriere che Repubblica, dopo avere scritto delle tue condizioni di salute, abbondavano in dettagli sulla tua carriera, sulle tue numerose attività e sui tuoi interessi.
Ora io, lo ammetto, chiuso a riccio come sono stato nel tentativo di realizzare una televisione nazionale che ha funzionato per un po’, non ho seguito la tua carriera pubblica con estrema attenzione. Però mi arrivavano i tuoi aggiornamenti, per essermi iscritto al tuo profilo substack. E puntualmente, ormai da anni, ogni giorno, quasi scientificamente, so che ti occupavi quasi ormai di una sola cosa, che era diventata la tua missione di vita. E, da buon comunicatore politico cresciuto alla scuola del migliore, ripetevi ossessivamente uno slogan nella quasi totalità dei tuoi post. Quelle quattro parole, ripetute come un mantra, quasi che fosse una formula religiosa, un dogma, un assioma, una verità rivelata e conclamata dalla quale non si può prescindere, accompagnavano ormai da moltissimo tempo ogni tua forma di comunicazione sociale, al punto da rendere ormai difficile separarle da te come persona. Perché ci sono vite che coincidono con le battaglie che si fanno, e la tua certamente è una di queste.
E allora eccolo lì, quello che mancava negli articoli dei principali quotidiani, Corriere e Repubblica! Non solo stavano evitando qualsiasi riferimento a quelle quattro parole, ma mancava, nei certosini profili biografici che tanti dettagli riportavano su di te, perfino un qualsiasi riferimento alla battaglia che ormai sembrava essere la più importante della tua vita, quella che da tanto stavi conducendo senza risparmiarti e mettendo in gioco tutto te stesso. Solo sul Corriere, all’interno di un articolo lunghissimo, apparivano cinque parole quasi imbarazzate, in mezzo a un mare di altri riferimenti, come se dovessero essere considerate un dettaglio minore, un incidente di percorso, una sfumatura evanescente: “attivismo per la causa palestinese”. Un glitch che scorre via anonimo, subito sommerso da onde tumultuose di altri concetti e riferimenti diversi, in un fiume di attività certamente più importanti, serie e meritevoli.
Questo è il motivo che mi ha indotto a prendere penna e calamaio, come si faceva una volta, e a rendere manifesti i miei pensieri. Per ricordare a tutti che non si dovrebbe parlare di Alessandro Di Battista senza menzionare quelle quattro parole che rappresentano il nucleo del suo impegno politico e che sono parte inscindibile del suo attivismo da tanti, tanti anni ormai. E che forse, conoscendolo come il guerriero che è, preferirebbe che non venissero dimenticate, annacquate in un mare di dettagli curriculari di contorno, ma che venissero anzi proferite senza timidezza, e associate a lui in maniera chiara e inequivoca, ovunque ci si appresti a scrivere dei tratti caratteristici del suo impegno civile. Diversamente, ogni articolo diventa ipocrita e non si rende giustizia a quell’attivismo tanto decantato, quanto svuotato del suo significato principale.
E allora ricordiamole insieme, quelle quattro parole. Al Corriere, a Repubblica e a tutti quelli che oggi credono di cavarsela raccontando di Alessandro Di Battista solo quello che piace o che fa comodo, buttando i pezzi che non aggradano e nascondendo così ai lettori una parte importante di ciò che è, di ciò che dice e di ciò che fa.
stato
terrorista
di
Israele

Ecco.
Sicuro che gli agiografi si affretteranno a correggere i loro coccodrilli prematuri, e augurando ad Alessandro una pronta guarigione, torno ad immergermi nel mio lago di irrilevanza. Ma quelle quattro parole, per favore, se volete parlare di Di Battista, non dimenticatevele.
Claudio Messora