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Esteri

Bombe atomiche in Polonia e nei Baltici: Washington discute l’espansione nucleare NATO

Il Financial Times rivela colloqui riservati sull’allargamento del programma di condivisione nucleare verso il fianco est dell’Alleanza
Byoblu·02 giugno 2026
Esteri — Byoblu
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Mentre mezzo mondo invoca il disarmo, Washington valuta di fare esattamente il contrario. Secondo quanto rivelato in esclusiva dal Financial Times nella mattinata del 2 giugno 2026 — e confermato da tre fonti indipendenti a conoscenza delle trattative — l’amministrazione Trump starebbe discutendo la possibilità di estendere il dispiegamento di armi nucleari statunitensi ad altri Paesi europei della NATO, in particolare Polonia e Stati baltici.

Le discussioni sono descritte come «altamente riservate» e, stando a una delle fonti citate dal quotidiano britannico, non sarebbero necessariamente destinate a produrre modifiche immediate agli accordi di condivisione nucleare esistenti. Eppure la sola apertura a questo scenario segna un salto di qualità nella corsa agli armamenti che da anni si consuma ai confini orientali d’Europa.

Il contesto: meno truppe convenzionali, più bombe atomiche

La logica dichiarata dietro questa eventuale mossa è quella della rassicurazione: Trump starebbe progressivamente riducendo il contingente militare convenzionale americano in Europa — con il ritiro di truppe e, secondo Sky TG24, anche il passo indietro sull’invio dei missili Tomahawk in Germania, precedentemente concordato tra Scholz e Biden — e l’allargamento dell’ombrello nucleare servirebbe a tappare il buco strategico che si sta aprendo.

In questo schema, il nucleo atomico diventerebbe un sostituto della presenza militare tradizionale: meno soldati sul campo, più testate in giro per l’Europa. Due delle fonti citate dal Financial Times hanno confermato questa lettura, spiegando che la disponibilità americana a discutere nuovi dispiegamenti vuole dimostrare l’impegno di Washington a garantire la difesa degli alleati, mentre questi ultimi vengono contestualmente spinti ad assumersi maggiori responsabilità nella difesa convenzionale.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato il mese scorso che «la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse», pur riconoscendo il crescente orientamento statunitense verso altri teatri operativi.

Il programma attuale e chi vuole entrare

Attualmente il programma di condivisione nucleare NATO — che prevede il dispiegamento di bombe nucleari statunitensi custodite da personale americano e utilizzabili solo con l’autorizzazione di Washington — coinvolge sei Paesi: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito. I velivoli assegnati a questi Paesi (F-35, F-15 e Tornado) vengono addestrati per missioni a doppia capacità, convenzionale e nucleare.

La Polonia è in cima alla lista dei candidati. L’ex presidente Andrzej Duda aveva già chiesto pubblicamente agli Stati Uniti di estendere l’iniziativa DCA (Dual Capable Aircraft) al territorio polacco. Varsavia, inoltre, nel 2026 ha aderito per la prima volta all’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron per esplorare un eventuale trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei: un doppio binario atomico che rende la Polonia il Paese più attivamente impegnato nella ricerca di una propria copertura nucleare.

La domanda che nessuno vuole porsi

Ma è qui che la narrazione ufficiale mostra le sue crepe più profonde. La giustificazione pubblica di questo processo — la minaccia russa, i ripetuti riferimenti di Vladimir Putin all’arsenale di Mosca, l’invasione dell’Ucraina — non risponde a una domanda elementare: quale sarebbe la reazione di Mosca all’arrivo di bombe nucleari americane ai propri confini?

Non si tratta di un interrogativo astratto. Gli Stati Uniti hanno condotto e giustificato operazioni militari contro altri Paesi — si pensi alle pressioni esercitate sull’Iran per decenni — proprio adducendo come motivazione il rischio che Teheran si dotasse di armi nucleari. Se la logica è che nessun Paese può tollerare la bomba atomica nelle mani di un avversario potenziale ai propri confini, perché questa regola varrebbe solo per gli USA e non per la Russia?

Mettere bombe nucleari in Polonia — Paese che confina direttamente con l’exclave russa di Kaliningrad — non è una mossa difensiva: è una escalation oggettiva, che riduce i tempi di risposta a zero e comprime lo spazio diplomatico disponibile in caso di crisi.

Non si smantella, si amplia

Il punto più inquietante non è il singolo provvedimento in sé, ma la direzione di marcia complessiva. Anziché procedere verso una riduzione degli arsenali — come previsto dai trattati internazionali di non proliferazione e come chiedono da decenni istituzioni e movimenti per la pace — la NATO sta discutendo come distribuire più capillarmente il proprio potenziale distruttivo.

La scusa è la deterrenza. Ma la deterrenza funziona finché le catene di comando reggono, finché gli errori di calcolo non si accumulano, finché nessuno — per paura, per errore o per follia — decide di premere un bottone. La storia ha già mostrato quante volte il mondo sia andato vicino al disastro per un’incomprensione o un segnale radar mal interpretato.

Nessuna delle fonti citate dal Financial Times sembra essersi posta questa domanda. E nessun governo, né a Washington né a Varsavia, sembra intenzionato a farlo.

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