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UK: Burnham riapre la Brexit: “avvicinarsi all’Ue è un dovere”. “Ha stato Putin!”

Il premier britannico porta ai Comuni la svolta verso Bruxelles, a pochi giorni dal vertice. E attribuisce alla Russia un ruolo nel voto del 2016.
Byoblu·12 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

Oggi pomeriggio il primo ministro britannico Andy Burnham si presenta alla Camera dei Comuni per riaprire formalmente il dossier Brexit. Il messaggio è chiaro: rifiutare un rapporto più stretto con l’Unione europea sarebbe, nelle sue parole, «una grave mancanza al proprio dovere». L’obiettivo dichiarato è arrivare al vertice di Bruxelles del 20 novembre con un nuovo accordo. Secondo Downing Street servirebbe a far crescere l’economia e a contrastare l’immigrazione illegale. Il discorso arriva dopo che, ieri, Burnham ha sostenuto che la Russia interferì «chiaramente» nel referendum del 2016.

Il discorso di Burnham sull’Unione europea

Alla vigilia dell’intervento, un collaboratore del premier ne ha anticipato la linea: «Andy capisce perché alcuni politici non vogliano fare i conti con la realtà: la Brexit non ha mantenuto ciò che avevano promesso. Ma è il momento di una conversazione diversa su quale debba essere il nostro rapporto di lungo periodo. Restare fermi allo status quo, senza lavorare senza sosta per un buon accordo che spinga la crescita, sarebbe una grave mancanza al proprio dovere».

Burnham dovrebbe chiedere uno sguardo «calmo e lucido» su ciò che conviene al Paese. Stando alle anticipazioni, ripeterà che la Brexit ha fatto più danni che benefici. Sosterrà poi che una cooperazione più stretta con la Francia aiuterebbe a fermare i barchini che attraversano la Manica.

La direzione l’aveva già indicata il mese scorso, al congresso annuale del Partito laburista. Lì aveva chiesto un «consenso» nazionale sul futuro rapporto con Bruxelles, da tradurre nel programma elettorale. Le opzioni sono tre. La prima è andare «fino in fondo», cioè chiedere di rientrare nell’Ue. La seconda è tornare nell’unione doganale, dove si applicano dazi comuni verso il resto del mondo e cadono i controlli sulle merci. La terza è entrare nel mercato unico, che garantisce libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Burnham ha definito «possibile» anche un nuovo referendum dentro o fuori.

Un sondaggio commissionato da European Movement UK, gruppo che si batte per il rientro nell’Ue, indica che quasi tre elettori laburisti su quattro vorrebbero l’impegno a chiedere l’adesione nel prossimo programma. Sempre oggi i Comuni discutono una petizione che chiede al governo di presentare domanda di rientro.

Cosa c’è sul tavolo del vertice Ue-Regno Unito

Il vertice era previsto per l’estate. È slittato dopo l’annuncio delle dimissioni di Keir Starmer, predecessore di Burnham. Questa è la settimana decisiva per il cosiddetto «reset», il negoziato per migliorare gli scambi tra le due sponde della Manica.

Londra chiede tre cose. Vuole eliminare i costosi controlli alla frontiera su prodotti animali e vegetali. Vuole ricollegare il proprio mercato del carbonio a quello europeo: è il sistema in cui le imprese comprano e vendono permessi per emettere CO2, e i due mercati sono stati separati con la Brexit. Vuole infine uno «Youth Experience Scheme», un programma che consenta ai giovani tra i 18 e i 30 anni di vivere, lavorare e studiare nell’altro territorio fino a tre anni.

Il nodo è proprio quest’ultimo. La Francia, seguita da altri Paesi, pretende che gli studenti europei paghino nelle università britanniche le stesse rette dei britannici. Oggi gli stranieri pagano molto di più. Londra vorrebbe rinviare la questione a dopo il vertice. Venerdì, in una riunione descritta come burrascosa, diversi Stati membri hanno risposto che senza un accordo sulle rette bloccheranno il resto. «Gli Stati membri hanno fatto passare alla Commissione tre ore d’inferno quando l’ha proposto. Senza le rette universitarie, difficilmente l’accordo passerà», ha detto un diplomatico europeo. Le parti sono divise anche sui numeri: si tratta tra 50.000 e 150.000 posti.

C’è poi un fronte industriale. Le imprese manifatturiere britanniche temono la nuova politica europea del «made in Europe», che privilegia la produzione interna all’Unione. Bruxelles fa sapere che il 20 novembre sarà troppo presto per definire un eventuale accesso britannico. I Paesi membri chiedono almeno quattro settimane per esaminare i testi: per rispettare la data, le divergenze vanno chiuse entro pochi giorni.

La carta russa

A infiammare il clima è stata l’intervista rilasciata da Burnham al podcast The Rest Is Politics. «Arrivando a Downing Street ho chiesto: c’è stata un’interferenza russa nel referendum del 2016? E ho avuto una risposta chiara: sì, c’è stata». Ha aggiunto che è importante metterlo agli atti per aiutare «gli elettori in Germania e in Francia» a capire che una parte di quella politica è istigata dai «nostri nemici, cioè la Russia». Ha detto di averne parlato a Berlino con il cancelliere Friedrich Merz, preoccupato per i presunti legami di Alternative für Deutschland con Mosca.

Downing Street non ha precisato che cosa contenesse il briefing. Si è limitata a dichiarare che la sicurezza nazionale è il primo dovere di ogni governo.

I precedenti esistono. Nel 2020 la Commissione parlamentare su intelligence e sicurezza, l’organo che vigila sui servizi segreti britannici, criticò il governo per non aver mai valutato a fondo possibili ingerenze russe. Citava materiale anti-Ue diffuso dai media statali russi RT e Sputnik e l’attività di account automatizzati sui social. La stessa Commissione però non stabilì che Mosca avesse alterato il risultato e giudicò quell’impatto difficile, se non impossibile, da misurare.

Stamattina il ministro degli Esteri Stephen Doughty ha confermato la linea storica del governo: la Russia ha tentato più volte di interferire nei processi democratici britannici, senza riuscirci. Alla domanda se il risultato del referendum fosse a rischio, ha risposto: «Il risultato è il risultato».

Le opposizioni sono insorte. Diversi deputati conservatori accusano Burnham di «preparare il terreno al rientro». La leader dei Tories, Kemi Badenoch, la settimana scorsa aveva definito la riapertura del dibattito «un’idea terribile»: «Riuscite a immaginare di dover rifare tutto da capo?». Nigel Farage, leader di Reform UK, è andato oltre: «Il primo ministro è un bugiardo. Non c’è stata alcuna interferenza russa». Sul fronte opposto, Richard Kilpatrick di European Movement UK parla di «conferma pubblica» di sospetti coltivati da anni.

Il malessere che Mosca non spiega

Nel 2016 oltre diciassette milioni di britannici votarono per lasciare l’Unione. Quel voto nacque da un disagio diffuso: aree industriali impoverite, salari fermi, cittadini convinti che nessuno li rappresentasse. L’establishment lo liquidò come ignoranza o nostalgia. Il disagio non sparì: cambiò forma e oggi alimenta il consenso di Reform UK.

Evocare il Cremlino rischia di ripetere lo stesso errore. Il governo ammetteva già i tentativi russi. Il ministro di Burnham nega che abbiano avuto effetto. La dichiarazione del premier, quindi, non aggiunge prove: aggiunge un sospetto sulla legittimità del voto.

Le pressioni dall’estero, del resto, arrivarono anche alla luce del sole. Nell’aprile del 2016 il presidente americano Barack Obama avvertì da Londra che, in caso di uscita, il Regno Unito sarebbe finito «in fondo alla coda» per gli accordi commerciali. Nessuno a Westminster lo trattò come un’ingerenza.

I costi della Brexit sono reali, a cominciare dai controlli doganali che oggi frenano le esportazioni agroalimentari. Molte fragilità britanniche però precedevano il 2016, e lo stesso negoziato mostra chi detta le condizioni: rette universitarie, quote di giovani, accesso alla politica industriale europea. È Bruxelles a chiedere.

Burnham si è guadagnato credito con scelte concrete. Nei primi giorni a Downing Street ha azzerato l’Iva sulle bollette e ha coperto la spesa cancellando l’identità digitale voluta da Starmer. Il rapporto con l’Europa è una partita più grande, che si gioca su numeri, vantaggi e rinunce. Il primo passaggio è a Bruxelles: entro fine settimana va chiusa la trattativa sulle rette, oppure il vertice del 20 novembre rischia di arrivare senza un accordo da firmare.

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