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Economia

TRUMP: la UE liberi immediatamente le sue scorte di Gasolio!

Macron annuncia l’ok dei leader a rilasciare fino a 100 milioni di barili in quattro mesi. Dietro, la minaccia Usa di chiudere l’export di diesel.
Byoblu·02 ottobre 2026
Economia — Byoblu

Il G7 apre le scorte di emergenza per fermare il caro carburanti. Oggi, al termine di un vertice d’emergenza in videoconferenza convocato da Emmanuel Macron, il presidente francese ha annunciato l’ok dei leader a liberare riserve strategiche fino a 100 milioni di barili entro quattro mesi. Il G7, il gruppo delle sette grandi economie industrializzate (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Regno Unito), parla di «misure decisive». Il bersaglio è soprattutto il gasolio, i cui prezzi sono esplosi con la guerra con l’Iran. Donald Trump rivendica il risultato: secondo il presidente americano, l’Europa ha accettato di immettere sul mercato una quantità ingente delle proprie scorte di gasolio.

La minaccia di Washington sull’export di diesel

Il via libera arriva dopo giorni di pressione americana. Secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, gli Stati Uniti avevano chiesto a Germania e Francia, i due Paesi europei con le riserve più ampie, di rilasciare parte del gasolio accantonato. In caso di rifiuto, Washington avrebbe potuto vietare le proprie esportazioni di diesel. Una seconda fonte parla di una richiesta rivolta all’intera Unione: 120 milioni di barili in sei mesi. Ieri la Commissione europea e i governi di Germania, Francia, Italia, Irlanda e Regno Unito ne hanno discusso.

Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha alzato il tono su X. I partner europei, ha scritto, «dovrebbero accelerare l’adempimento degli impegni già assunti e rendere immediatamente disponibili ulteriori forniture per far fronte alle attuali interruzioni. Agricoltori, autotrasportatori e imprese Usa non devono farsi carico del peso di una carenza globale di diesel». Trump, in Texas per la campagna elettorale, ha confermato la linea: «Potremmo farlo. Hanno delle scorte di gasolio».

La risposta di Bruxelles è stata immediata. Una portavoce della Commissione ha dichiarato che l’esecutivo Ue «respinge categoricamente qualsiasi divieto sul gasolio. Un divieto non sarebbe vantaggioso per nessuno. Minerebbe la nostra fiducia negli Stati Uniti come partner affidabile». Poi l’apertura: l’Unione è «pronta ad agire collettivamente nel quadro dell’Agenzia internazionale per l’energia», l’organismo che coordina i Paesi consumatori di petrolio durante le crisi di approvvigionamento. Prima del vertice, Macron ha sentito Trump al telefono. Secondo l’Eliseo, il presidente francese ha chiesto ai partner di «agire in modo concertato, senza restrizioni alle esportazioni».

Perché l’Europa dipende dal gasolio americano

La leva di Washington ha una base concreta. Gran parte delle raffinerie europee è progettata per produrre benzina, e il diesel viene in buona parte importato, soprattutto dagli Stati Uniti. Le altre fonti sono chiuse o quasi. Il gasolio russo è escluso dalle sanzioni, e Mosca ha comunque prorogato fino a fine ottobre il proprio divieto di esportare diesel dopo gli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie. Le forniture del Golfo Persico sono frenate dalla guerra. La Cina, altro grande raffinatore, ha sospeso l’export di carburanti per tutto ottobre per accumulare scorte.

Anche il Regno Unito è sotto pressione: il prezzo medio del diesel ha superato per la prima volta le 2 sterline al litro.

Il calendario elettorale della Casa Bianca

Negli Stati Uniti il gasolio ha toccato livelli record, comunque molto inferiori a quelli italiani. A novembre si vota per le elezioni di metà mandato, che rinnovano il Congresso. Il diesel muove i camion delle merci e le macchine agricole: quando sale, salgono i prezzi al consumo. E ottobre e novembre sono i mesi dei raccolti.

Bessent sostiene che gli Usa abbiano già fatto la propria parte rilasciando a marzo 172 milioni di barili dalla loro riserva. La guerra che ha innescato la crisi è però stata avviata proprio da Washington. Nemmeno l’amministrazione è compatta sul blocco dell’export: il segretario all’Energia Chris Wright si è detto scettico, e altri membri temono danni all’industria petrolifera nazionale. Un tetto alle esportazioni appariva l’ipotesi più realistica di uno stop totale.

Cosa ha ottenuto davvero l’Europa

Il confronto tra richiesta e accordo dice qualcosa. Washington chiedeva 120 milioni di barili in sei mesi, il G7 ne libera fino a 100 in quattro. Il totale è più basso, il ritmo è più rapido: circa 25 milioni di barili al mese contro 20. Gli Stati Uniti ottengono il rilascio nel pieno della stagione agricola, a ridosso del voto. Le fonti disponibili non chiariscono quanto della quota spetti ai Paesi europei, né se Trump abbia rinunciato formalmente alla minaccia sull’export.

C’è poi il nodo della funzione delle riserve. Gli Stati Ue detengono circa 109 milioni di tonnellate di scorte di emergenza tra greggio e carburanti. Esistono per garantire la sicurezza energetica nel caso in cui la crisi diventi fisica, con pompe a secco e camion fermi. Cento milioni di barili di gasolio equivalgono all’incirca a 13-14 milioni di tonnellate. Se il peso ricadesse tutto sull’Europa, sarebbe poco più di un decimo del cuscinetto, speso per calmare i prezzi in una fase in cui Russia e Cina hanno già ridotto l’offerta.

Trump conferma il profilo di un presidente pragmatico, disposto a usare la dipendenza energetica degli alleati come strumento di pressione. Macron ha convocato il vertice e ne ha annunciato l’esito. Nella sostanza, l’accordo risponde a una richiesta partita da Washington.

In Italia lo sconto alla pompa è a macchia di leopardo

Sul fronte interno, ieri Tamoil si è aggiunta a Eni, Ip e Q8 annunciando misure per contenere i prezzi alla pompa fino al 31 ottobre. Mercoledì sera Palazzo Chigi aveva fatto sapere di aver aperto un dialogo con il governo libico per favorire l’adesione del marchio, che fa capo al gruppo Oilinvest. Secondo il Codacons, sulla carta gli impianti con prezzi calmierati salgono a circa 11.500 su oltre 21mila: circa 3.900 Eni, 3.500 Ip, 2.700 Q8 e oltre 1.450 Tamoil.

Nei fatti, i numeri sono più bassi. Ha aderito circa il 90% dei distributori Eni, ma solo 300 Ip e circa uno su tre Q8. Su Tamoil non ci sono ancora dati. Molti gestori usano il marchio in concessione e decidono i prezzi in autonomia. Il governo ha scelto la strada dell’appello alle compagnie: lo sconto resta volontario, temporaneo e applicato a discrezione dei singoli impianti.

I listini medi comunque scendono. Tra domenica scorsa e ieri la benzina è passata da 2,159 a 2,084 euro al litro, il diesel da 2,377 a 2,285 euro. Restano sensibilmente sopra i livelli di febbraio, prima della guerra con l’Iran, nonostante i tagli alle accise. Il sito e l’app Osservaprezzi del ministero delle Imprese permettono di confrontare i prezzi dei distributori vicini.

Il 31 ottobre scadono sia gli sconti delle compagnie in Italia sia il divieto russo di esportare diesel.

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