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Colera in Yemen, casi triplicati in tre settimane: l’allarme OMS

La guerra riesplosa ad agosto ha sfollato oltre 200mila persone. Nei campi tornano colera e morbillo, e all’OMS mancano 26,7 milioni di dollari.
Byoblu·13 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

In Yemen i casi sospetti di colera sono triplicati in tre settimane. Lo ha comunicato oggi l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute. Si è passati da 217 casi nella settimana tra il 6 e il 12 settembre a 647 in quella tra il 27 settembre e il 3 ottobre. L’impennata coincide con la nuova fiammata della guerra, cominciata il 6 agosto. Da allora oltre 200mila persone hanno lasciato casa in 10 governatorati, le province in cui è diviso il Paese. Molte vivono in campi sovraffollati, senza acqua pulita né servizi igienici: è lì che il batterio si diffonde.

I numeri del colera in Yemen

Dall’inizio dell’anno lo Yemen ha registrato 8.034 casi sospetti e 27 morti. Un quarto dei casi è arrivato nelle ultime quattro settimane.

«Sospetti» indica pazienti con sintomi compatibili con il colera, non necessariamente confermati in laboratorio. Con un sistema sanitario devastato da anni di guerra, il conteggio può sovrastimare o sottostimare l’epidemia reale.

La distribuzione geografica è chiara: il 92% dei casi si concentra in cinque governatorati del sud-ovest che accolgono molti sfollati: Abyan, Lahj, Al-Dhale’e, Taiz e Aden. La malattia ha raggiunto anche campi isolati nell’Hadramawt, nell’est del Paese, dove le squadre mediche arrivano con fatica.

Il colera è un’infezione intestinale acuta. Si trasmette con acqua e cibo contaminati dal batterio Vibrio cholerae, spesso attraverso le feci. Provoca diarrea grave, vomito e crampi. Senza cure può uccidere, ma si tratta con mezzi semplici: soluzioni reidratanti per bocca e, nei casi più gravi, antibiotici. Quest’anno la mortalità registrata è poco sopra lo 0,3%. Dove le cure arrivano, si sopravvive. Il punto critico è l’accesso.

Ospedali già pieni di feriti

Le strutture sanitarie stanno curando migliaia di feriti dei combattimenti. Ora devono assorbire anche le epidemie. Secondo l’OMS, circa 500 strutture in nove governatorati colpiti sono prive del sostegno di partner esterni, cioè delle agenzie e organizzazioni umanitarie che in Yemen garantiscono farmaci, materiali e personale.

«Le famiglie in fuga dal conflitto affrontano adesso un’altra minaccia: malattie che si possono prevenire e curare», ha dichiarato Annette Heinzelmann, direttrice regionale per le emergenze dell’OMS. «Senza finanziamenti urgenti e un accesso senza ostacoli ad acqua sicura, vaccinazioni e servizi sanitari essenziali, i focolai potrebbero diffondersi rapidamente tra comunità già vulnerabili».

L’OMS lavora con il ministero yemenita della Salute pubblica e della Popolazione per rafforzare la sorveglianza. Con i fondi disponibili finanzia 18 squadre di risposta rapida, dieci centri per il trattamento della diarrea, kit contro colera e morbillo e test diagnostici. Ad Aden ha consegnato farmaci, flebo, antibiotici e materiale per prevenire le infezioni.

Uno di questi centri, all’ospedale AlSadaqah di Aden, è sostenuto anche da KSrelief, l’agenzia umanitaria del governo saudita. L’Arabia Saudita guida la coalizione militare schierata nel conflitto e contemporaneamente finanzia la cura di una parte delle sue conseguenze sanitarie.

La fuga verso Gibuti

L’emergenza ha attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb. Al 2 ottobre oltre 3.800 persone in fuga dallo Yemen erano arrivate a Gibuti, piccolo Stato del Corno d’Africa affacciato sulla costa yemenita. A Obock, la città sul mare dove sbarca la maggior parte dei profughi, le autorità sanitarie hanno registrato 44 casi di diarrea acuta acquosa e un morto all’8 ottobre. La situazione più critica è nel campo profughi di Markazi: un solo centro sanitario, poco personale, scorte limitate.

Il contesto: una guerra mai chiusa

La guerra in Yemen dura da oltre dieci anni. Nel 2014 gli Houthi, movimento armato del nord che si fa chiamare Ansar Allah («i sostenitori di Dio»), presero la capitale Sanaa. Nel 2015 intervenne una coalizione militare a guida saudita per sostenere il governo riconosciuto a livello internazionale, che oggi ha sede ad Aden. Gli Houthi sono appoggiati dall’Iran.

Le letture del conflitto restano opposte. Riad e il governo di Aden considerano gli Houthi uno strumento dell’influenza iraniana. Gli Houthi presentano la propria lotta come resistenza a un’aggressione esterna sostenuta dall’Occidente. La nuova escalation sarebbe esplosa a pochi mesi dall’avvio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, che ha scosso l’intero Medio Oriente.

Il colera, in Yemen, segue l’andamento della guerra. Nel 2017 un’ondata epidemica contagiò centinaia di migliaia di persone e ne uccise almeno 2.000. Nel 2024 l’OMS indicava lo Yemen come il Paese più colpito dall’epidemia globale di colera. Ieri l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), l’agenzia ONU che si occupa di sfollati e migranti, ha aggiornato il conteggio: più di 217mila persone in fuga dall’inizio dell’escalation.

I fondi che mancano

Per i prossimi 90 giorni di risposta all’emergenza in Yemen l’OMS chiede 31 milioni di dollari. Finora ne ha raccolti 3,78. A questi si aggiungono 490mila dollari sbloccati dal suo Fondo di contingenza per le emergenze, una riserva interna usata nelle crisi improvvise. Mancano 26,7 milioni: è coperto circa il 14% del fabbisogno.

A Gibuti il quadro è simile. Servono 700mila dollari, ne sono arrivati 150mila, tutti dal fondo di contingenza. Il buco è di 550mila dollari.

Sono cifre modeste rispetto ai costi della guerra che produce gli sfollati. Eppure i donatori, finora, hanno coperto una parte minima della richiesta.

Con i fondi aggiuntivi si vuole estendere la sorveglianza nei campi, schierare altre squadre di intervento rapido, potenziare le cure contro il colera e migliorare acqua, servizi igienici e prevenzione delle infezioni negli ospedali. A Gibuti il piano prevede controlli lungo le rotte dei profughi, più posti di cura a Obock e l’avvio del Centro operativo per le emergenze di sanità pubblica.

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