Conte alla Commissione Covid: “Un plotone d’esecuzione”
Sei anni e mezzo dopo il lockdown, Giuseppe Conte si è finalmente seduto davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, a Palazzo San Macuto. Ci è arrivato oggi, dopo mesi di scaramucce, veti incrociati e accuse reciproche di codardia. E ci è arrivato con l’atteggiamento di chi non viene a rispondere, ma a processare i suoi giudici: «Questa commissione è stata concepita, ormai è chiaro, come un plotone di esecuzione nei miei confronti e al contempo come una gabbia di protezione verso gli amministratori locali dei propri partiti».
Un’audizione partita alle 15.30 e conclusa in serata, che non è bastata: il presidente Marco Lisei ha chiesto una data per il seguito, e il leader del Movimento 5 Stelle ha indicato il 14 settembre. Nel frattempo, un colpo di teatro.
Il verbale anonimo, le mascherine e i 100 milioni
Prima di entrare nel merito della relazione, Conte ha depositato agli atti un documento che, ha detto, gli è «venuto tra le mani in forma anonima». Dieci pagine, redatte il 14 aprile 2022, con i nomi oscurati ma le qualifiche leggibili, siglate pagina per pagina. In epigrafe: presidenza del Consiglio, Unità per il completamento della campagna vaccinale. Intorno al tavolo, secondo il frontespizio, l’area giuridico-legale e l’area logistica della struttura commissariale insieme ai rappresentanti dell’Agenzia delle Dogane di Roma.
Oggetto: la verifica della consegna di mascherine da parte della società JC Electronics Italia srl. Da quel verbale, ha spiegato Conte usando scrupolosamente il condizionale, «emergerebbe» che i colli depositati — in un magazzino che ritiene si trovi a Pomezia — non conterrebbero dispositivi con efficacia filtrante e che i documenti di accompagnamento presenterebbero una «rappresentazione contraffatta».
Perché portarlo in Procura lunedì? Perché quella stessa società, ha spiegato l’ex premier, è al centro di un contenzioso con lo Stato e di una transazione da 100 milioni di euro, emersa da un’interrogazione al Senato. «Ci sarebbe la possibilità, tutta da accertare, di valutare se addirittura sono stati pagati questi 100 milioni, una cifra obiettivamente enorme, per mascherine non corrispondenti alle caratteristiche dichiarate». E ancora: «Diffido il ministero della Salute a effettuare questo pagamento». La particolarità, ha aggiunto, è una sentenza che liquiderebbe a favore della società oltre 200 milioni.
La replica dell’azienda è arrivata in tempo reale, e non è marginale. JC Electronics sostiene che quel documento «non è una novità»: un dossier di dieci pagine sulle mascherine Aoxing sarebbe già stato portato in giudizio dallo Stato ed «uscito indenne dal vaglio della magistratura». La società richiama la sentenza del tribunale di Roma n. 10918/2025 del 21 luglio 2025, che avrebbe rigettato la querela di falso dell’Avvocatura dello Stato contro la certificazione delle mascherine Aoxing AX-KF95, condannando le amministrazioni alle spese, e cita gli esiti favorevoli attestati da Inail e dalla perizia dell’Agenzia delle Dogane, con prova di tenuta conforme alla norma UNI EN 149:2009. Chiude con un invito che è una sfida: se ha certezze, Conte rinunci all’immunità.
“Giuro sull’onore che qualcuno qui ha perso”
Il tono dell’audizione, però, l’ha dato il giuramento. Conte ha giurato «sull’onore che qualcuno qui ha perso già durante la pandemia, quando anziché essere in prima fila a combattere con noi in trincea si è rifugiato nelle polemiche sterili e nelle strumentalizzazioni più futili». Poi la stoccata alla presidente del Consiglio: «La vostra presidente andò nelle trasmissioni tv a darmi del criminale. Ma qual è stato il contributo dell’opposizione?». E, citando De André: «La gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio».
Sul punto che più lo ha bruciato — l’idea di essersi sottratto — la risposta è stata secca: «Sono il vostro nemico pubblico per chiari motivi politici. Oggi sono qui e domani continuerò a essere disponibile, non sono un disertore». Fino alla frase che ha gelato l’aula: «Se vi manca il coraggio, lo metto io, qui».
Quanto alle indagini: oltre mille esposti collazionati dalla Procura di Roma, l’inchiesta di Bergamo, ore di domande davanti a un pool di quattro pubblici ministeri. «Non ho mai tentato di delegittimare i giudici», ha rivendicato, «come spesso purtroppo capita di sentire adesso». E la promessa che vale come sfida: «Potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito per quel che mi riguarda».
La difesa dei Dpcm e dello stato d’emergenza
Qui l’audizione diventa politicamente interessante, perché Conte non ha fatto un passo indietro di un millimetro. La strategia normativa, ha ricostruito, poggiava su tre pilastri: ordinanze del ministro della Salute, decreti legge, Dpcm. E i Dpcm — gli atti amministrativi con cui per due anni si è deciso chi potesse uscire di casa, lavorare, andare a scuola — sarebbero stati, a suo dire, una garanzia per i cittadini: impugnabili al Tar, a differenza del decreto legge, e frutto di un iter «molto più articolato», con Regioni, Comuni e Comitato tecnico scientifico. Un meccanismo che, sostiene, ha permesso di intervenire «senza poteri extra ordinem» e ha consentito al sistema democratico di «reggere di fronte a una dura prova».
Sullo stato d’emergenza, la rivendicazione è ancora più netta: «Venne presentata come una dittatura, ma non è stata una misura liberticida. Sabino Cassese evocò una svolta autoritaria come in Ungheria, ma lo stato d’emergenza era legittimo perché un’emergenza c’era». Senza la proroga, ha aggiunto, «sarebbe crollato tutto». Curiosa la coda: la Costituzione non disciplina lo stato d’emergenza e, secondo Conte, «non sarebbe male introdurre una norma costituzionale». Cioè scrivere nella Carta il meccanismo che permette di sospendere le libertà. Una proposta che meriterebbe, da sola, un’audizione a parte.
Sull’obbligo vaccinale il leader M5S ha invece scaricato altrove: «Io sono andato via dal governo a febbraio 2021. Con Draghi sono venuti i Green pass e gli obblighi per gli over 50». Il suo piano, sostiene, era nato «nel segno della libertà di scelta».
Il cono d’ombra che non si illumina mai
Poi ci sono i numeri della rivendicazione: 330mila posti di lavoro salvati nel 2020 col blocco dei licenziamenti, un milione di persone sottratte alla povertà assoluta, i 209 miliardi portati a casa dall’Europa. E l’accusa politica più affilata: la maggioranza avrebbe escluso «irresponsabilmente» le Regioni dal perimetro dell’inchiesta, cioè gli enti che per Costituzione organizzano la sanità. «Potremmo ritrovarci qui cento volte», ha detto, «ma non mi permetterete di entrare in quello che è un aspetto sostanziale della pandemia».
Una commissione che indaga sulla pandemia escludendo le Regioni è come un processo sull’incendio in cui non si possono ascoltare i pompieri. Ma un ex presidente del Consiglio che si presenta accusando i commissari di essere un plotone d’esecuzione, e nello stesso momento estrae dal cilindro un documento anonimo che punta al governo in carica, non sta rispondendo: sta contrattaccando. E tutta la prima parte dell’audizione ha assunto i connotati di un lungo comizio, con le domande che entravano nel merito relegate al finale
Restano sul tavolo, intatte, le domande che nessuno dei due schieramenti pone. Le consulenze milionarie per accedere alle commesse pubbliche — c’è il caso dei 454mila euro versati da un’azienda per una consulenza preliminare — e il ruolo dell’avvocato Luca Di Donna, ex collega di studio di Conte, restano nodi da sciogliere. Ma soprattutto: i contratti sui vaccini, il green pass come strumento di coercizione sociale, il silenziamento sistematico del dissenso scientifico, i danneggiati che ancora oggi attendono risposte. Di tutto questo, a San Macuto, si parla poco. Molto meno delle mascherine.
È il vizio d’origine di questa inchiesta parlamentare: strumento legittimo, persino necessario, ridotto a resa dei conti tra chi governava allora e chi governa oggi. Un teatro in cui ciascuno cerca lo scalpo dell’altro e pochi, forse irrilevanti, cercano la verità. I cittadini, quelli che hanno pagato il conto — in libertà, in lavoro, in salute e in affetti — guardano dalla platea e capiscono benissimo la differenza tra un accertamento e una faida.
Il 14 settembre si torna in aula. Ma se le domande potessero farle i cittadini, le risposte sarebbero certamente diverse.