Corte Suprema. Respinta la causa sulla censura social di Biden sui vaccini.

Il 26 giugno 2024 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto, con sei voti contro tre, il ricorso presentato da cinque utenti dei social e dagli Stati di Louisiana e Missouri contro l’amministrazione Biden. L’accusa: aver spinto Facebook, YouTube e X a rimuovere o penalizzare contenuti sgraditi, soprattutto sui vaccini anti-Covid e sulle elezioni del 2020. I giudici non hanno deciso se quelle pressioni fossero legittime. Hanno stabilito che i ricorrenti non avevano titolo per chiedere un’ingiunzione, cioè un ordine del tribunale che vietasse al governo di continuare. Il caso, noto come Murthy v. Missouri, resta il riferimento principale quando si discute di governo, piattaforme e libertà di parola. Ieri un giudice federale di New York ha lasciato proseguire una causa contro la sorveglianza dei social voluta dall’amministrazione Trump. Il confronto tra le due decisioni mostra come i tribunali americani selezionano le cause sulla libertà di espressione online.
Cosa ha deciso la Corte Suprema sulla censura social
La sentenza è stata scritta dalla giudice Amy Coney Barrett. Con lei hanno votato il presidente della Corte John Roberts e i giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Brett Kavanaugh e Ketanji Brown Jackson. Una maggioranza trasversale, che unisce giudici di nomina repubblicana e democratica.
Il punto decisivo è la cosiddetta standing, la legittimazione ad agire. Nel diritto americano chi fa causa deve dimostrare un danno concreto, causato da chi viene citato in giudizio, che il tribunale possa effettivamente rimediare. Secondo la maggioranza, i ricorrenti non sono riusciti a collegare le restrizioni subite sui social alle comunicazioni tra funzionari federali e piattaforme.
«I ricorrenti si basano su accuse di censura governativa passata come prova che una censura futura sia probabile», ha scritto Barrett. «Ma, in larga misura, non riescono a collegare le restrizioni subite in passato alle comunicazioni degli imputati con le piattaforme».
La Corte ha aggiunto due elementi. Per alcuni utenti, le restrizioni erano iniziate prima che i funzionari dell’amministrazione avviassero i contatti con le aziende. E le piattaforme avevano continuato ad applicare le proprie regole contro la disinformazione sul Covid anche dopo la fine dell’emergenza nazionale. Da qui la conclusione: senza la prova di una campagna di pressione ancora in corso, è «del tutto speculativo» attribuire al governo le future decisioni di moderazione. Vietare i contatti, quindi, difficilmente avrebbe cambiato qualcosa.
Con questa decisione la Corte ha annullato l’ordine di un giudice federale della Louisiana, che aveva dato ragione agli utenti e limitato drasticamente i contatti tra Casa Bianca, agenzie federali e piattaforme. La Corte d’appello del Quinto Circuito aveva confermato che alcuni funzionari della Casa Bianca e l’FBI avevano costretto in modo incostituzionale le piattaforme a sopprimere contenuti su vaccini ed elezioni, ma aveva ristretto la platea dei funzionari colpiti. Quell’ordine era rimasto sospeso mentre la Corte Suprema esaminava il caso.
Persuadere o costringere: il nodo del Primo emendamento
Il Primo emendamento della Costituzione americana protegge la libertà di parola dalle interferenze del governo. Le aziende private, invece, possono moderare i contenuti come credono. Il problema nasce quando il governo usa un’azienda privata per ottenere ciò che non potrebbe fare direttamente.
In gergo si chiama jawboning: la pressione informale delle autorità su un intermediario perché limiti la parola di altri. Il confine giuridico passa tra persuasione, consentita, e coercizione, vietata. I ricorrenti sostenevano che l’amministrazione Biden lo avesse superato, parlando di una vasta «impresa federale della censura».
L’amministrazione ribatteva di aver usato il bully pulpit, l’espressione americana che indica la tribuna pubblica del presidente e del suo governo per orientare l’opinione e sollecitare comportamenti. Lo scopo dichiarato era convincere le piattaforme ad affrontare contenuti ritenuti problematici, in particolare durante la campagna vaccinale. Secondo il governo, i limiti imposti dal giudice della Louisiana avrebbero ostacolato la gestione di minacce alla sicurezza nazionale e la diffusione di informazioni sanitarie.
Nella stessa sessione la Corte aveva deciso all’unanimità un altro caso di jawboning: secondo i giudici, la National Rifle Association, la principale lobby delle armi, aveva sostenuto in modo plausibile che l’autorità di vigilanza finanziaria dello Stato di New York avesse violato il Primo emendamento facendo pressione sugli enti sottoposti al suo controllo.
Il dissenso di Alito: «un modello attraente»
I giudici Samuel Alito, Clarence Thomas e Neil Gorsuch hanno votato contro. Già nell’autunno 2023, quando la Corte aveva accettato il caso e sospeso le restrizioni, i tre si erano detti favorevoli a mantenerle.
Alito ha definito la vicenda «uno dei casi più importanti sulla libertà di parola arrivati a questa Corte da anni». Secondo i dissenzienti, la maggioranza ha eluso la questione centrale e ha permesso che «la campagna di coercizione riuscita» restasse in piedi come «un modello attraente per i futuri funzionari che vogliono controllare ciò che la gente dice, ascolta e pensa».
Concentrandosi su Facebook e sui contenuti pubblicati da Hines, tra i ricorrenti, Alito ha ritenuto «ragionevole dedurre» che le pressioni federali avessero influito almeno su alcune decisioni della piattaforma. Ha descritto gli sforzi dell’amministrazione come «sottili e sofisticati» e ha scritto che alti funzionari avevano messo sotto pressione le piattaforme per mesi. La tesi del bully pulpit, secondo lui, «tira il concetto oltre il punto di rottura». La sua sintesi: «I funzionari esercitavano un’autorità potente. Le loro comunicazioni con Facebook erano richieste di fatto. E le risposte esitanti di Facebook mostrano che l’azienda sentiva un forte bisogno di cedere».
La Casa Bianca aveva accolto la sentenza con soddisfazione. La portavoce Karine Jean-Pierre aveva dichiarato che l’amministrazione collabora con le aziende tecnologiche su terrorismo, campagne di influenza straniera, molestie online contro donne e bambini e salute mentale dei minori, e che la decisione permetteva a quel lavoro di continuare.
Dalla pressione alla sorveglianza: la causa dei sindacati contro Trump
L’avvertimento di Alito riguardava chiunque governi. Oggi alla Casa Bianca c’è un’altra amministrazione, e lo scontro tra governo e libertà di parola online si presenta in forma diversa.
Ieri il giudice Alvin K. Hellerstein, del tribunale federale del Distretto Sud di New York, ha respinto la richiesta del governo di archiviare la causa intentata nell’ottobre 2025 da tre sindacati: United Automobile Workers (metalmeccanici e automobilistici), Communications Workers of America (telecomunicazioni) e American Federation of Teachers (insegnanti). Li rappresentano l’Electronic Frontier Foundation, l’organizzazione che da anni difende i diritti digitali, insieme a Muslim Advocates e alla clinica legale Media Freedom & Information Access.
Secondo i ricorrenti, i Dipartimenti di Stato e della Sicurezza interna monitorano con l’intelligenza artificiale e altri strumenti automatizzati gli account social dei titolari di visto e di green card, il permesso di residenza permanente, per individuare e punire chi esprime opinioni sgradite al governo. La causa contesta la violazione del Primo emendamento e dell’Administrative Procedure Act, la legge che stabilisce come le agenzie federali devono adottare le proprie decisioni.
Il giudice ha riconosciuto che la minaccia di conseguenze sull’immigrazione, sotto un governo le cui dure politiche migratorie sono ampiamente note, basta a scoraggiare «una persona di ordinaria fermezza» dall’esercitare i propri diritti. Ha scritto che la libertà dei membri di parlare, associarsi e mostrarsi in pubblico è «il meccanismo attraverso cui i sindacati reclutano, organizzano, comunicano e contrattano».
«Molti hanno smesso di pubblicare online e hanno persino rinunciato ad attività offline, per paura di essere presi di mira in relazione ai benefici legati all’immigrazione», ha dichiarato Lisa Femia, avvocata dell’EFF.
Due decisioni, un filtro
Il confronto con Murthy v. Missouri riguarda proprio la legittimazione ad agire. Nel 2024 la Corte Suprema ha chiesto ai ricorrenti di provare il nesso tra pressioni governative e singole rimozioni, decise da aziende private. Hellerstein ha ritenuto sufficiente la minaccia credibile di ritorsioni dirette, perché in questo caso il potere sul visto è nelle mani del governo stesso. Sono situazioni giuridicamente diverse. Entrambe mostrano che, nelle cause sulla libertà di parola online, la prima battaglia si combatte sull’accesso al tribunale, prima ancora che sui fatti.
Intanto il fronte si allarga. A maggio la Corte Suprema ha respinto un ricorso di Meta contro le cause intentate nei tribunali statali, eliminando un possibile ostacolo a un’ondata di contenziosi contro le piattaforme. E il 27 febbraio un tribunale federale della Virginia ha bocciato una legge statale che imponeva un limite di un’ora al giorno sui social per i minori di 16 anni senza consenso dei genitori, insieme alla verifica dell’età di tutti gli utenti. Il ricorso era stato presentato da NetChoice, l’associazione che rappresenta grandi aziende come YouTube, Instagram e Facebook. Per il giudice, la legge perseguiva un interesse pubblico rilevante ma violava il Primo emendamento perché non era calibrata in modo sufficientemente mirato, anche perché escludeva i videogiochi.
La causa dei sindacati passa ora alla fase di merito davanti al tribunale di New York.
Intanto, ancora una volta le indebite pressioni dei governi sulla libertà di parola dei cittadini vengono lasciate cadere dai tribunali di tutto il mondo. Ne sa qualcosa Byoblu, censurata da Youtube proprio nel 2021, per “disinformazione sul Covid”.