Crans-Montana, «una specie di ammissione di colpa»: Berna rinuncia a 1,5 milioni, parla il padre di Elsa

Il padre di Elsa, la quindicenne di Biella ferita nel rogo di Capodanno a Crans-Montana, considera la decisione presa oggi dal governo svizzero «una specie di ammissione di colpa». Il Consiglio federale ha stabilito di rinunciare, «eccezionalmente», a chiedere all’Italia il rimborso di circa 1,5 milioni di franchi, circa 1,6 milioni di euro, per le cure prestate negli ospedali elvetici a dodici feriti assicurati in Italia. Per il genitore la rinuncia è «una buona notizia» e «potrebbe essere un segnale positivo nella trattativa». Nel comunicato Berna parla di reciprocità e di gratitudine. La parola responsabilità non compare.
Crans-Montana, il rogo del Constellation e le sue cause
L’incendio è scoppiato la notte del 1° gennaio, durante la festa di fine anno al bar Le Constellation, nella località sciistica del Canton Vallese. Il bilancio è di 41 morti e 115 feriti. Metà delle vittime era minorenne: 23 erano svizzere, otto francesi e sei italiane. È uno dei peggiori incendi nella storia della Confederazione.
Secondo le ricostruzioni emerse nelle settimane successive, le fiamme sarebbero partite da candele pirotecniche fissate alle bottiglie servite ai tavoli. Il fuoco avrebbe poi raggiunto il rivestimento fonoassorbente del soffitto, nel locale seminterrato. Il Comune di Crans-Montana avrebbe inoltre ammesso che i controlli antincendio periodici sul bar non venivano eseguiti da anni. Le responsabilità si giocano quindi su due fronti: la gestione del locale e la vigilanza pubblica.
Spese mediche dei feriti italiani, dalle fatture «esorbitanti» alla marcia indietro di Berna
I dodici giovani assicurati in Italia sono stati curati in Svizzera nelle prime settimane dell’anno e poi trasferiti negli ospedali italiani. Un ferito assicurato in Svizzera ha fatto il percorso inverso. L’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea stabilisce che i costi delle cure all’estero ricadano sul Paese in cui il paziente è assicurato. Gli Stati possono però concordare una deroga.
La vicenda è esplosa quando alcune famiglie hanno ricevuto fatture ospedaliere, in certi casi fino a 70.000 euro. Per Berna erano copie informative, senza alcuna richiesta di pagamento ai familiari: il conto era indirizzato al sistema sanitario italiano. Ad aprile l’ambasciatore d’Italia a Berna, Gian Lorenzo Cornado, aveva definito gli importi «assolutamente esorbitanti» e annunciato che lo Stato italiano non li avrebbe saldati. Giorgia Meloni aveva parlato di un insulto e di una farsa prodotta da una burocrazia disumana. Aveva anche posto come condizione che «nemmeno un euro» uscisse dalle casse pubbliche italiane.
Roma aveva quindi proposto una rinuncia reciproca ai rimborsi. In attesa di un’intesa, l’Istituzione comune LAMal, l’ente svizzero che gestisce la copertura delle cure transfrontaliere, aveva sospeso la richiesta al ministero della Salute. Oggi è arrivato l’esito. Informata dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, la presidente del Consiglio ha commentato che «nessun onere ricadrà sulle famiglie o sull’Italia».
Rinuncia della Svizzera, un atto politico che evita la parola colpa
La forma scelta da Berna è significativa. Il Consiglio federale ha fondato la decisione sull’articolo 184 della Costituzione federale. La norma gli affida la conduzione degli affari esteri e gli consente di stanziare un aiuto finanziario straordinario anche in assenza di una legge specifica. La misura vale una sola volta e lascia invariate le regole ordinarie. Il denaro passa così per la via della diplomazia e resta separato da qualsiasi forma di risarcimento.
Anche il lessico è calibrato con attenzione. Il comunicato parla di «reciprocità» e di «gesto di gratitudine» per l’aiuto «rapido, senza burocrazia e gratuito» ricevuto dall’Italia e da altri Paesi europei attraverso il Meccanismo di protezione civile dell’Ue. Nei numeri, però, la reciprocità è sbilanciata: dodici pazienti contro uno. Una rinuncia a farsi rimborsare è diversa da una scusa pubblica. Difficilmente, inoltre, potrà essere invocata in giudizio come riconoscimento di responsabilità.
Sul piano politico il quadro cambia. All’estero la decisione è stata descritta come una marcia indietro. L’agenzia Reuters ha scritto che la Svizzera ha ceduto dopo che Meloni aveva definito vergognosa la richiesta iniziale. La tv pubblica belga Rtbf vi ha letto un’evidente volontà di pacificazione. Il quotidiano losannese 24 heures l’ha collegata alla levata di scudi di Roma. Un governo che rinuncia a un credito previsto dai trattati per chiudere un contenzioso ammette, quanto meno, che quel contenzioso era diventato insostenibile. Su questo terreno la lettura del padre di Elsa trova un fondamento.
Un passaggio del comunicato pesa più degli altri. Il governo svizzero si dice consapevole del dolore delle famiglie e di chi porterà per tutta la vita le conseguenze delle gravi ferite subite. È una presa d’atto dell’entità del danno, messa per iscritto dalle istituzioni del Paese in cui la strage è avvenuta.
Vittime di Crans-Montana, cosa resta aperto per le famiglie
Il milione e mezzo di franchi chiude soltanto il conto tra i due sistemi sanitari. Ne restano fuori le cure ancora in corso in Italia, la riabilitazione, i danni permanenti e il danno morale. Questo vale sia per i ragazzi feriti sia per i familiari dei sei italiani morti. Il padre di Elsa parla di una «trattativa», ma le fonti disponibili non ne indicano i contenuti, le parti coinvolte o le cifre in discussione.
In Svizzera la legge sull’aiuto alle vittime di reati prevede, in via sussidiaria, indennizzi e riparazioni morali a carico dello Stato, entro tetti massimi. Per un ferito con esiti permanenti queste somme coprono solo una frazione del danno. Il risarcimento pieno dipende dall’accertamento di chi ha sbagliato.
Crans-Montana, le inchieste in Svizzera e in Italia e la strada di Strasburgo
Il procedimento principale è condotto dal Ministero pubblico del Canton Vallese. Secondo quanto emerso nei mesi scorsi, i gestori del locale, una coppia di cittadini francesi, risulterebbero indagati per omicidio, lesioni e incendio colposi. Resta da chiarire se l’inchiesta riguarderà anche chi aveva il compito di controllare il locale.
Il codice penale italiano consente di perseguire i reati commessi all’estero ai danni di cittadini italiani. La Procura di Roma avrebbe aperto un proprio fascicolo sulla morte dei sei ragazzi. Il suo margine d’azione dipende però dalla collaborazione giudiziaria con Berna, perché atti, rilievi e testimoni si trovano in territorio svizzero.
La dimensione europea ha limiti precisi. La Svizzera non fa parte dell’Unione, e la Corte di giustizia di Lussemburgo non ha competenza sulle sue inchieste penali. L’accordo sulla libera circolazione ha regolato soltanto la questione delle spese mediche. Resta la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, di cui la Confederazione riconosce la giurisdizione. L’articolo 2 della Convenzione obbliga gli Stati a condurre un’indagine effettiva quando delle persone muoiono per negligenza, anche quando la negligenza riguarda enti pubblici. Le famiglie potrebbero rivolgersi a Strasburgo solo dopo aver esaurito i ricorsi interni, con tempi che si misurano in anni.
In Italia come altrove, le grandi tragedie colpose mostrano processi lunghi e risarcimenti tardivi. Berna ha pagato per chiudere una disputa diplomatica. Il conto con le famiglie resta aperto. Il criterio per misurarlo lo ha fissato lo stesso Consiglio federale, quando ha riconosciuto che quelle ferite segneranno i sopravvissuti per tutta la vita.