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Data center Microsoft, attivisti nel cantiere di Amsterdam: «Screw your data center»

Scontri e arresti a Westpoort. La coalizione Stop Dirty Data Centres apre due giorni di proteste in 16 Paesi e chiede una moratoria europea
Byoblu·07 novembre 2026
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Un centinaio di attivisti ha fatto irruzione ieri nel cantiere del data center che Microsoft sta costruendo ad Amsterdam, nell’area portuale e industriale di Westpoort. L’azione, guidata dal gruppo olandese di azione diretta Geef Tegengas, ha portato a scontri con la polizia e ad alcuni arresti. È il primo atto di una mobilitazione coordinata contro la crescita dei grandi centri di calcolo legati all’intelligenza artificiale, prevista ieri e oggi in diversi Paesi europei.

Microsoft, il blitz nel cantiere di Westpoort

I manifestanti hanno superato la recinzione e occupato l’area dei lavori. Alcuni sono saliti su una gru, hanno acceso fumogeni e legato palloncini all’elio ai macchinari. Tra i cartelli esposti, uno recitava in inglese «Screw your data center», un’espressione volgare di rifiuto rivolta all’impianto. Altre iniziative si sono svolte all’esterno della recinzione, senza ingresso nel cantiere.

L’impianto è di proprietà di Pure Data Centers, la società che lo sta realizzando per Microsoft. L’azienda ha diffuso un appello ai manifestanti: «Chiediamo rispettosamente a chi si trova nel cantiere di lasciarlo in sicurezza e di aprire con noi un dialogo sul progetto e su qualsiasi preoccupazione».

Microsoft ha dichiarato di comprendere la forte partecipazione emotiva delle persone e di rispettare il diritto alla protesta pacifica, precisando però di non approvare azioni illegali.

Stop Dirty Data Centres, le proteste in Europa

L’irruzione di Amsterdam rientra nella campagna della coalizione «Stop Dirty Data Centres», che ha annunciato iniziative in 16 Paesi tra il 6 e il 7 novembre. Tra le città coinvolte ci sono Dublino e Varsavia, oltre a un secondo sito di Microsoft in Danimarca. Sul sito della coalizione una mappa indica azioni in 85 località europee nei prossimi giorni.

La richiesta centrale è una «moratoria immediata sui grandi data center in Europa». Nel proprio manifesto il gruppo scrive che «le comunità locali si stanno sollevando per fermare i data center sporchi dove vivono» e annuncia l’intenzione di esercitare i diritti democratici di parola, riunione e protesta «per chiedere conto ai rappresentanti eletti».

L’elenco delle motivazioni è ampio: l’impatto sulle comunità locali, il lavoro, la carenza di alloggi, l’aumento delle bollette elettriche, la crisi climatica, le ondate di calore e la scarsità d’acqua. La coalizione richiama inoltre il peso delle grandi aziende tecnologiche sulle democrazie, la salute mentale, la sorveglianza e l’erosione della privacy, la militarizzazione e una catena di approvvigionamento definita «tossica».

Gli organizzatori sostengono di non opporsi al progresso tecnologico e di non voler chiudere gli impianti già esistenti. Chiedono invece di sospendere le nuove costruzioni finché i governi non avranno fissato regole più chiare, in grado di contenerne gli effetti sull’ambiente e sulle popolazioni vicine.

Data center e intelligenza artificiale, perché crescono le proteste

I data center sono gli edifici che ospitano i server su cui girano servizi digitali, piattaforme cloud e, sempre più, i modelli di intelligenza artificiale. Il boom dell’IA ha moltiplicato la domanda di questi impianti, che richiedono grandi quantità di energia elettrica e d’acqua per il raffreddamento delle macchine.

I Paesi Bassi sono uno dei principali poli europei del settore, grazie alla posizione geografica e alla densità delle connessioni di rete. Già nel 2019 Amsterdam e il vicino comune di Haarlemmermeer avevano sospeso temporaneamente le nuove autorizzazioni per riorganizzare lo sviluppo del comparto.

Il tema è diventato politico anche altrove. Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center ha avuto un ruolo nelle elezioni di metà mandato di pochi giorni fa, che hanno portato al Congresso e nelle amministrazioni locali numerosi democratici impegnati a limitarne l’espansione.

In Europa diversi governi stanno intervenendo. In Finlandia Google è oggetto di un’indagine penale dopo che la sua controllata Tuike Finland Oy avrebbe abbattuto senza autorizzazione circa 330 ettari di bosco. La Danimarca ha frenato le richieste di allacciamento alla rete elettrica, dopo che le domande complessive hanno superato i 60 gigawatt, oltre otto volte il picco attuale dei consumi nazionali. In Italia un Comune ha introdotto una tassa del 200% sulla costruzione di data center in terreni agricoli, con l’obiettivo di spingere gli investitori verso aree industriali dismesse.

Bruxelles tra sovranità digitale e consenso dei cittadini

La posizione delle istituzioni europee riflette il doppio binario del dibattito. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea con delega alla sovranità tecnologica, ha definito l’intelligenza artificiale «una tecnologia importantissima» per la quale l’Europa deve dotarsi di «una propria capacità». Ha aggiunto però che per i cittadini è essenziale poter contare sul fatto che «le bollette non salgano alle stelle», che non si verifichino blackout a causa dei data center e che questi progetti non danneggino l’ambiente.

Da un lato l’Unione punta a ridurre la dipendenza dalle infrastrutture statunitensi e asiatiche, il che richiede nuova capacità di calcolo sul territorio. Dall’altro le comunità che ospitano gli impianti pongono questioni su energia, acqua e uso del suolo. La mobilitazione di Stop Dirty Data Centres prosegue oggi nelle altre città indicate dalla coalizione, a partire dal sito danese di Microsoft.

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